Siria, bambini che non mangiano da 5 giorni e bambini medicati senza anestesia

Arrastan 2 marzo 20142 marzo 2014 – provincia di Homs

Nel mese di marzo ricorre il terzo anniversario dell’inizio della rivolta siriana contro il regime di bashar al assad; una protesta pacifica, partita dal basso, che ha visto protagonisti soprattutto i giovani, desiderosi di porre fine a quasi mezzo secolo di dittatura che ha negato loro i diritti civili, sociali e politici. Una protesta soffocata da una violenza inaudita, che in 36 mesi ha provocato la morte di oltre 150 mila persone, tra cui più di 12 mila bambini al di sotto dei 16 anni.

E sono proprio i bambini che continuano a pagare il prezzo più alto di quello che ormai non può essere definito altro che un genocidio. Vittime dei bombardamenti, delle esecuzioni, degli spari dei cecchini. Vittime dell’assedio che li costringe alla fame e alle privazioni. Vittime della paura, dell’abbandono, dell’indifferenza. Privati del diritto all’infanzia, del diritto allo studio, del diritto a ricevere cure mediche. Costretti a vivere in condizioni disumane, in tende precarie, in rifugi senza alcun comfort; costretti a convivere con scene di morte e distruzione; costretti a migrare, a viaggiare con genitori disperati che per tentare di dare loro una speranza di vita intraprendono viaggi pericolosi e pieni di insidie.

Un’intera generazione è a rischio: al di là delle piccole vittime che perdono la vita, ci sono bambini che restano mutilati e che, nella maggior parte dei casi, non hanno la possibilità di fare riabilitazione e avere protesi; altri contraggono malattie gravi senza ricevere cure. Ma forse sono le ferite dell’animo quelle più pericolose: cosa ne sarà dei bambini che hanno assistito a massacri e esecuzioni, che sono rimasti intrappolati sotto le macerie delle loro stesse case, sono stati portati in ospedali da campo, hanno conosciuto il dolore, la paura, l’orrore? Cosa ne sarà di una generazione cresciuta in mezzo alla devastazione, che ha visto trasformare i giardini pubblici dove un tempo si giocava in cimiteri? Cosa ne sarà dei bambini rimasti orfani costretti dalla povertà a lavorare, a raccogliere plastica e ferraglie, a vendere dolci in strada per guadagnare qualche soldo per il pane? L’Unicef ha lanciato una campagna “No lost generation” e sono tante le iniziative di associazioni umanitarie internazionali volte a tamponare, anche se solo in minima parte, l’emergenza umanitaria che in Siria colpisce milioni di bambini. Intervenire con urgenza per salvare i bambini siriani dalla morte, ma anche dal dolore, dalla paura, dall’abbandono e dalla violenza è una priorità. Significa salvaguardare il loro presente e futuro.

Intanto l’instancabile attività dei citizen reporter porta alla nostra conoscenza il dramma dei piccoli siriani, raccontato attraverso immagini girate nelle strade e negli ospedali da campo. Il primo video, girato il 1 marzo 2014, arriva da Talbisah, un villaggio rurale devastato dai bombardamenti, in provincia di Homs e mostra un bambino intento a raccogliere ferraglie, che venderà per comprare da mangiare. Il piccolo dice che non mangia pane da cinque giorni. Gli altri tre video sono stati girati questa mattina in località Arrastan, all’interno di un ospedale da campo e mostrano lo strazio di bambini vittime di un bombardamento, portati in braccio dai genitori e medicati senza anestesia.

 

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