Aleppo,si cancella la memoria delle stragi

unnamed“Questo è il luogo del massacro avvenuto nel quartiere Al Sukkari, che ha provocato 120 martiri”. La scritta commemorativa rendeva omaggio alle vittime cadute il 16/06/2014 nel popoloso quartiere di Aleppo a seguito dell’esplosione di due barrel bombs sganciate dai velivoli del regime di Bashar al Assad. Ora che l’intera area è di nuovo sotto il controllo del governo di Damasco, la scritta è stata completamente coperta.

unnamed-1“Stanno cercando di cancellare la storia, la memoria delle stragi degli innocenti”, scrive un medico rimasto in zona, che ben ricorda quel massacro. “La differenza tra il regime e l’Isis”, commenta un attivista, “è che l’Isis aggiunge a quel nero slogan menzogneri, mentre Assad non ha bisogno di farlo”.

La notizia è stata diffusa oggi da alcuni oppositori e giunge pochi giorni dopo il ripristino, all’ingresso meridionale della città di Hama, della  statua di Hafiz al Assad. Il regime si sente forte e sta rimarcando il territorio. In rete gli attivisti rimasti nella martoriata città di Aleppo giurano che non dimenticheranno i propri morti.

Aleppo non deve morire

Aleppo - Masjed Oumai.JPGSono giorni terribili per Aleppo, una delle più antiche città della Siria, cuore economico del Paese, oltre che simbolo di una cultura millenaria. La metropoli è sotto il fuoco spietato e congiunto del regime siriano e dell’aviazione russa e gli abitanti che hanno resistito alle barrel bombs per cinque anni ora sono in fuga, non si sa per dove, così come non si sa se mai troveranno accoglienza.

Aleppo sta morendo. Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere per lei un epitaffio, ma è rimasto un’incompiuta… Aleppo non deve morire. Il dramma di questa città si sta consumando davanti agli occhi di tutti, ma la politica continua a percorrere strade volutamente annodate e chiuse e la tragedia umanitaria assume proporzioni sempre più grandi. Nessun pudore per i tuttologi dell’ultima ora, che Aleppo non saprebbero nemmeno indicarla su una cartina geografica, ma non esitano a schierarsi e assumere l’atteggiamento di tifosi estremisti. Nessuna pietà per le centinaia di migliaia di civili che continuano a morire e per quelli che prendono i figli in braccio e cercano di correre via, lontano. IMG_0154.JPG

Ho lasciato l’epitaffio come bozza e stasera voglio ripubblicare ciò che ho scritto nell’agosto 2013, dopo il mio primo viaggio in questa città. Parole che sono ancora così tristemente attuali, anche se sono passati già tre anni. Aleppo è la città delle mie origini e vederla esanime mi fa rivivere quella sensazione dolorosissima che si prova quando si perde un familiare. Ma Aleppo non deve morire…

Quando arrivo ad Aleppo è ormai notte. La città è immersa nel buio più profondo e le uniche luci sono quelle di cassonetti incendiati e di alcuni generatori. L’aria è irrespirabile: è l’odore della morte  che avvolge il centro abitato. Il buio è interrotto solo dagli spari; raffiche di mitra ed esplosioni scandiscono la notte. Alla luce del sole scopro intorno a me macerie e devastazione. Fa uno strano effetto vedere bambini che camminano in strada, anziani seduti a fumare, donne e uomini che si muovono furtivi. Fa uno strano effetto rendersi conto che la gente lotta disarmata per sopravvivere. Anche i cecchini si sono svegliati e sparano, feriscono, uccidono. Inizio la mia prima intervista con un volontario della Protezione Civile che, a mani nude, scava alla ricerca dei corpi intrappolati sotto il peso delle loro stesse case piegate dalle bombe. Sentiamo un urlo. Ho la fotocamera appesa al collo e la handycam ancora in borsa. Le accendo entrambe, le metto in funzione: hanno trovato il corpo di una donna. Era lì da una settimana. Le prime immagini che immortalo sono quelle di giovani intenti a recuperare i corpi senza vita di civili uccisi senza pietà da ordigni illegali. I cadaveri sono ormai irriconoscibili; una striscia di nastro adesivo con su scritta la data e il luogo di ritrovamento  diventa l’unico segno distintivo. È la Siria di oggi: la terra dei gelsomini coperta di fosse comuni. Nelle zone di periferia, immense tendopoli in mezzo agli uliveti fanno da riparo a milioni di sfollati. Negli ospedali da campo i feriti sanguinano a terra senza neppure un letto. I bambini non vanno a scuola da tre anni e con i loro occhi grandi ti interrogano senza farti domande. Quando sorridono, tutto intorno sembra tacere…”.

I diciotto anni di un figlio

madre-e-figlio-a18903122Il primo sogno è prendere la patente e andare in giro da solo, senza dover aspettare che qualcuno lo accompagni o un autobus che in un paesino di provincia non passa mai.  L’auto piena di amici, la musica preferita ad alto volume, il mondo da esplorare. Poi ci sono i documenti da poter firmare da solo e quel senso piacevole di indipendenza e responsabilità che fa sentire “grandi”. Diciotto anni è anche l’età del voto, della piena partecipazione alla vita pubblica, sociale e politica del Paese. Un bel Paese, anzi, il Bel Paese, l’Italia, dove diventare maggiorenni significa entrare nel mondo degli adulti, con tutte le responsabilità che ciò comporta. Anche la cartolina per il richiamo alle armi non arriva più. Ci si arruola solo se si vuole.

Per ogni genitore questo momento della vita di un figlio è un misto di emozione, incredulità, commozione. Ai nostri occhi saranno sempre i cuccioli di casa, ma ormai le gambe molto più lunghe delle nostre e le mani diventate grandi ci raccontano che anche i cuccioli crescono e non vedono l’ora di prendere il volo. E a noi non resta che incoraggiarli e sostenerli, affinché diventino adulti consapevoli, corretti, propositivi.

Mi chiedo come sarebbero andate le cose, invece, se io e i miei due figli fossimo nati in Siria. La lettera per il richiamo alle armi sarebbe arrivata ormai da mesi; la leva sarebbe durata almeno tre anni e il clima in caserma sarebbe stato quello ostile e minaccioso di un regime. Non è difficile immaginarsi cosa provino le famiglie siriane che in questi ultimi, terribili, cinque anni hanno visto i propri figli maschi avvicinarsi alla maggiore età. L’idea di vederli allontanare da casa per andare a combattere una guerra fratricida è diventata un incubo per tutti. Molti hanno deciso di farli fuggire, di mandarli all’estero per sottrarli alla minaccia delle armi. Altri hanno assistito all’arruolamento volontario dei figli ancor prima che arrivasse l’età prevista. Schierati con il regime o con gli insorti, a volte finiti persino nelle fila di gruppi terroristici, che fanno leva sul loro dolore, sul loro senso d impotenza, sul loro bisogno di giustizia e ne manipolano le menti e i cuori feriti. Ne ho incontrati di giovani così, che si sono fatti ingannare da questi criminali in abiti religiosi e che, quando si sono accorti delle loro reali intenzioni, del loro odio cieco e smisurato, della loro sete di potere e denaro che li spinge persino a strumentalizzare e bestemmiare il nome di Dio, hanno deciso di prenderne le distanze. Molti hanno pagato con la vita, altri, come quelli che ho conosciuto, sono stati volontariamente colpiti alla spina dorsale e sono rimasti completamente paralizzati. Il dolore è scritto nei loro occhi, nei loro sguardi fissi su immagini di violenza inaudita.

Avere diciotto anni in Siria e indossare la divisa del regime significa prepararsi a bombardare la propria città, essere pronti a uccidere un compagno di studi o di gioco perché schierato dalla parte degli oppositori. Significa onorare il culto della persona in nome del presidente, il dio della Siria, Bashar Al As’Ad e giurargli fedeltà eterna.

Diventare maggiorenni ed essere nelle fila dei ribelli, invece, significa vivere nella clandestinità, non avere esperienza, buttarsi nelle trincee o pattugliare posti di blocco con armi rudimentali, essere pronti a sparare e uccidere militari in divisa che possono essere i propri fratelli o amici, ma farlo con l’intenzione di proteggere i civili e portare la Siria alla liberazione dal regime e dai gruppi terroristici.

Non è bello essere giovani in Siria, così come non è bello essere bambini, essere donne, essere anziani. Il Paese sta morendo sotto la violenza degli ordigni e sotto il peso dello stallo della comunità internazionale, che sta giocando in Siria una partita per il controllo del territorio. Lo sta facendo sulla pelle dei civili e anche di quei giovani costretti alle armi, perché, ne sono certa, tutti preferirebbero pensare alla patente, al divertimento, a marinare la scuola, a conoscere ragazze carine… a vivere, semplicemente.

 

L’ottobre rosso in Siria: 40 massacri denunciati dal SNHR – Almeno 10 ad opera dell’aviazione russa

مجزرة صلاح الدين - حلب -30-10-2015Sono oltre 40, secondo il Syrian Network For Human Rights, i massacri commessi in Siria nel solo mese di ottobre 2015. Tra questi 10 ad opera dell’aviazione russa. Il bilancio è di 513 civili uccisi dal 1 al 31 ottobre.

مجزرة دوما-10-10-2015La denuncia arriva, come ogni mese, in base ai dati raccolti e rielaborati dal SNHR, grazie al contatto con i comitati di coordinamento locale che aggiornano quotidianamente il drammatico bilancio delle vittime e dei feriti nelle diverse città siriane.

مسجد-بحيان-حلب11Secondo il rapporto, pubblicato sul sito SNHR, dei ventinove massacri commessi dalle forze governative 24 si sono consumati in zone sotto il controllo dell’opposizione armata e 5 in zone sotto il controllo delle milizie di Daesh (Isis).  La città più colpita è Aleppo, con 13 stragi, seguita da Damasco, 11, Homs, 8, Idlib 5, Hama 2 e Deir Al Zour 1.  Delle 513 persone che hanno perso la vita il 43% erano bambini, 159, e donne, 62.

روضة- مرج السلطان - 29-10-2015Il rapporto è un vero bollettino di guerra online, con la cronaca giorno per giorno e i link alle foto delle stragi. Secondo un secondo rapporto, incentrato sul livello di distruzione registrato a seguito dei bombardamenti, nel solo mese di ottobre 2015 gli obiettivi civili colpiti sono stati 92, di cui 64 per mano del governo di Damasco, 16 ad opera dell’aviazione russa, 8 da vari gruppi armati e 4 da Isis. Sono stati rasi al suolo 26 tra ospedali e punti di soccorso, 12 scuole e persino 2 campi per sfollati,  la sede di una missione diplomatica e di una umanitaria.

روضة-مرج السلطان - 29-10-2015La Protezione Civile Siriana, che opera senza sosta nel soccorso delle vittime, denuncia che vengono colpiti deliberatamente obiettivi civili e che la violazione di tutte le convenzioni Onu è ormai all’ordine del giorno.

Tutto ciò accade mentre il regime di Bashar Al Assad continua la sua propaganda, sostenuto dalla Russia. Il dittatore siriano, che in tutti questi anni non ha speso una sola parola per le sue stesse vittime o per i milioni di profughi che a causa dei suoi stessi bombardamenti lasciano il Paese, ieri ha dichiarato, senza pudore alcuno, che “ciò che è accaduto a Parigi è una conseguenza della sbagliata politica estera francese”. L’Eliseo, va ricordato, è sempre stato pronto a sostenere l’opposizione anti-assad e le minacce del governo siriano erano arrivate già nel 2011, in modo aperto e senza giri di parole, quando, tramite il gran Muftì, Assad aveva dichiarato che si sarebbe vendicato con i suoi kamikaze sparsi in Europa, di quanti avessero intralciato i suoi piani.

Località Al Ghouta, le conseguenze dei bombardamenti russi su una scuola.

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La Siria e la crisi dei rifugiati in Europa spiegate in un video

cartina vittime e profughiQuanti sono i siriani che cercano asilo in Europa? Da cosa fuggono?

Un video spiega le origini della crisi in Siria, le proporzioni del dramma, la realtà in Europa, i numeri e le prospettive dell’attuale crisi dei rifugiati in Europa. Perché hanno tutti i telefonini? Vengono qui a colonizzare il Vecchio Continente e imporre la loro religione? O cercano, semplicemente, di sopravvivere?

Denuncia shock da Sirmin: “Ci hanno bombardato con armi al cloro” – video

CATO8-rXEAEmjYaMedici e uomini della protezione civile siriani hanno denunciato ieri mattina, attraverso i microfoni di media attivisti locali, l’ennesimo attacco con bombe al cloro sul villaggio di Sirmin, in provincia di Idlib, controllato dalle milizie Nusra. In rete sono stati diffusi foto e video che mostrano gli effetti devastanti di queste armi sulla popolazione. Secondo fonti locali indipendenti ci sarebbero più di 115 intossicati e diverse vittime, soprattutto bambini. Un’intera famiglia è rimasta uccisa per l’esplosione di un ordigno al cloro sulla propria abitazione. I medici denunciano l’impossibilità di salvare vite umane per mancanza di mezzi adeguati ad affrontare una simile emergenza.

L’opposizione siriana punta il dito contro l’aviazione militare del regime, che più volte è ricorsa ad attacchi con armi illegali e che sta bombardando la periferia di Idlib ininterrottamente da mesi.

In Siria, negli ultimi 4 anni sono state usate in diverse offensive armi chimiche come confermato anche dal OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. L’attacco su Al Ghouta il 21 agosto 2013 costò la vita a più di un migliaio di civili, oltre la metà dei quali bambini, colpiti all’alba con armi chimiche mentre dormivano nelle proprie case. Ancora nessun colpevole a processo.

Intanto su twitter è stato lanciato un appello denuncia al segretario americano Kerry: #KerryNoNegoWithKiller

+18 Attenzione: immagini drammatiche

Douma, neonato estratto vivo dalle macerie. Decine di bimbi feriti – Video

DOUMA 15 MARZO 201515 marzo 2015. E’ una domenica all’insegna del ricordo e del lutto per la Siria, ricordando il IV anniversario dell’inizio della repressione. Mentre nel mondo centinaia di manifestanti chiedevano la fine delle violenze perpetrate dal regime e dai terroristi ai danni dei civili inermi, il segretario di Stato americano John Kerry chiamava ad un negoziato proprio con Bashar Al Assad. Quest’ultimo, capo supremo dell’esercito siriano, ordinava alla sua aviazione di proseguire l’offensiva sulle città siriane, in particolare sulla zona residenziale di Douma.

Da un lato si prepara il tavolo delle trattative, o forse sarebbe più appropriato dire l’altare su cui la fallimentare diplomazia internazionale continuerà a sacrificare il popolo siriano. Dall’altro va avanti lo sterminio dei civili, su cui continuano a piovere bombe. E proprio nelle ore n cui la notizia dell’iniziativa americana faceva il giro del mondo, sotto gli ordigni de regime di assad crollavano decine di case e morivano bambini, donne, anziani che erano al loro interno.

In questo straziante quadro, dove la giustizia e l’incolumità dei civili sono sacrificate alle logiche di potere, arriva una voce di speranza, diffusa dalle immagini e dal racconto della Protezione Civile di Douma: un neonato viene estratto ancora vivo dalle macerie. Sulla tutina è ancora attaccato il ciuccio. Chissà cosa dirà, se mai diventerà grande e vedrà queste immagini. Sarà difficile spiegargli che quella non era una bomba straniera di un paese che ha aggredito la Siria, ma una bomba siriana usata contro i siriani stessi. Sarà ancora più difficile spiegargli che mentre lui è sopravvissuto e altri bambini morivano, i ‘grandi’ continuavano a disegnare le sorti del mondo a loro piacimento, senza curarsi del suo destino.

A Douma il giorno del IV anniversario dall’inizio del genocidio siriano si è consumato quello che i soccorritori definiscono un miracolo. Quasi un inno alla vita che è più forte della morte, nonostante l’orrore, nonostante l’ingiustizia. Negli stessi istanti, sempre a Douma, decine di bambini venivano estratti feriti e terrorizzati dai volontari della Protezione civile in una corsa contro il tempo.