“BiSogno di Pace” Concerto di Un ponte per… e UIL per la Siria

unnamed“BiSogno di Pace” Concerto di Un ponte per… e UIL per la Siria

14 marzo 2017 – ore 20:30 Teatro Riccardi Via Celsa 6 – Roma

Ingresso a sottoscrizione libera

È previsto un aperitivo di benvenuto Roma, 03/03/17.

Prosegue il rapporto di collaborazione tra la UIL e Un ponte per… con un evento di musica, parole e immagini per rendere omaggio alla Siria in occasione del 6° anniversario dall’inizio delle rivolte della popolazione civile per chiedere riforme al regime di Bashar Al-Asad.

L’evento, inoltre, è stato organizzato in continuità con il percorso intrapreso dalla UIL a Lampedusa in cui si è tenuto il 1° Meeting internazionale dei Leader sindacali e religiosi e per festeggiare il 67° anniversario del sindacato. Presenterà l’evento Alessandra Aldini (Coordinatrice Servizio Rapporti con le Ong, UIL) dando la parola, per i saluti, a Carmelo Barbagallo (Segretario Generale UIL) e Martina Pignatti Morano (Presidente Un ponte per…). E’ prevista, inoltre, la partecipazione di Asmae Dachan, giornalista italo-siriana vincitrice del Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016.

unnamed.jpgDalle 21.30, grazie alla direzione artistica di Bob Salmieri prenderà avvio il concerto: sul palco si alterneranno gli Erodoto Project con il loro jazz mediterraneo, i Mediterranti e il duo di chitarra e violino composto da Isaac De Martin e Alaa Arsheed, musicista costretto a fuggire dalla Siria. I fondi raccolti durante la serata andranno a sostenere i progetti umanitari di Un ponte per… in Siria in campo sanitario e quelli di educazione e sostegno psico-sociale dedicati ai rifugiati siriani nei Paesi limitrofi in cui opera l’organizzazione. È prevista, inoltre, una mostra fotografica allestita nel foyer, con scatti realizzati durante le missioni delle due organizzazioni promotrici dell’evento. BiSogno di Pace. Concerto di solidarietà con la Siria: http://www.facebook.com/events/1843358492598456/ —————————————-

Erodoto Project Musica dall’anima “latina”, con spiccati riferimenti alle atmosfere, ai colori, alle melodie del Bacino del Mediterraneo. Jazz nostrano, la cui trama si intreccia in un ordito fatto di Miti, di Medioriente e di Sicilia. Il repertorio è composto da brani originali, e da alcune canzoni della tradizione popolare del Sud Italia che hanno come tema il viaggio e il migrare.

Mediterranti Con il disco “Marenostrum”, i Mediterranti approdano alla riscoperta e alla valorizzazione delle tradizioni musicali che da secoli abitano il mar Mediterraneo. Facciamo nostra la frase che recita così: ”dove l’uomo divide la musica unisce”. E’ per questo che nel nostro viaggio musicale abbiamo scelto di eseguire brani che vengono dalle tradizioni Greche, Egiziane, Tunisine, Slave, Turche e Italiane, suonando anche brani originali dove confluiscono i colori del Flamenco con il Medioriente, delle Tammuriate con la musica Araba, unitamente alla Pizzica Salentina.

Isaac De Martin Musicista e produttore che ha fondato l’Adovabadan Jazz Band e il collettivo internazionale Sound Illustrators che ha sedi a Helsinki e a Berlino. Compone musica per il cinema e il teatro.

Alaa Arsheed Musicista siriano fuggito in Libano nel 2011 a seguito della guerra, con il sogno di suonare in Europa. Con l’aiuto di Fabbrico Musica produce Sham (“Damasco” in aramaico), un album di otto brani che si ispirano alla sua storia personale.

Ufficio Stampa Un ponte per… cecilia.dallanegra@unponteper.it – stampa@unponteper.it Tel. 06 44 70 2906 Ufficio Stampa UIL ufficiostampa@uil.it Tel. 06 47 53 285

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Aleppo,si cancella la memoria delle stragi

unnamed“Questo è il luogo del massacro avvenuto nel quartiere Al Sukkari, che ha provocato 120 martiri”. La scritta commemorativa rendeva omaggio alle vittime cadute il 16/06/2014 nel popoloso quartiere di Aleppo a seguito dell’esplosione di due barrel bombs sganciate dai velivoli del regime di Bashar al Assad. Ora che l’intera area è di nuovo sotto il controllo del governo di Damasco, la scritta è stata completamente coperta.

unnamed-1“Stanno cercando di cancellare la storia, la memoria delle stragi degli innocenti”, scrive un medico rimasto in zona, che ben ricorda quel massacro. “La differenza tra il regime e l’Isis”, commenta un attivista, “è che l’Isis aggiunge a quel nero slogan menzogneri, mentre Assad non ha bisogno di farlo”.

La notizia è stata diffusa oggi da alcuni oppositori e giunge pochi giorni dopo il ripristino, all’ingresso meridionale della città di Hama, della  statua di Hafiz al Assad. Il regime si sente forte e sta rimarcando il territorio. In rete gli attivisti rimasti nella martoriata città di Aleppo giurano che non dimenticheranno i propri morti.

Wadi Barada, donne e bambini prigionieri di Hezbollah

1484746949Le milizie libanesi di Hezbollah di istanza a Wadi Barada, nella periferia occidentale di Damasco hanno sequestrato numerose donne e bambini nella zona di Alshabka, vicina al villaggio di Baqiyn. “Siamo pronti a usarli come scudi umani”, avrebbero intimato i miliziani ai ribelli che controllano la zona.  Lo denunciano attivisti locali, aggiungendo che sono ripresi massicci bombardamenti sulle località di Madaya e Baqiyn, provocando diversi morti e feriti.

Le stesse fonti affermano che il sequestro dei civili è avvenuto poche ore dopo che le milizie di Hezbollah hanno costretto gli abitanti dei villaggi che si trovano nell’area tra i posti di blocco denominati “Giulia” e “Alshabak” ad evacuare, lasciando le proprie case per dirigersi verso Baqiyn e verso la zona di Maomura.  Si tratta di circa cinquanta famiglie. “La situazione dei civili è drammatica”, ha dichiarato una fonte locale raggiunta via Skype. “Le famiglie sono stremate, mancano acqua e medicinali, c’è bisogno di immediati aiuti umanitari. Il sequestro delle donne e dei bambini rappresenta una svolta drammatica della battaglia di Wadi Barada. Usarli come scudi umani per ricattare i ribelli è disumano. Temiamo seriamente per il loro destino”.

L’offensiva militare sui villaggi della vallata di Wadi Barada si protrae ormai da ventotto giorni e vede coinvolti l’esercito siriano e le milizie libanesi di Hezbollah che cercano di fare incursione nella zona, controllata dai ribelli. Barrel bombs e altri ordigni vengono sganciati per indebolire le sacche di resistenza e raggiungere la zona di Ain Al Fijia, dove si trova la diga che rifornisce acqua alla capitale Damasco e a tutta l’area capitolina. Nella sola giornata di oggi il regime ha sganciato oltre venticinque i barili bomba sulla zona. Da parte loro, le formazioni ribelli che combattono nella vallata di Wadi Barada hanno dichiarato, attraverso un comunicato, la propria contrarietà alla partecipazione delle forze d’opposizione ai colloqui di Astana.

Io, siriana di Aleppo, vi racconto la nostra guerra

1aForse presto per me per parlare di un testamento morale e professionale, ma questo  articolo/confessione, pubblicato su The Post Internazionale, in parte lo è. In queste righe mi racconto, da siriana, da aleppina che è al tempo stesso cronista della tragedia del suo popolo.

È passato circa un mese dall’evacuazione di Aleppo, da quei giorni terribili che hanno consegnato alla storia l’ennesimo genocidio consumato nell’indifferenza. Ora è arrivato il momento di ricominciare a scrivere, di raccontare cosa è successo dopo. Dove sono finiti i civili deportati, quali prospettive li attendono, se esiste, per loro un futuro. Aleppo, ma anche tutto il resto della Siria, a partire dalla tragica situazione a Wadi Barada, pesantemente presa di mira dai bombardamenti del regime e dalle incursioni di Hezbollah, per passare a Idlib, città sotto il controllo degli insorti, dove si sono tenute le le prime elezioni libere, nonostante i bombardamenti incessanti.

http://www.tpi.it/mondo/siria/dachan-siria-aleppo-racconto-nostra-guerra

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Bibliografia utile sulla Siria

9788861842571_0_0_700_80Per capire cosa sta accadendo in Siria è utile leggere alcuni testi che possono offrire un quadro approfondito e punti di vista diversi da quello che la cronaca, con i suoi tempi ristretti, può dare.

Mi limiterò qui a suggerire alcuni testi che ho letto e che per me sono stati una fonte preziosa di informazioni. Citerò anche alcuni colleghi giornalisti, fotografi, videomaker e reporter che seguono la questione siriana da tempo e i cui articoli sono di grande utilità.

Certamente questa bibliografia sarà arricchita e impreziosita. Mi scuso sin da ora se dimenticherò qualche nome.

  1. “Siria. Dagli Ottomani agli Asad … e oltre” di Lorenzo Trombetta  – Mondadori       Dello stesso autore vi consiglio il sito SiriaLibano
  2. Medio Oriente senza cristiani? di Rccardo Cristiano – Castelvecchi
  3. “La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana” ed “Esilio dalla Siria” – di Shadi Hamadi – Add Editore                                                                                 Vi consiglio di seguire anche il suo blog su Il Fatto Quotidiano
  4. “Innamorato dell’islam, credente in Gesù”  – Jaca Book e “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana” – Emibook  di Padre Paolo Dall’Oglio
  5.  “La macchina della morte” Garance Le Caisne  – Rizzoli
  6. “La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane” di Mustafa Khalifa – Castelvecchi editore
  7. “Elogio dell’odio” di Khaled Khalifa – Bompiani
  8. “Siria in fuga. L’emergenza umanitaria dei profughi siriani in Libano o in Giordania” di Laura Tangherlini e “Libano nel baratro nella della crisi siriana” di Laura Tangherlini e Matteo Bressan – Poiesis
  9. “Il principio di una rivoluzione umanaa e i suoi antefatti. Dall’Egitto alla Siria” di Mamadou Ly e Dario Renzi – Prospettiva Edizioni
  10. “Isis. Inside the army of terror” di Hassan Hassan – Regan Arts
  11. Per chi ama la poesia consiglio la lettura dei versi di  Nizar Qabbani e le mie sillogi “Tu, Siria” di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr Giaconi Editore  e “Noura” di Asmae Dachan – Blu di Prussia Editore
  12. Non riguarda la Siria, ma ne consiglio vivamente la lettura per capire come si cresce in un Paese in guerra “L’ultimo lenzuolo bianco” di Farhad Bitani – Guaraldi Editore.

Oltre ai libri vi consiglio anche di seguire i reportage e di leggere gli articoli di Amedeo Ricucci,Cristiano Tinazzi, Germano Monti, Lorenzo Cremonesi, Fouad Roueiha (Osservatorioiraq.it), Alberto Savioli, Lorenzo Grisha Declic e Gabriele Del GrandeRuben Lagattolla (https://vimeo.com/107134759). 

 

 

Cosa sta accadendo a Mosul? Intervista ad Amedeo Ricucci

ricucci-iraq-2016fL’Iraq rappresenta una delle ferite più grandi per il Medio Oriente. Da oltre trent’anni in guerra, è un Paese dove i giovani non sanno cosa voglia dire la pace. Le informazioni che arrivano parlano di un’imminente sconfitta dell’Isis e sembra che il peggio sia passato. Ma è davvero così? L’ho chiesto al collega Amedeo Ricucci, pluripremiato inviato Rai, tra i maggiori esperti di Medio Oriente e terrorismo, al suo rientro dalle porte di Mosul, dove tornerà nei prossimi giorni per continuare a documentare.

Foto di Amedeo Ricucci

Quale situazione hai lasciato a Mosul?

“Una cosa è l’eco mediatica di quello che sta succedendo, un’altra è la realtà sul terreno. Dire che gli irakeni sono entrati a Mosul sembra una notizia molto bella, la fine dell’Isis e dei suoi orrori, ma purtroppo non è così. Entrare a Mosul, città conquistata e tenuta dall’Isis, vuol dire che si procede di un metro ogni tre ore, perché comunque c’è da sminare il terreno e ci sono le trappole esplosive. La battaglia vera per Mosul, quindi, è solo iniziata e stando almeno ai precedenti che abbiamo, Kobane in Siria, Sirte in Libia, ma anche Ramadi e Falluja in Iraq, non è una questione che si risolverà in breve tempo. È ovvio che i comandi militari irakeni e quelli curdi facciano proclami di vittoria, ma non è così semplice la questione”.

Si può parlare di sconfitta dell’Isis?

“Che la sconfitta dell’Isis sia prossima è ovvio, lo era già prima che iniziasse l’avanzata, nel senso che l’Isis non ha mai mantenuto forze soverchianti a Mosul, né nelle altre città che ha occupato. Il sedicente califfato ha sempre peccato sul piano militare di non avere una potenza di fuoco comparabile agli eserciti con cui si confrontava. Mosul l’ha conquistata grazie all’effetto sorpresa, perché l’esercito irakeno, davanti all’avanzata di combattenti agguerriti e addestrati, è scappato.  L’Isis si è così impossessata delle loro armi pesanti e ha conquistato Mosul. Ci sono voluti due anni per ricostituire un esercito iracheno abbastanza affidabile, la cui manovalanza è stata costituita soprattutto dai peshmerga curdi che hanno un’esperienza trentennale di guerriglia sul campo. Sono stati loro a conquistare chilometro su chilometro.Ricucci Iraq 2016e.jpg

In due settimane di offensive l’Isis ha lanciato ben ottanta attacchi kamikaze, molti dei quali hanno provocato vittime.  Le cifre dei morti e feriti tra le fila dell’esercito irakeno e i peshmerga non è dato saperle, le tengono segrete. A noi giornalisti non è stato dato accesso neppure ai funerali. Secondo la propaganda dell’Isis si parlava di 250 morti solo nella prima settimana. Le ultime notizie riferiscono comunque di un’aspra resistenza nella cintura periferica di Mosul. Hassan Hassan, che è il giornalista che forse conosce meglio la realtà dell’Isis diceva che anche sulla base di testimonianze di combattenti che fuggivano, il sedicente califfato ha già dato per persa la città, e non considera questa perdita una cosa grave. L’Isis sta smettendo di essere un presunto Stato islamico e torna a essere un movimento di guerriglia che va a rifugiarsi nel deserto. Stanno puntando a trasferirsi in Siria, intorno a Raqqa probabilmente. Questo non vuol dire che il pericolo cessi ”.

Mosul senza Isis sarà una città finalmente libera?

Ricucci Iraq 2016g.jpg“Il vero problema non è solo strappare Mosul all’Isis, ma cosa fare poi di questa città, perché comunque la situazione è complessa. Mosul è sempre stata contesa tra arabi e curdi; inoltre c’è la pressione della minoranza turcomanna che è attiva e presente nella città ed è difesa dall’esercito turco. Per questo bisognerà capire come le varie forze si metteranno d’accordo per avanzare e stabilire la pace. Il problema, e lo dimostra la storia dell’Iraq, non è tanto strappare le città ai miliziani di al Baghdady, ma piuttosto come governarle dopo. Bisogna evitare che il fondamentalismo riappaia sotto nuove vesti. È stato così tra il 2006 e il 2007, quando al Qaeda è stata sì sconfitta dagli americani, ma è rimasta perché le tribù sunnite sono state penalizzate dal governo centrale di Baghdad, favorendo così il rafforzamento del fondamentalismo.  La stessa cosa rischia di accadere a Mosul”.

In questo, momento quali sono le forze in campo?

Ricucci Iraq 2016c.jpg“Il quadro è articolato e complesso. Ci sono i peshmerga curdi che hanno effettivamente svolto il loro lavoro, facendo l’avanzata più veloce e arrivando a cinque chilometri da Mosul, dove poi si sono fermati.  L’accordo politico che c’è col governo di Baghdad, infatti, è che i curdi non debbano entrare a Mosul, che è una città araba. In questi giorni però, i curdi hanno fatto una dichiarazione importante tramite il presidente Barzani, affermando chela terra che i curdi hanno conquistato (circa il 90% del territorio conteso) resterà terra del governo curdo regionale. Già questo potrebbe rappresentare un problema.   Baghdad ha ammonito l’esercito turco a non entrare a Mosul. L’esercito turco è lì a pochi chilometri, ha le forze per avanzare, ma Baghdad non vuole il suo ingresso in città. Vedremo se la Turchia ottempererà a questo diktat. Ankara dice che i turcomanni sono sotto la sua protezione, sono una componente minoritaria importante a Mosul. Bisogna poi domandarsi, da parte dell’esercito irakeno, chi è che entrerà, se l’esercito regolare irakeno, the Iraqi Defence Forces, oppure le milizie. Tra queste ultime ho visto sul campo soprattutto ritratti di Alì, quindi sono gli sciiti che andavano al fronte”.

Cosa comporterebbe questo ingresso?

Ricucci Iraq 2016d.jpg“Se entrano gli sciiti c’è il rischio che la popolazione di Mosul venga presa dal panico perché le milizie sciite, stando ai rapporti di Amnesty International, e di tutti gli organismi internazionali, si sono già caratterizzate per operazioni di pulizia etnica, come è accaduto a Ramady, Falluja e Tikrit. Sono precedenti per nulla positivi. È vero che sotto l’ombrello delle milizie, ci sono anche assiri, cristiani e sunniti, però la grande maggioranza, dai cinque ai 10mila combattenti, sono sciiti. Il passato ci insegna che il fondamentalismo è risorto perché il governo di Baghdad ha penalizzato i sunniti e questa esclusione li ha spinti ad avvicinarsi agli elementi più radicali ed estremisti.  Oggi più che mai l’Iraq ha bisogno di una pace duratura, una pace che non può che includere i sunniti che rappresentano il 30% della popolazione e a che a Mosul sono la stragrande maggioranza”.

Esiste un dato certo del numero dei miliziani asserragliati a Mosul?

Ricucci Iraq 2016b.jpg“Assolutamente no; stime più attendibili parlano di 3mila, massimo 5mila combattenti. Le cifre sono molto aleatorie. A Sirte, in Libia, si diceva che fossero 7mila, poi si è scoperto che in realtà il grosso di questi combattenti era riuscito a fuggire. Ora non sappiamo quanta gente sia riuscita effettivamente a scappare da Mosul. È comunque vero che il corridoio di uscita, che dalla città porta verso Ovest, in Siria, è stato lasciato ai combattenti dell’Isis (siriani, irakeni e foreing fighters) e soprattutto alle loro famiglie.  Ora questo corridoio è stato messo in pericolo dall’attacco delle milizie sciite vicino al confine siriano sulla città di Tal Afar, che conta circa 100mila abitanti. Se l’attacco va avanti, questa via di fuga verrà chiusa e l’Isis rimarrà prigioniera insieme ai suoi stessi ostaggi civili. L’Indipendent parlava della presenza di Abu Bakr Albaghdady all’interno della città. Sono notizie che si rincorrono, ma probabilmente non sapremo mai la verità, se non alla fine”.

Ricurri Iraq 2016 i.jpgQual è la situazione dei civili, si può parlare di crisi umanitaria?

“ I civili fuggiti da Mosul sono 4/5mila, stanno in campi ben attrezzati, allestiti sia dalle forze curde, che da quelle irakene. I numeri per ora non sono quelli di una crisi umanitaria, come ad esempio quella in corso ad Aleppo. La grande incognita sono i civili ancora prigionieri all’interno della città, circa un milione e mezzo tra autoctoni e abitanti dei villaggi limitrofi che l’Isis ha rastrellato portando a Mosul. Ho fatto un reportage sulla resistenza all’interno di Mosul e dalle testimonianze raccolte ci sarebbero cecchini dappertutto che impediscono ai civili di uscire di casa. L’intenzione è di usarli come scudi umani.  Comunque sarà difficile entrare ed evitare la carneficina di civili. Teniamo presente che l’interno della città vecchia, la old Mosul, dove è trincerato il grosso delle forze dell’Isis, è un posto dove non si entra con i carro armati; bisognerà avanzare casa per casa e l’Isis ha già dimostrato di essere estremamente efficace in questo tipo di scontro, con trappole esplosive di ogni tipo e autobombe. Per questo la battaglia non è ancora vinta. Possiamo dire che la vittoria è già data, però i tempi per ottenerla sono tutti da vedere”.

Video: storia di Nour, una bimba ferita

In questo quadro drammatico, c’è una nota positiva, il ritorno della croce sui villaggi cristiani.

Ricucci Iraq 2016a.jpg“In quasi tutti i villaggi della terra di Ninive, come a Karakosh e Karamles è effettivamente tornata la croce cristiana. L’operazione di riconquista di questi villaggi è stata appannaggio dell’esercito irakeno. Sono villaggi dove la popolazione, comunque, non è ancora rientrata perché bisogna bonificare tutta l’area. Pochi giorni fa sono state ritrovate due anziane donne, di ottantacinque e novant’anni che avevano vissuto per venticinque mesi nascoste in un seminterrato, mentre l’Isis controllava il villaggio. È una storia straordinaria. Ora sono entrambe in ospedale. Ho visitato sia Karakosh, sia Karamles. Lì la furia distruttiva dell’Isis ha assunto i contorni della persecuzione religiosa perché comunque le chiese sono state tutte profanate e distrutte. A Karamles il santuario di Santa Barbara, che è una delle perle del cristianesimo caldeo, è stato utilizzato come base dell’Isis con tunnel interminabili che servivano a nascondere i miliziani”.

Quanto contano gli errori del passato in Iraq?

“Tantissimo. Adesso siamo tutti eccitati di fronte a questa riconquista di Mosul e ci si dimentica che l’Iraq è un Paese che da trentasei anni vive in guerra. Prima contro l’Iran all’epoca di Saddam Hussein, poi le rivolte curde a più riprese, poi la prima e la seconda guerra del golfo, poi c’è stata al Qaeda, l’occupazione americana e chi più ne ha più ne metta.  I giovani che sono al fronte non sanno cos’è la pace perché non l’hanno mai vissuta. È un Paese che va rimesso completamente in sesto, ma non si può farlo senza rispettare la sua complessa componente etnica. Ci sono sunniti, sciiti, curdi, yazidi e diverse altre minoranze. La posta in gioco è importantissima e ovviamente il petrolio e le risorse economiche rischiano di rendere questa partita molto più complicata”.

Quali sono le differenze nell’effettiva battaglia contro l’Isis in Siria e in Iraq?Molti paragonano Mosul ad Aleppo

“Non c’è nessun raffronto possibile tra Mosul e Aleppo. Sono situazioni completamente diverse. Ad Aleppo non c’è l’Isis a combattere, ma il regime che bombarda le zone occupate dall’Esercito Siriano Libero. L’Isis è fuori dalla partita militare ad Aleppo. Quello che fa la differenza è il fatto che a Mosul ci sono centinaia di giornalisti e quindi quella di Mosul è una battaglia che i media possono seguire e raccontare. Aleppo resta un massacro che va avanti ormai da anni, senza che nessuno possa documentarlo”.

Quali sono, secondo te, le possibili prospettive?

“ Vedo sia elementi positivi, che negativi.  O la battaglia di Mosul porta a una ridefinizione dei rapporti tra la comunità sciita e sunnita, o ci sarà la possibilità, e l’Isis lo sa già, di riconquistare la minoranza sunnita emarginata. L’Isis non sparirà, si nasconderà nelle pieghe della società sunnita e se questa non verrà reintegrata, c’è il rischio che l’Isis o chi ne prenderà il posto, trovi terreno fertile per ricominciare la sua guerriglia”.

Il mio incontro con Papa Francesco

img-20160922-wa0060“Voi scrivete la prima bozza della storia”: è una delle prima frasi che Papa Francesco ha pronunciato nel suo discorso davanti ai giornalisti italiani, ricevuti in udienza privata lo scorso 22 settembre 2016. È una considerazione bellissima, su cui tante volte ho riflettuto e che ora assume i tratti di una vera e propria missione, da onorare ogni giorno.

La delegazione è numerosa, ci sono anche io, invitata dai colleghi che conoscono la mia stima e ammirazione per il Pontefice e il mio fermo e convinto impegno in favore del dialogo e contro il fanatismo. Mi hanno fatto il più bel regalo di sempre.

Sono seduta in quinta fila, lo vedo entrare e riesco a osservarlo per tutto il tempo. Quando pronuncia il suo discorso si alza in piedi. Le sue parole sono un’esortazione a un impegno impregnato di etica. Ho dimenticato il mio immancabile taccuino e prendo appunti sul retro dei bigliettini da visita che ci siamo scambiati con alcuni colleghi. Il Pontefice ci esorta a fermarci e riflettere, ad amare la verità, a vivere con professionalità e a rispettare la dignità umana. Il Santo Padre ci ricorda che il giornalismo può diventare un’arma di distruzione, ma anche uno strumento di costruzione. Sono concetti con cui mi confronto ogni giorno e che motivano il mio impegno professionale. È come se aspettassi da sempre di ascoltare queste parole.

Arriva l’atteso momento dei saluti. Non so se tutti i presenti potranno stringere la mano a Papa Francesco; aspetto indicazioni e mentalmente ripenso alle parole che vorrei dirgli e sui cui rifletto da alcuni giorni. Fanno alzare anche la fila in cui sono seduta. Il cuore mi batte forte, mi sembra un sogno che sta per realizzarsi. Vicino al Pontefice c’è il presidente dell’Ordine Iacopino che mi presenta. Sono davanti al Papa, gli stingo la mano e gli dico “Grazie per tutto quello che fa per la Siria. La mia penna e la mia vita sono al servizio della pace. Io sono con lei e condivido il suo impegno”. Il Pontefice mi ascolta e mi sorride e poi mi dice: “Insieme, dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme”. Sono stati pochi istanti, ma mi sono sembrati lunghi, intensi. Di certo hanno cambiato per sempre la mia vita.

Esco dal Vaticano col sorriso, gli occhi lucidi dall’emozione, il cuore che batte forte e soprattutto un nuovo slancio, una spinta a vivere con sempre maggiore intensità e passione il mio lavoro. Sono una musulmana praticante e oggi ho conosciuto il massimo esponente della Chiesa cristiana, ma ho conosciuto soprattutto un uomo di nome Francesco. Un gesuita come Padre Paolo Dall’Oglio, che noi italo-siriani tanto amiamo. Semplice, umile, umano, che parla guardando gli altri negli occhi, con un un tono di voce pacato, ma che con le sue parole è capace di far muovere le montagne. In questa vicinanza umana trova pace la mia anima che di fronte alle tante sofferenze che stiamo vivendo è continuamente alla ricerca di una speranza. “Insieme”, mi ha ripetuto il Papa e queste parole si sono scolpite nel mio cuore come una nuove missione. Nel congedarsi il Pontefice ci ha benedetto e ci ha chiesto di pregare per lui. Io lo farò sempre.