Cosa sta accadendo a Mosul? Intervista ad Amedeo Ricucci

ricucci-iraq-2016fL’Iraq rappresenta una delle ferite più grandi per il Medio Oriente. Da oltre trent’anni in guerra, è un Paese dove i giovani non sanno cosa voglia dire la pace. Le informazioni che arrivano parlano di un’imminente sconfitta dell’Isis e sembra che il peggio sia passato. Ma è davvero così? L’ho chiesto al collega Amedeo Ricucci, pluripremiato inviato Rai, tra i maggiori esperti di Medio Oriente e terrorismo, al suo rientro dalle porte di Mosul, dove tornerà nei prossimi giorni per continuare a documentare.

Foto di Amedeo Ricucci

Quale situazione hai lasciato a Mosul?

“Una cosa è l’eco mediatica di quello che sta succedendo, un’altra è la realtà sul terreno. Dire che gli irakeni sono entrati a Mosul sembra una notizia molto bella, la fine dell’Isis e dei suoi orrori, ma purtroppo non è così. Entrare a Mosul, città conquistata e tenuta dall’Isis, vuol dire che si procede di un metro ogni tre ore, perché comunque c’è da sminare il terreno e ci sono le trappole esplosive. La battaglia vera per Mosul, quindi, è solo iniziata e stando almeno ai precedenti che abbiamo, Kobane in Siria, Sirte in Libia, ma anche Ramadi e Falluja in Iraq, non è una questione che si risolverà in breve tempo. È ovvio che i comandi militari irakeni e quelli curdi facciano proclami di vittoria, ma non è così semplice la questione”.

Si può parlare di sconfitta dell’Isis?

“Che la sconfitta dell’Isis sia prossima è ovvio, lo era già prima che iniziasse l’avanzata, nel senso che l’Isis non ha mai mantenuto forze soverchianti a Mosul, né nelle altre città che ha occupato. Il sedicente califfato ha sempre peccato sul piano militare di non avere una potenza di fuoco comparabile agli eserciti con cui si confrontava. Mosul l’ha conquistata grazie all’effetto sorpresa, perché l’esercito irakeno, davanti all’avanzata di combattenti agguerriti e addestrati, è scappato.  L’Isis si è così impossessata delle loro armi pesanti e ha conquistato Mosul. Ci sono voluti due anni per ricostituire un esercito iracheno abbastanza affidabile, la cui manovalanza è stata costituita soprattutto dai peshmerga curdi che hanno un’esperienza trentennale di guerriglia sul campo. Sono stati loro a conquistare chilometro su chilometro.Ricucci Iraq 2016e.jpg

In due settimane di offensive l’Isis ha lanciato ben ottanta attacchi kamikaze, molti dei quali hanno provocato vittime.  Le cifre dei morti e feriti tra le fila dell’esercito irakeno e i peshmerga non è dato saperle, le tengono segrete. A noi giornalisti non è stato dato accesso neppure ai funerali. Secondo la propaganda dell’Isis si parlava di 250 morti solo nella prima settimana. Le ultime notizie riferiscono comunque di un’aspra resistenza nella cintura periferica di Mosul. Hassan Hassan, che è il giornalista che forse conosce meglio la realtà dell’Isis diceva che anche sulla base di testimonianze di combattenti che fuggivano, il sedicente califfato ha già dato per persa la città, e non considera questa perdita una cosa grave. L’Isis sta smettendo di essere un presunto Stato islamico e torna a essere un movimento di guerriglia che va a rifugiarsi nel deserto. Stanno puntando a trasferirsi in Siria, intorno a Raqqa probabilmente. Questo non vuol dire che il pericolo cessi ”.

Mosul senza Isis sarà una città finalmente libera?

Ricucci Iraq 2016g.jpg“Il vero problema non è solo strappare Mosul all’Isis, ma cosa fare poi di questa città, perché comunque la situazione è complessa. Mosul è sempre stata contesa tra arabi e curdi; inoltre c’è la pressione della minoranza turcomanna che è attiva e presente nella città ed è difesa dall’esercito turco. Per questo bisognerà capire come le varie forze si metteranno d’accordo per avanzare e stabilire la pace. Il problema, e lo dimostra la storia dell’Iraq, non è tanto strappare le città ai miliziani di al Baghdady, ma piuttosto come governarle dopo. Bisogna evitare che il fondamentalismo riappaia sotto nuove vesti. È stato così tra il 2006 e il 2007, quando al Qaeda è stata sì sconfitta dagli americani, ma è rimasta perché le tribù sunnite sono state penalizzate dal governo centrale di Baghdad, favorendo così il rafforzamento del fondamentalismo.  La stessa cosa rischia di accadere a Mosul”.

In questo, momento quali sono le forze in campo?

Ricucci Iraq 2016c.jpg“Il quadro è articolato e complesso. Ci sono i peshmerga curdi che hanno effettivamente svolto il loro lavoro, facendo l’avanzata più veloce e arrivando a cinque chilometri da Mosul, dove poi si sono fermati.  L’accordo politico che c’è col governo di Baghdad, infatti, è che i curdi non debbano entrare a Mosul, che è una città araba. In questi giorni però, i curdi hanno fatto una dichiarazione importante tramite il presidente Barzani, affermando chela terra che i curdi hanno conquistato (circa il 90% del territorio conteso) resterà terra del governo curdo regionale. Già questo potrebbe rappresentare un problema.   Baghdad ha ammonito l’esercito turco a non entrare a Mosul. L’esercito turco è lì a pochi chilometri, ha le forze per avanzare, ma Baghdad non vuole il suo ingresso in città. Vedremo se la Turchia ottempererà a questo diktat. Ankara dice che i turcomanni sono sotto la sua protezione, sono una componente minoritaria importante a Mosul. Bisogna poi domandarsi, da parte dell’esercito irakeno, chi è che entrerà, se l’esercito regolare irakeno, the Iraqi Defence Forces, oppure le milizie. Tra queste ultime ho visto sul campo soprattutto ritratti di Alì, quindi sono gli sciiti che andavano al fronte”.

Cosa comporterebbe questo ingresso?

Ricucci Iraq 2016d.jpg“Se entrano gli sciiti c’è il rischio che la popolazione di Mosul venga presa dal panico perché le milizie sciite, stando ai rapporti di Amnesty International, e di tutti gli organismi internazionali, si sono già caratterizzate per operazioni di pulizia etnica, come è accaduto a Ramady, Falluja e Tikrit. Sono precedenti per nulla positivi. È vero che sotto l’ombrello delle milizie, ci sono anche assiri, cristiani e sunniti, però la grande maggioranza, dai cinque ai 10mila combattenti, sono sciiti. Il passato ci insegna che il fondamentalismo è risorto perché il governo di Baghdad ha penalizzato i sunniti e questa esclusione li ha spinti ad avvicinarsi agli elementi più radicali ed estremisti.  Oggi più che mai l’Iraq ha bisogno di una pace duratura, una pace che non può che includere i sunniti che rappresentano il 30% della popolazione e a che a Mosul sono la stragrande maggioranza”.

Esiste un dato certo del numero dei miliziani asserragliati a Mosul?

Ricucci Iraq 2016b.jpg“Assolutamente no; stime più attendibili parlano di 3mila, massimo 5mila combattenti. Le cifre sono molto aleatorie. A Sirte, in Libia, si diceva che fossero 7mila, poi si è scoperto che in realtà il grosso di questi combattenti era riuscito a fuggire. Ora non sappiamo quanta gente sia riuscita effettivamente a scappare da Mosul. È comunque vero che il corridoio di uscita, che dalla città porta verso Ovest, in Siria, è stato lasciato ai combattenti dell’Isis (siriani, irakeni e foreing fighters) e soprattutto alle loro famiglie.  Ora questo corridoio è stato messo in pericolo dall’attacco delle milizie sciite vicino al confine siriano sulla città di Tal Afar, che conta circa 100mila abitanti. Se l’attacco va avanti, questa via di fuga verrà chiusa e l’Isis rimarrà prigioniera insieme ai suoi stessi ostaggi civili. L’Indipendent parlava della presenza di Abu Bakr Albaghdady all’interno della città. Sono notizie che si rincorrono, ma probabilmente non sapremo mai la verità, se non alla fine”.

Ricurri Iraq 2016 i.jpgQual è la situazione dei civili, si può parlare di crisi umanitaria?

“ I civili fuggiti da Mosul sono 4/5mila, stanno in campi ben attrezzati, allestiti sia dalle forze curde, che da quelle irakene. I numeri per ora non sono quelli di una crisi umanitaria, come ad esempio quella in corso ad Aleppo. La grande incognita sono i civili ancora prigionieri all’interno della città, circa un milione e mezzo tra autoctoni e abitanti dei villaggi limitrofi che l’Isis ha rastrellato portando a Mosul. Ho fatto un reportage sulla resistenza all’interno di Mosul e dalle testimonianze raccolte ci sarebbero cecchini dappertutto che impediscono ai civili di uscire di casa. L’intenzione è di usarli come scudi umani.  Comunque sarà difficile entrare ed evitare la carneficina di civili. Teniamo presente che l’interno della città vecchia, la old Mosul, dove è trincerato il grosso delle forze dell’Isis, è un posto dove non si entra con i carro armati; bisognerà avanzare casa per casa e l’Isis ha già dimostrato di essere estremamente efficace in questo tipo di scontro, con trappole esplosive di ogni tipo e autobombe. Per questo la battaglia non è ancora vinta. Possiamo dire che la vittoria è già data, però i tempi per ottenerla sono tutti da vedere”.

Video: storia di Nour, una bimba ferita

In questo quadro drammatico, c’è una nota positiva, il ritorno della croce sui villaggi cristiani.

Ricucci Iraq 2016a.jpg“In quasi tutti i villaggi della terra di Ninive, come a Karakosh e Karamles è effettivamente tornata la croce cristiana. L’operazione di riconquista di questi villaggi è stata appannaggio dell’esercito irakeno. Sono villaggi dove la popolazione, comunque, non è ancora rientrata perché bisogna bonificare tutta l’area. Pochi giorni fa sono state ritrovate due anziane donne, di ottantacinque e novant’anni che avevano vissuto per venticinque mesi nascoste in un seminterrato, mentre l’Isis controllava il villaggio. È una storia straordinaria. Ora sono entrambe in ospedale. Ho visitato sia Karakosh, sia Karamles. Lì la furia distruttiva dell’Isis ha assunto i contorni della persecuzione religiosa perché comunque le chiese sono state tutte profanate e distrutte. A Karamles il santuario di Santa Barbara, che è una delle perle del cristianesimo caldeo, è stato utilizzato come base dell’Isis con tunnel interminabili che servivano a nascondere i miliziani”.

Quanto contano gli errori del passato in Iraq?

“Tantissimo. Adesso siamo tutti eccitati di fronte a questa riconquista di Mosul e ci si dimentica che l’Iraq è un Paese che da trentasei anni vive in guerra. Prima contro l’Iran all’epoca di Saddam Hussein, poi le rivolte curde a più riprese, poi la prima e la seconda guerra del golfo, poi c’è stata al Qaeda, l’occupazione americana e chi più ne ha più ne metta.  I giovani che sono al fronte non sanno cos’è la pace perché non l’hanno mai vissuta. È un Paese che va rimesso completamente in sesto, ma non si può farlo senza rispettare la sua complessa componente etnica. Ci sono sunniti, sciiti, curdi, yazidi e diverse altre minoranze. La posta in gioco è importantissima e ovviamente il petrolio e le risorse economiche rischiano di rendere questa partita molto più complicata”.

Quali sono le differenze nell’effettiva battaglia contro l’Isis in Siria e in Iraq?Molti paragonano Mosul ad Aleppo

“Non c’è nessun raffronto possibile tra Mosul e Aleppo. Sono situazioni completamente diverse. Ad Aleppo non c’è l’Isis a combattere, ma il regime che bombarda le zone occupate dall’Esercito Siriano Libero. L’Isis è fuori dalla partita militare ad Aleppo. Quello che fa la differenza è il fatto che a Mosul ci sono centinaia di giornalisti e quindi quella di Mosul è una battaglia che i media possono seguire e raccontare. Aleppo resta un massacro che va avanti ormai da anni, senza che nessuno possa documentarlo”.

Quali sono, secondo te, le possibili prospettive?

“ Vedo sia elementi positivi, che negativi.  O la battaglia di Mosul porta a una ridefinizione dei rapporti tra la comunità sciita e sunnita, o ci sarà la possibilità, e l’Isis lo sa già, di riconquistare la minoranza sunnita emarginata. L’Isis non sparirà, si nasconderà nelle pieghe della società sunnita e se questa non verrà reintegrata, c’è il rischio che l’Isis o chi ne prenderà il posto, trovi terreno fertile per ricominciare la sua guerriglia”.

Il mio incontro con Papa Francesco

img-20160922-wa0060“Voi scrivete la prima bozza della storia”: è una delle prima frasi che Papa Francesco ha pronunciato nel suo discorso davanti ai giornalisti italiani, ricevuti in udienza privata lo scorso 22 settembre 2016. È una considerazione bellissima, su cui tante volte ho riflettuto e che ora assume i tratti di una vera e propria missione, da onorare ogni giorno.

La delegazione è numerosa, ci sono anche io, invitata dai colleghi che conoscono la mia stima e ammirazione per il Pontefice e il mio fermo e convinto impegno in favore del dialogo e contro il fanatismo. Mi hanno fatto il più bel regalo di sempre.

Sono seduta in quinta fila, lo vedo entrare e riesco a osservarlo per tutto il tempo. Quando pronuncia il suo discorso si alza in piedi. Le sue parole sono un’esortazione a un impegno impregnato di etica. Ho dimenticato il mio immancabile taccuino e prendo appunti sul retro dei bigliettini da visita che ci siamo scambiati con alcuni colleghi. Il Pontefice ci esorta a fermarci e riflettere, ad amare la verità, a vivere con professionalità e a rispettare la dignità umana. Il Santo Padre ci ricorda che il giornalismo può diventare un’arma di distruzione, ma anche uno strumento di costruzione. Sono concetti con cui mi confronto ogni giorno e che motivano il mio impegno professionale. È come se aspettassi da sempre di ascoltare queste parole.

Arriva l’atteso momento dei saluti. Non so se tutti i presenti potranno stringere la mano a Papa Francesco; aspetto indicazioni e mentalmente ripenso alle parole che vorrei dirgli e sui cui rifletto da alcuni giorni. Fanno alzare anche la fila in cui sono seduta. Il cuore mi batte forte, mi sembra un sogno che sta per realizzarsi. Vicino al Pontefice c’è il presidente dell’Ordine Iacopino che mi presenta. Sono davanti al Papa, gli stingo la mano e gli dico “Grazie per tutto quello che fa per la Siria. La mia penna e la mia vita sono al servizio della pace. Io sono con lei e condivido il suo impegno”. Il Pontefice mi ascolta e mi sorride e poi mi dice: “Insieme, dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme”. Sono stati pochi istanti, ma mi sono sembrati lunghi, intensi. Di certo hanno cambiato per sempre la mia vita.

Esco dal Vaticano col sorriso, gli occhi lucidi dall’emozione, il cuore che batte forte e soprattutto un nuovo slancio, una spinta a vivere con sempre maggiore intensità e passione il mio lavoro. Sono una musulmana praticante e oggi ho conosciuto il massimo esponente della Chiesa cristiana, ma ho conosciuto soprattutto un uomo di nome Francesco. Un gesuita come Padre Paolo Dall’Oglio, che noi italo-siriani tanto amiamo. Semplice, umile, umano, che parla guardando gli altri negli occhi, con un un tono di voce pacato, ma che con le sue parole è capace di far muovere le montagne. In questa vicinanza umana trova pace la mia anima che di fronte alle tante sofferenze che stiamo vivendo è continuamente alla ricerca di una speranza. “Insieme”, mi ha ripetuto il Papa e queste parole si sono scolpite nel mio cuore come una nuove missione. Nel congedarsi il Pontefice ci ha benedetto e ci ha chiesto di pregare per lui. Io lo farò sempre.

 

 

Perché accolgo e rilancio l’appello del Papa

Su_Santidad_Papa_Francisco (1).jpgLo scorso 14 settembre, durante una messa in ricordo di padre Jaques Hammel, barbaramente ucciso a Rouen, in Francia, Papa Francesco ha rivolto un appello: Quanto mi piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”.  Le parole del Pontefice, pronunciate con dolore e coraggio, sono un’esortazione che non ho potuto non accogliere e rilanciare. Da credente e da teologa, infatti, non mi stancherò mai di dire che tutte le barbarie e i crimini che vengono commessi in nome di Dio, in nome di Allah, non sono altro che una bestemmia, un’offesa ai valori e agli insegnamenti della fede. Uccidere bambini, civili disarmati e innocenti, religiosi e persino animali e piante è considerato dall’islam haram, peccato, anche in contesti di guerra.

Da troppi anni stiamo assistendo a un uso blasfemo e strumentale del nome di Allah, tanto che è stata sdoganata l’espressione “terrorismo islamico”, che oltre a ferirci come credenti, costituisce di per sé un ossimoro. Il terrorismo è l’opposto della fede, non una sua espressione. L’islam oggi è diventato una sorta di brand per le multinazionali del terrore, che usano il nome e la simbologia di questa religione per attirare adepti e per crearsi una bandiera sotto la quale operare. L’islam è diventato una copertura che incarna l’immagine del nemico perfetto nascondendo la realtà di militari e funzionari di servizi collusi, miliziani e contractors, trafficanti di armi e di esseri umani, poteri nascosti che stanno ridisegnando la geopolitica del Medio Oriente e gli equilibri e le alleanze internazionali. Questa copertura in molti casi è sostenuta da religiosi corrotti e politicizzati, che indottrinano giovani in cerca di un’identità e di un riscatto e inquinano le loro menti con l’odio e la propaganda. Tutto questo forse rappresenta il peggior incubo per i fedeli, che vedono macchiata per sempre la propria immagine e la propria identità. Cos’è tutto questo, se non opera del diavolo, che è l’incarnazione del male, della corruzione, della falsità? Ecco perché io abbraccio e faccio mio il pensiero di Papa Francesco. Uccidere in nome di Dio è satanico, è opera del demonio, è amal al-shaytan.

In Siria e in Iraq, dove Daesh/Isis ha iniziato a operare tra il 2013 e il 2014, conosciamo bene di cosa sono capaci i terroristi. Si sono insediati nella lotta di un popolo che chiedeva libertà e diritti umani, sono penetrati nel tessuto sociale fingendosi sostenitori dei partigiani per poi mostrarsi in tutta la loro crudeltà. Massacri, esecuzioni, stupri, pulizia etnica, distruzione del patrimonio storico e artistico. Sono il rovescio della medaglia delle azioni del regime che bombarda il suo stesso popolo, distrugge le sue stesse città, tortura i suoi stessi cittadini, li costringe alla fame, alla malattia e all’esilio. Anche tutto questo è demoniaco, disumano, terribile. Il resto del mondo ha poi conosciuto le atrocità di cui sono capaci questi criminali e ci sono state centinaia di vittime innocenti.

Per sconfiggere il terrorismo non servono bombardamenti, serve ben altro, iniziando dal blocco dei loro finanziamenti e della fornitura di armi e dall’interruzione dell’acquisto del petrolio iracheno e siriano su cui Daesh/Isis ha messo le mani. Andrebbero poi immediatamente bloccati tutti i loro canali di propaganda e chiuse le loro reti di comunicazione. È assurdo continuare a dare loro visibilità e spazio, condividendo i loro proclami e lasciando che facciano proseliti. La battaglia contro questo male, il male del secolo, è infatti anche culturale. I giovani devono avere gli strumenti per difendersi dai cattivi maestri ed evitare di diventare manovalanza di questa grande organizzazione criminale. Bisogna salvare i ragazzi da questi sussurri di satana.

Padre Hammel, descritto da tutti come uomo di dialogo e fratellanza, di fronte ai suoi giovani assassini aveva detto: “Vattene Satana”. Un’esortazione forte, carica di significato. Nei suoi carnefici l’uomo ha visto l’incarnazione del male, del demonio, di quello che islamicamente chiamiamo shaitan e contro il quale chiediamo continuamente rifugio in Dio. È stato ucciso mentre celebrava la messa, in un contesto consacrato. Ha dato una grande lezione di devozione, amore e coraggio. Il suo martirio mi ricorda quello di un religioso musulmano siriano che io non dimenticherò mai. Si tratta di Sheikh Safwan Masharqa, ucciso nel quartiere di Al Waer, a Homs, il 20 dicembre del 2013 mentre era sul pulpito della moschea di Omar. Questo mite religioso era grande amico di padre Francis Van Der Lugt , ultimo missionario a Homs, ucciso  il 10 aprile del 2013. Quando capì che i bombardamenti miravano proprio verso il pulpito, ha rivolto un appello alla misericordia di Dio, contro il male, continuando a pregare mentre i fedeli impauriti gridavano. È stata la sua ultima celebrazione. Questi religiosi sono il simbolo del vero significato della fede, che è amore e sacrificio. Contro chi uccide in nome di Dio, ascoltando satana.

 

Esilio dalla Siria – recensione

hamadi-esilio-cover-WEB.jpgPassare dal sogno e dalla speranza di raggiungere “La Felicità araba” all’amara e dolorosa realtà del “L’esilio dalla Siria”. Si potrebbe sintetizzare così il percorso umano e letterario del giovane scrittore italo-siriano Shady Hamadi. È il racconto in prima persona di una tragedia che tocca l’autore negli affetti, nella memoria, nelle radici. Una tragedia che coinvolge e sconvolge l’intero popolo della Siria, “orfano di compassione e solidarietà”.

Le parole di Hamadi sono un appello composto e disperato, un manifesto contro l’indifferenza che rende l’umanità spettatrice e complice della morte di un popolo insorto per chiedere libertà e diritti umani. L’autore illustra con lucidità e ricchezza di dettagli i fatti che hanno scandito gli ultimi anni della vita in Siria, dalla nascita del movimento non violento che chiamava alla democrazia e alle riforme, alla violenta e sanguinosa repressione, dalla nascita del movimento terrorista Daesh alle ingerenze politiche e militari di Paesi stranieri, fino alla diaspora e all’interruzione della conta dei morti.

Stop_Blood_in_Syria.jpg“Esilio dalla Siria” è la fotografia di una nazione che sta morendo sotto il peso delle bombe, nel silenzio della diplomazia e della società civile internazionale. Un lamento dignitoso e sofferto per un lutto collettivo, che è al contempo personale, perché Hamadi ha sangue siriano e quel sangue brucia.

L’autore fa un atto di grande generosità aprendo il suo cuore, affidando alle pagine del suo libro i pensieri e i sentimenti di un giovane italo-siriano che assiste impotente alla fine di un sogno, che è anche la fine di un popolo, il suo popolo. Emozioni che trapelano in ogni ricordo, in ogni considerazione, in ogni analisi. L’uomo ferito e l’analista brillante si uniscono per offrire ai lettori uno spaccato umano, intimo e profondo di una crisi, quella siriana, che è ormai entrata nel suo sesto anno.

Hamadi ricorda in molti passaggi una delle voci più belle e autorevoli che hanno raccontato il calvario della Siria, padre Paolo Dall’Oglio, che manca allo sguardo di parenti e amici da tre lunghi anni. È come se il silenzio forzato del gesuita italo-siriano racchiuda in sé il lutto e la desolazione di tutti i civili inermi e di tutti coloro che ancora credono nel valore della parola e della vita umana.

Shady Hamadi – Esilio dalla Siria

 

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Il terremoto, come la guerra

terremoto-orologio-amatrice.jpgQuella del 24 agosto 2016 è una notte che nessuno potrà più dimenticare. Il boato, la terra che tremava, la paura; due interminabili minuti che hanno segnato per sempre le vite degli abitanti del centro Italia. L’ennesimo terremoto che ha provocato la morte di quasi 300 persone e che ha visto la distruzione di borghi come Amatrice e Accumuli, arrivando fino ad Arquata del Tronto e Norcia. Erano le 3:36, come segnerà per sempre l’orologio di Amatrice.

Daraya.jpgLe immagini delle macerie, delle case piegate su se stesse, dei sopravvissuti che camminano spaventati avvolti dalle coperte, in lacrime ad aspettare le notizie dei propri cari o seduti su ciò che resta delle loro case hanno fatto il giro del mondo. Poi sono arrivate le immagini dei soccorsi, della corsa contro il tempo per salvare vite umane. Uomini e donne piegati a scavare a mani nude che hanno estratto dalle macerie molti feriti, ma anche tante vittime. Sono state raccontate le loro storie, e mostrate le loro foto.

L’Italia di è stretta intorno a queste popolazioni, in un lutto composto, ma difficile da rielaborare, specialmente perché tra le vittime ci sono tanti bambini.

Amatrice.jpgSin dalle prime ore, le immagini che giungevano da Amatrice e dalle altre località ricordavano, inesorabilmente, quelle della Siria. Aleppo, Daraya, Homs e tutte le altre città trasformate in una distesa di macerie e rese orfane della propria popolazione somigliano in tutta la loro desolazione alle località colpite dal sisma. La stessa angoscia per un passato che nulla potrà restituire, lo stesso senso di impotenza, lo stesso dolore per le vittime e la stessa angoscia per i sopravvissuti. Cambia il contesto, cambia la causa di tanto orrore, perché il terremoto è un evento tragicamente naturale, ma i bombardamenti scellerati sui quartieri residenziali non lo sono.

Terremoto-In mezzo a tanto dolore, anche le immagini dei coraggiosi soccorritori rimandano continuamente a quelle che negli ultimi cinque anni e mezzo ci siamo abituati a vedere dalla Siria. Donne e uomini impegnati a mani nude nella ricerca di sopravvissuti e nell’estrazione dei corpi rimasti intrappolati sotto le macerie. Vigili del fuoco, volontari della Protezione Civile e della Croce Rossa come i White Helmets siriani. La stessa determinazione, lo stesso altruismo e coraggio. Quello di cui hanno bisogno le popolazioni terremotate e i civili siriani è la speranza. Una speranza che va oltre la solidarietà e la vicinanza iniziali, ma che si concretizza e si protrae nel tempo.

WhiteHelmets2-e1471499853445Sotto le macerie del terremoto e dei bombardamenti sono morti interi nuclei familiari. Tanti innocenti che non torneranno mai più. Si indagherà su eventuali responsabilità legate alla sicurezza per quanto riguarda le zone colpite dal sisma, mentre per il massacro in Siria forse tra qualche decennio verrà aperta un’indagine, quando ormai persino i sopravvissuti saranno troppo stanchi per chiedere giustizia. Tutte queste persone, in Italia come in Siria, hanno perso qualcosa che nemmeno la più alta opera di ingegneria potrà ricostruire: il proprio passato, la propria identità. Perché i terremoti sono tragicamente simili alle guerre. Si prendono le vite degli innocenti e cancellano la loro memoria.

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L’allarme delle Ong sui valichi umanitari ad Aleppo

crossings-disappearances-and-killings-en.jpgAlcune Ong che operano in Siria, tra cui il Syrian Network for Human Rights hanno lanciato un allarme rivolto ai cittadini di Aleppo che si trovano nella zona assediata dall’inizio di giugno.

“Non lasciate le vostre case per raggiungere i valichi indicati dal ministro degli Esteri russo e dal regime siriano sui volantini lanciati il 28 luglio dagli elicotteri militari sulle aree residenziali. Tutti coloro che raggiungeranno i valichi, verranno fermati dalle forze governative e subiranno arresti, torture e persino la morte”.

thumb.jpgLa preoccupazione delle Ong è che si ripeta ad Aleppo la stessa tragedia che si è consumata a Homs nel maggio 2014, dove dopo quasi due anni di assedio, il regime ha consentito ai civili stremati di lasciare i quartieri circondati. Circa 750 tra donne e uomini sono stati così fermati ai valichi,  condotti nelle carceri, torturati e uccisi, senza mai avere un processo.

“I valichi umanitari sono sicuri – si legge in un comunicato del Snhr – solo se ci sono gli osservatori dell’Onu o della Croce Rossa e se ci sono le telecamere di televisioni indipendenti che documentano il passaggio dei civili”.

441.jpgGià dalle prime ore dell’annuncio dell’apertura dei valichi, le forze aeree hanno bombardato il passaggio a Bostan Al Aqasr e quello a Saif Al Dawla. L’ennesima conferma, secondo gli attivisti per i diritti umani, che i valichi sono delle trappole per i civili nelle zone assediate dalle forze governative e dalle milizie del Syrian Democratic Forces, il ramo siriano del Partito dei Lavoratori Curdi. I valichi aperti sono a Bostan Al Qaser neighborhood passage – Al Masharqa, Al Shamali circle passage – Al Layrmoun circle, Al Shaikh Saed mosque passage – Al Hader neighborhood, Saif Al Dawla garden passage – Damascus-Aleppo highway.

Sono oltre 300mila i civili che vivono nella zona assediata, dove i bombardamenti governativi e quelli dell’aviazione russa, dall’inizio di luglio hanno ucciso almeno 183 persone, tra cui 48 bambini.

Padre Paolo Dall’Oglio, tre anni di silenzio

Paolo-800x400_c.jpgLa prima immagine che mi viene in mente è quella di un uomo molto alto, che quando parla socchiude gli occhi e quando scrive è capace di aprire il cuore e la mente dei suoi lettori. Rivedo la bellissima piazza di Fermo in quel nuvoloso 20 aprile del 2013 e ricordo il viso meravigliato di mio figlio Nur quando siamo andati incontro a quel religioso cristiano che ci ha salutato in un arabo perfetto. “Ma è italiano, o arabo?”, mi ha chiesto, e io gli ho risposto “è italo-siriano come me”. Non potrò mai dimenticare quel giorno, quando finalmente, dopo più di due anni di mail e messaggi in rete, incontravo per la prima volta di persona Padre Paolo Dall’Oglio.

Abuna, come lo chiamano in Siria, si trovava in Italia a seguito dell’espulsione a cui lo ha condannato il governo di Bashar al Assad per le sue denunce sui crimini perpetrati contro i civili. Dal giorno del suo rientro forzato, il religioso gesuita ha girato il Paese per raccontare, attraverso la sua esperienza diretta, il dramma che si stava consumando in Siria. La testimonianza  portata quel giorno a Fermo è stata molto forte, così come lo sono tutti i suoi libri e i suoi articoli. È stata la prima e l’ultima volta che ci siamo visti. Padre Paolo è tornato segretamente in Siria per il suo amore nel dialogo e il 29 luglio del 2013 è stato sequestrato.

PAolo-dalloglio-rapito-5Sono passati tre anni da quel giorno, tre anni di silenzio, angoscia e preghiera. In Siria, al monastero di Mar Mousa da lui fondato, dove pregano insieme cristiani e musulmani, lo stanno aspettando tutti. Lo aspettano la famiglia e gli amici in Italia e lo aspettano tanti italo-siriani e sostenitori della causa siriana che in lui hanno trovato una figura fraterna e comprensiva.

Consiglio a tutti di leggere i suoi libri, in particolare “Innamorato dell’Islam, credente in Gesù” e “Collera e luce”, dove racconta la guerra in Siria. Tra i tanti suoi articoli vale la pena leggere “Chi sta con Bashar”, pubblicato sull’Huffingtonpost, citato anche nell’ultimo libro dello scrittore Shai Hamadi “Esilio dalla Siria”.

In Italia, tra le tante iniziative ideate per tenere vivi i suoi messaggi, è stata fondata l’Associazione Giornalisti Amici di Padre Paolo Dall’Oglio. Padre Paolo è un simbolo del dialogo e della fratellanza e amicizia tra religioni e popoli e in questo difficile momento storico la sua mancanza si sente in maniera ancora più forte. La sua vicenda è emblematica dei drammi che sta subendo, nel silenzio e nell’indifferenza del mondo, tutto il popolo della Siria.

Ti aspettiamo Padre, nahnu fi intizarak Abuna. Sei nelle nostre preghiere, anta fi du’auna.