Cosa sta accadendo a Mosul? Intervista ad Amedeo Ricucci

ricucci-iraq-2016fL’Iraq rappresenta una delle ferite più grandi per il Medio Oriente. Da oltre trent’anni in guerra, è un Paese dove i giovani non sanno cosa voglia dire la pace. Le informazioni che arrivano parlano di un’imminente sconfitta dell’Isis e sembra che il peggio sia passato. Ma è davvero così? L’ho chiesto al collega Amedeo Ricucci, pluripremiato inviato Rai, tra i maggiori esperti di Medio Oriente e terrorismo, al suo rientro dalle porte di Mosul, dove tornerà nei prossimi giorni per continuare a documentare.

Foto di Amedeo Ricucci

Quale situazione hai lasciato a Mosul?

“Una cosa è l’eco mediatica di quello che sta succedendo, un’altra è la realtà sul terreno. Dire che gli irakeni sono entrati a Mosul sembra una notizia molto bella, la fine dell’Isis e dei suoi orrori, ma purtroppo non è così. Entrare a Mosul, città conquistata e tenuta dall’Isis, vuol dire che si procede di un metro ogni tre ore, perché comunque c’è da sminare il terreno e ci sono le trappole esplosive. La battaglia vera per Mosul, quindi, è solo iniziata e stando almeno ai precedenti che abbiamo, Kobane in Siria, Sirte in Libia, ma anche Ramadi e Falluja in Iraq, non è una questione che si risolverà in breve tempo. È ovvio che i comandi militari irakeni e quelli curdi facciano proclami di vittoria, ma non è così semplice la questione”.

Si può parlare di sconfitta dell’Isis?

“Che la sconfitta dell’Isis sia prossima è ovvio, lo era già prima che iniziasse l’avanzata, nel senso che l’Isis non ha mai mantenuto forze soverchianti a Mosul, né nelle altre città che ha occupato. Il sedicente califfato ha sempre peccato sul piano militare di non avere una potenza di fuoco comparabile agli eserciti con cui si confrontava. Mosul l’ha conquistata grazie all’effetto sorpresa, perché l’esercito irakeno, davanti all’avanzata di combattenti agguerriti e addestrati, è scappato.  L’Isis si è così impossessata delle loro armi pesanti e ha conquistato Mosul. Ci sono voluti due anni per ricostituire un esercito iracheno abbastanza affidabile, la cui manovalanza è stata costituita soprattutto dai peshmerga curdi che hanno un’esperienza trentennale di guerriglia sul campo. Sono stati loro a conquistare chilometro su chilometro.Ricucci Iraq 2016e.jpg

In due settimane di offensive l’Isis ha lanciato ben ottanta attacchi kamikaze, molti dei quali hanno provocato vittime.  Le cifre dei morti e feriti tra le fila dell’esercito irakeno e i peshmerga non è dato saperle, le tengono segrete. A noi giornalisti non è stato dato accesso neppure ai funerali. Secondo la propaganda dell’Isis si parlava di 250 morti solo nella prima settimana. Le ultime notizie riferiscono comunque di un’aspra resistenza nella cintura periferica di Mosul. Hassan Hassan, che è il giornalista che forse conosce meglio la realtà dell’Isis diceva che anche sulla base di testimonianze di combattenti che fuggivano, il sedicente califfato ha già dato per persa la città, e non considera questa perdita una cosa grave. L’Isis sta smettendo di essere un presunto Stato islamico e torna a essere un movimento di guerriglia che va a rifugiarsi nel deserto. Stanno puntando a trasferirsi in Siria, intorno a Raqqa probabilmente. Questo non vuol dire che il pericolo cessi ”.

Mosul senza Isis sarà una città finalmente libera?

Ricucci Iraq 2016g.jpg“Il vero problema non è solo strappare Mosul all’Isis, ma cosa fare poi di questa città, perché comunque la situazione è complessa. Mosul è sempre stata contesa tra arabi e curdi; inoltre c’è la pressione della minoranza turcomanna che è attiva e presente nella città ed è difesa dall’esercito turco. Per questo bisognerà capire come le varie forze si metteranno d’accordo per avanzare e stabilire la pace. Il problema, e lo dimostra la storia dell’Iraq, non è tanto strappare le città ai miliziani di al Baghdady, ma piuttosto come governarle dopo. Bisogna evitare che il fondamentalismo riappaia sotto nuove vesti. È stato così tra il 2006 e il 2007, quando al Qaeda è stata sì sconfitta dagli americani, ma è rimasta perché le tribù sunnite sono state penalizzate dal governo centrale di Baghdad, favorendo così il rafforzamento del fondamentalismo.  La stessa cosa rischia di accadere a Mosul”.

In questo, momento quali sono le forze in campo?

Ricucci Iraq 2016c.jpg“Il quadro è articolato e complesso. Ci sono i peshmerga curdi che hanno effettivamente svolto il loro lavoro, facendo l’avanzata più veloce e arrivando a cinque chilometri da Mosul, dove poi si sono fermati.  L’accordo politico che c’è col governo di Baghdad, infatti, è che i curdi non debbano entrare a Mosul, che è una città araba. In questi giorni però, i curdi hanno fatto una dichiarazione importante tramite il presidente Barzani, affermando chela terra che i curdi hanno conquistato (circa il 90% del territorio conteso) resterà terra del governo curdo regionale. Già questo potrebbe rappresentare un problema.   Baghdad ha ammonito l’esercito turco a non entrare a Mosul. L’esercito turco è lì a pochi chilometri, ha le forze per avanzare, ma Baghdad non vuole il suo ingresso in città. Vedremo se la Turchia ottempererà a questo diktat. Ankara dice che i turcomanni sono sotto la sua protezione, sono una componente minoritaria importante a Mosul. Bisogna poi domandarsi, da parte dell’esercito irakeno, chi è che entrerà, se l’esercito regolare irakeno, the Iraqi Defence Forces, oppure le milizie. Tra queste ultime ho visto sul campo soprattutto ritratti di Alì, quindi sono gli sciiti che andavano al fronte”.

Cosa comporterebbe questo ingresso?

Ricucci Iraq 2016d.jpg“Se entrano gli sciiti c’è il rischio che la popolazione di Mosul venga presa dal panico perché le milizie sciite, stando ai rapporti di Amnesty International, e di tutti gli organismi internazionali, si sono già caratterizzate per operazioni di pulizia etnica, come è accaduto a Ramady, Falluja e Tikrit. Sono precedenti per nulla positivi. È vero che sotto l’ombrello delle milizie, ci sono anche assiri, cristiani e sunniti, però la grande maggioranza, dai cinque ai 10mila combattenti, sono sciiti. Il passato ci insegna che il fondamentalismo è risorto perché il governo di Baghdad ha penalizzato i sunniti e questa esclusione li ha spinti ad avvicinarsi agli elementi più radicali ed estremisti.  Oggi più che mai l’Iraq ha bisogno di una pace duratura, una pace che non può che includere i sunniti che rappresentano il 30% della popolazione e a che a Mosul sono la stragrande maggioranza”.

Esiste un dato certo del numero dei miliziani asserragliati a Mosul?

Ricucci Iraq 2016b.jpg“Assolutamente no; stime più attendibili parlano di 3mila, massimo 5mila combattenti. Le cifre sono molto aleatorie. A Sirte, in Libia, si diceva che fossero 7mila, poi si è scoperto che in realtà il grosso di questi combattenti era riuscito a fuggire. Ora non sappiamo quanta gente sia riuscita effettivamente a scappare da Mosul. È comunque vero che il corridoio di uscita, che dalla città porta verso Ovest, in Siria, è stato lasciato ai combattenti dell’Isis (siriani, irakeni e foreing fighters) e soprattutto alle loro famiglie.  Ora questo corridoio è stato messo in pericolo dall’attacco delle milizie sciite vicino al confine siriano sulla città di Tal Afar, che conta circa 100mila abitanti. Se l’attacco va avanti, questa via di fuga verrà chiusa e l’Isis rimarrà prigioniera insieme ai suoi stessi ostaggi civili. L’Indipendent parlava della presenza di Abu Bakr Albaghdady all’interno della città. Sono notizie che si rincorrono, ma probabilmente non sapremo mai la verità, se non alla fine”.

Ricurri Iraq 2016 i.jpgQual è la situazione dei civili, si può parlare di crisi umanitaria?

“ I civili fuggiti da Mosul sono 4/5mila, stanno in campi ben attrezzati, allestiti sia dalle forze curde, che da quelle irakene. I numeri per ora non sono quelli di una crisi umanitaria, come ad esempio quella in corso ad Aleppo. La grande incognita sono i civili ancora prigionieri all’interno della città, circa un milione e mezzo tra autoctoni e abitanti dei villaggi limitrofi che l’Isis ha rastrellato portando a Mosul. Ho fatto un reportage sulla resistenza all’interno di Mosul e dalle testimonianze raccolte ci sarebbero cecchini dappertutto che impediscono ai civili di uscire di casa. L’intenzione è di usarli come scudi umani.  Comunque sarà difficile entrare ed evitare la carneficina di civili. Teniamo presente che l’interno della città vecchia, la old Mosul, dove è trincerato il grosso delle forze dell’Isis, è un posto dove non si entra con i carro armati; bisognerà avanzare casa per casa e l’Isis ha già dimostrato di essere estremamente efficace in questo tipo di scontro, con trappole esplosive di ogni tipo e autobombe. Per questo la battaglia non è ancora vinta. Possiamo dire che la vittoria è già data, però i tempi per ottenerla sono tutti da vedere”.

Video: storia di Nour, una bimba ferita

In questo quadro drammatico, c’è una nota positiva, il ritorno della croce sui villaggi cristiani.

Ricucci Iraq 2016a.jpg“In quasi tutti i villaggi della terra di Ninive, come a Karakosh e Karamles è effettivamente tornata la croce cristiana. L’operazione di riconquista di questi villaggi è stata appannaggio dell’esercito irakeno. Sono villaggi dove la popolazione, comunque, non è ancora rientrata perché bisogna bonificare tutta l’area. Pochi giorni fa sono state ritrovate due anziane donne, di ottantacinque e novant’anni che avevano vissuto per venticinque mesi nascoste in un seminterrato, mentre l’Isis controllava il villaggio. È una storia straordinaria. Ora sono entrambe in ospedale. Ho visitato sia Karakosh, sia Karamles. Lì la furia distruttiva dell’Isis ha assunto i contorni della persecuzione religiosa perché comunque le chiese sono state tutte profanate e distrutte. A Karamles il santuario di Santa Barbara, che è una delle perle del cristianesimo caldeo, è stato utilizzato come base dell’Isis con tunnel interminabili che servivano a nascondere i miliziani”.

Quanto contano gli errori del passato in Iraq?

“Tantissimo. Adesso siamo tutti eccitati di fronte a questa riconquista di Mosul e ci si dimentica che l’Iraq è un Paese che da trentasei anni vive in guerra. Prima contro l’Iran all’epoca di Saddam Hussein, poi le rivolte curde a più riprese, poi la prima e la seconda guerra del golfo, poi c’è stata al Qaeda, l’occupazione americana e chi più ne ha più ne metta.  I giovani che sono al fronte non sanno cos’è la pace perché non l’hanno mai vissuta. È un Paese che va rimesso completamente in sesto, ma non si può farlo senza rispettare la sua complessa componente etnica. Ci sono sunniti, sciiti, curdi, yazidi e diverse altre minoranze. La posta in gioco è importantissima e ovviamente il petrolio e le risorse economiche rischiano di rendere questa partita molto più complicata”.

Quali sono le differenze nell’effettiva battaglia contro l’Isis in Siria e in Iraq?Molti paragonano Mosul ad Aleppo

“Non c’è nessun raffronto possibile tra Mosul e Aleppo. Sono situazioni completamente diverse. Ad Aleppo non c’è l’Isis a combattere, ma il regime che bombarda le zone occupate dall’Esercito Siriano Libero. L’Isis è fuori dalla partita militare ad Aleppo. Quello che fa la differenza è il fatto che a Mosul ci sono centinaia di giornalisti e quindi quella di Mosul è una battaglia che i media possono seguire e raccontare. Aleppo resta un massacro che va avanti ormai da anni, senza che nessuno possa documentarlo”.

Quali sono, secondo te, le possibili prospettive?

“ Vedo sia elementi positivi, che negativi.  O la battaglia di Mosul porta a una ridefinizione dei rapporti tra la comunità sciita e sunnita, o ci sarà la possibilità, e l’Isis lo sa già, di riconquistare la minoranza sunnita emarginata. L’Isis non sparirà, si nasconderà nelle pieghe della società sunnita e se questa non verrà reintegrata, c’è il rischio che l’Isis o chi ne prenderà il posto, trovi terreno fertile per ricominciare la sua guerriglia”.

Ucciso il nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi, testimone di misericordia

13319866_10154224295312389_7754670045863555034_nUcciso dal razzismo. Ucciso dall’odio che sta inquinando le menti e i cuori di molti. Emmanuel Chidi Nnamdi, un giovane profugo nigeriano, è stato ucciso a mani nude da un coetaneo italiano che prima aveva coperto di insulti razzisti la moglie, Emmanuel Chinjere. Il trentaseienne, rifugiato presso la Comunità di Capodarco, a Fermo, è morto a seguito delle ferite riportate. Anche la moglie è stata picchiata.

Nigeriano-ucciso-600x300.jpgLa vicenda ha sconvolto per sempre la vita della coppia, che alle spalle ha una drammatica storia di persecuzione e dolore. Le loro famiglie sono state sterminate dalle milizie di Boko Haram e loro stessi erano stati aggrediti e picchiati selvaggiamente dai miliziani, tanto che la donna, che studiava medicina, ha perso il bambino che portava in grembo. Perseguitati perché cristiani, in una terra martoriata dalla guerra e dal terrorismo, aggrediti perché di colore, in un Paese dove speravano di cominciare una nuova vita.

La storia dei due giovani nigeriani l’ha raccontata in più occasioni la voce pacata e commossa di Suor Filomena Scrocca, una piccola suora che li assiste e che fa loro da insegnante di italiano. La coppia, infatti, con coraggio e grande dignità, portava la sua testimonianza in diverse occasioni, come marce per la pace e convegni; i due, ancora intimiditi dal parlare in italiano, lasciavano che fosse la religiosa a dare lettura della loro vicenda.

13406792_10154223808332389_3415591840372934521_n.jpgPer ben due volte a Civitanova ho avuto occasione di essere al fianco di questi due giovani nigeriani per portare la mia testimonianza sulla Siria, mentre loro raccontavano il calvario che hanno subito. L’ultima volta, il 2 giugno scorso, eravamo insieme per un incontro, con Claudia Koll, intitolato “Testimoni di misericordia”.  Entrambe le volte ci siamo stretti la mano e abbracciati fraternamente, promettendo di continuare a lavorare per un mondo di pace e fratellanza. Ho scolpita negli occhi la loro immagine, così timidi, così dignitosi, così grandi da saper perdonare chi ha causato loro tanta sofferenza, così devoti da pregare ogni volta il Signore per un mondo di pace. Non mi capacito che un uomo così buono possa essere stato ucciso. Ucciso nel luogo dove in molti lo avevano accolto come una famiglia, dove era riuscito a sposare la sua compagna e dove sperava, semplicemente, di vivere.

13336147_10154223816767389_6653209225373419109_nIl sogno di vita di Emmanuel Chidi Nnamdi e della moglie è stato spezzato per sempre. Sembra che non esista un angolo di mondo dove questa coppia possa vivere in pace. Chi ha sterminato le loro famiglie in Nigeria e li ha costretti prima alla fuga in Libia, poi su un gommone diretto in Italia, li odiava perché diversi. Chi li ha insultati e aggrediti fino a provocare la morte di Emmanuel, li odiava per il colore della pelle, perché extracomunitari, perché diversi.

Ho appreso questa notizia dopo aver letto che le vittime dell’attentato di Dacca sono state barbaramente torturate, dopo aver saputo che i caduti italiani erano dieci e non nove, perché Simona Monti era incinta, dopo aver letto l’ultimo silenzioso bollettino di morte dalla Siria e mi sembra sempre di più di vivere in un mondo che non mi appartiene, che sembra aver perso per sempre la sua umanità.

Emmanuel Chidi Nnamdi è stato ucciso, lui che era testimone di misericordia, possa essere ora accolto dal Misericordioso, da Colui che invoco con tutta me stessa per far finire gli orrori di questo mondo.

 

 

Baghdad, l’ennesima strage degli innocenti dimenticati

downloadAlmeno 200 persone, tra cui 25 bambini, sono rimaste uccise ieri nella martoriata capitale irachena, Baghdad, a causa di una duplice esplosione in pieno centro. Si contano oltre 300 feriti tra i civili che in quelle ore affollavano la zona commerciale per fare acquisti in occasione di Eid al Futur, la festa per la fine del digiuno, paragonabile per importanza al Natale cristiano.

iraqattentatoL’ennesimo vile e brutale attentato contro civili inermi, prontamente rivendicato dai criminali dell’Isis. È il più sanguinoso atto di sangue dall’inizio dell’anno, in un Paese che da quasi trent’anni non conosce un solo giorno di pace. I bambini, le donne, i giovani e gli anziani iracheni sembrano non avere diritto di essere felici, nemmeno il giorno della vigilia. La mano criminale che si è allungata su Baghdad ha provocato una strage sanguinosa di proporzioni immani. Quelle vittime, quegli innocenti, non sono l'”effetto collaterale” di una guerra, la loro morte non deve apparire ai nostri occhi come un qualcosa di “normale” solo perché l’Iraq non è nuovo agli attentati. Tutti quegli esseri umani privati della loro vita, che si trovavano in quella zona per preparasi a un giorno che avrebbe dovuto essere di festa, meritano la stessa empatia e la stessa pietà che proviamo di fronte alle vittime di ogni azione disumana, di ogni atto terroristico.

L’Iraq ha pagato, dal 1991 a oggi, un tributo di sangue pesantissimo, con oltre 1 milione di morti, uccisi da una guerra infame con cui si “esportava la democrazia” e si puniva il dittatore Saddam per le sue malefatte e per le sue armi chimiche (mai trovate). Menzogne su menzogne che hanno portato alla distruzione di un Paese che è stato culla della civiltà mediorientale e mediterranea, che ha dato un contributo alle scienze, all’arte, alla letteratura impareggiabile e che oggi è ancora ostaggio della violenza che genera violenza, di ingiustizie che trascinano altre ingiustizie, di un orrore che sembra non avere mai fine.

attentato_baghdad.jpgL’Iraq è uno degli esempi più significativi delle conseguenze nefaste delle guerre, che distruggono interi Paesi, sterminano popoli inermi e creano l’humus ideale per il proliferare di organizzazioni e gruppi estremisti e terroristi. Non va dimenticato che criminali del calibro di Al Baghdady sono stati formati e istruiti al crimine proprio nelle carceri irachene.

Gli iracheni nati dagli anni ’90 in poi non hanno vissuto un solo giorno di vita vera; le loro esistenze sono state scandite da bombe, esecuzioni, stupri, fughe di massa, torture. In Iraq è stato ucciso il Diritto internazionale e in nome di evidenti interessi economici internazionali, il Paese continua ad essere nelle mire di diversi attori internazionali. A pagare il prezzo più alto, inutile dirlo, sono sempre i più indifesi, coloro che si illudono che anche chi vive a Baghdad abbia ancora diritto a un giorno di Eid, un un giorno di festa.

L’Iraq è una ferita che ha segnato la mia generazione, così come il Vietnam ha segnato la generazione che ci ha preceduto.  Questo nuovo, terrificante attentato, aggiunge dolore al dolore, pietà per le vittime, pena profonda per i milioni di profughi che ogni notte sognano di tornare in un Paese che sembra non esistere più.

 

Basta col terrorismo e giù le mani dall’Italia

pray.italyDopo una lunga notte di apprensione per il destino dei nostri connazionali ostaggio di un commando terrorista a Dacca, in Bangladesh, è arrivata la drammatica conferma,  da parte della Farnesina, che purtroppo sono ben nove gli italiani rimasti uccisi.

È la più grave strage di civili italiani da quando i terroristi dell’Isis hanno iniziato a perpetrare i loro crimini contro l’umanità. Cinque delle vittime sono donne e tutti gli italiani caduti in questo massacro avevano in comune il fatto di essere imprenditori. Avevamo già perso Valeria Solesin, uccisa nella strage al Bataclan e Patricia Rizzo, rimasta uccisa negli attentati a Bruxelles. Sono così undici gli italiani che hanno perso la vita a causa delle azioni criminali, scellerate e barbare dei terroristi dell’Isis. Tutti civili inermi, tutte persone impegnate in attività di lavoro e studio.

Condanno con forza questo ennesimo vile e sciagurato atto terroristico, questa barbarie disumana che scatena la sua violenza cieca e malefica su innocenti. È una ferita al cuore che ci colpisce come umani, come credenti, ma soprattutto come italiani. Sono vicina al dolore delle famiglie e dell’Italia intera. Voi siete la mia Patria, la mia famiglia adottiva e per questo il mio cuore piange lacrime sincere per il vostro dolore, che è il mio. La mia penna, il mio cuore, il mio impegno sono dedicati alla ricerca e alla costruzione della pace e ora più che mai sono con voi per lottare insieme contro questi assassini spregiudicati.

Come credente musulmana inorridisco e condanno la strumentalizzazione blasfema e malefica che questi carnefici fanno dell’islam e del Corano. Hanno torturato le loro vittime perché non lo conoscono, quando i primi a non conoscerlo e ignorarlo sono proprio loro, che con le loro azioni criminali lo bestemmiano e tradiscono tutti i suoi valori. Ogni capitolo del Corano inizia con la formula “Nel nome di Dio, il Clemente e il Misericordioso” e questi bruti non sanno nulla di cosa sia la clemenza né la misericordia. In nome di quale famigerato Dio vi state muovendo? Dovreste dolo vergognarvi e aspettare il castigo eterno che il Signore promette a chi uccide innocenti.

Sono una giornalista, non ho il potere di scomunicarli, ma a gran voce dico che sono loro, i terroristi dell’Isis e di tutte le altre organizzazioni criminali, insieme a chi li arma e chi dà loro copertura, gli unici miscredenti, adoratori del demonio e bruti. Sono loro le persone contro le quali l’Islam ci dice di lottare, e non contro le persone innocenti e inermi. Basta con le vostre bestemmie, basta con le vostre bugie, basta con i vostri crimini scellerati!

Sono più di tre anni che dalla Siria arrivano denunce contro i crimini e le esecuzioni dell’Isis. Noi siriani abbiamo provato sulla nostra pelle le loro barbarie e i loro crimini e abbiamo chiesto al mondo di fermare la loro mano e la mano del regime che dà loro massima copertura. Eppure i bombardamenti in Siria continuano a colpire al 90 per cento obiettivi civili. La Siria è il primo Paese al mondo ad aver conosciuto e pagato per i crimini di questa multinazionale del terrore, che continua a muoversi indisturbata, con tanto di armi e di business del petrolio, mietendo vittime innocenti. A maggior ragione il mio impegno per contrastare e denunciare i loro crimini oggi si fa ancora più forte.

Esprimo le mie più sincere condoglianze ai familiari delle vittime e all’Italia intera. Uccidere imprenditori, così come uccidere turisti, studenti, religiosi, viaggiatori, civili inermi che con le loro attività sono ambasciatori di conoscenza e di pace, è un atto vile e criminale. Nella lotta al terrorismo dobbiamo essere uniti e fermi.

Da musulmana vi dico ancora una volta #NotInMyName e da italiana vi dico #GiùLeManiDallItalia

 

 

 

Contro il terrorismo, un libro da leggere

Fatihi_Non ci avrete mai 300dpi.jpgUn’esperienza umana e letteraria coraggiosa

“Non ci avrete mai. Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi”, è l’opera prima di Chaimaa Fatihi, giovane italo-marocchina studentessa di Legge. Con un linguaggio semplice, diretto e intenso, Chaimaa affida alla sua penna i sentimenti e le idee di una ragazza impegnata socialmente, fiera della sua identità in divenire, fermamente decisa a difendere ciò che ama. Il cuore della giovane sembra battere soprattutto per due valori: la verità e la pace. Sono obiettivi sacrosanti a cui ambisce l’umanità intera, grandi ideali, e Chaimaa, nonostante la giovane età, ne ha fatto una ragione di vita. La verità è quella che spinge l’autrice del volume, edito dalla Rizzoli, a condannare con forza, senza riserva alcuna, i comportamenti criminali dei terroristi, che chiama “i disumani” e a rinnegare che i loro comportamenti rispettino la fede islamica. L’italo-marocchina, che vive nel Mantovano, inorridita dagli attentati di Bruxelles, scrive di getto una lettera, che inizialmente pubblica sul suo profilo Facebook e che presto diventa virale. È un messaggio forte, che tuona contro i loro atti criminali e la loro barbarie, e che punta il dito sulle loro falsità. Non si uccide in nome di Dio, ripete Chaimaa, che cerca di illustrare i lavori e gli insegnamenti dell’islam, ribadendo con forza la sua fierezza di essere musulmana e italiana. L’altro valore per cui si batte da sempre la studentessa è la pace: quella interiore, nel comprendere e accettare la propria identità, quella con gli altri, che implica rispetto, condivisione, conoscenza e quella nel mondo, che si costruisce con un impegno quotidiano e sincero dei singoli e delle comunità.

Un libro che permette di conoscere, attraverso la testimonianza di Chaimaa, il modo di vivere e di pensare di tanti giovani musulmani che vivono a cavallo tra due mondi. Una generazione che si trova a dover affrontare l’orrore e la minaccia del terrorismo, e che ingiustamente si vede spesso additata come coinvolta e colpevole. Chaimaa ha la bellezza di chi è mosso da ideali nobili, e il linguaggio a tratti acerbo e idealista della gioventù, quella gioventù che non ha paura di prendere posizione e che contro il terrorismo trova il coraggio di metterci il nome e la faccia.

Il mio viaggio a Molenbeek su Panorama

20160325_161612Quando arrivo a Molenbeek come inviata di Panorama, nel quartiere dove sono nati e dove si sono nascosti i terroristi delle stragi di Parigi e Bruxelles, piove abbondantemente.  È mattino presto e c’è poca gente in giro. La prima persona con cui parlo è una donna. Ha paura per i suoi figli che crescono in quel quartiere. L’ultimo a raccontarmi le sue angosce e il suo dolore è un barista, che vorrebbe chiudere e andare via, ma non saprebbe di cosa vivere.

Pochi giorni non bastano per sciogliere il bandolo della matassa e capire tutte le dinamiche che portano un giovane nato e cresciuto in Europa a diventare terrorista, ma camminare in quelle strade, ascoltare quella gente, cogliere e interpretare gli sguardi, i gesti, i silenzi mi ha aiutata ad approfondire una realtà complessa e tristemente attuale.

Qui il reportage completo: Molenbeek, nella tana dei terroristi pubblicato sul sito di Panorama.

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L’ottobre rosso in Siria: 40 massacri denunciati dal SNHR – Almeno 10 ad opera dell’aviazione russa

مجزرة صلاح الدين - حلب -30-10-2015Sono oltre 40, secondo il Syrian Network For Human Rights, i massacri commessi in Siria nel solo mese di ottobre 2015. Tra questi 10 ad opera dell’aviazione russa. Il bilancio è di 513 civili uccisi dal 1 al 31 ottobre.

مجزرة دوما-10-10-2015La denuncia arriva, come ogni mese, in base ai dati raccolti e rielaborati dal SNHR, grazie al contatto con i comitati di coordinamento locale che aggiornano quotidianamente il drammatico bilancio delle vittime e dei feriti nelle diverse città siriane.

مسجد-بحيان-حلب11Secondo il rapporto, pubblicato sul sito SNHR, dei ventinove massacri commessi dalle forze governative 24 si sono consumati in zone sotto il controllo dell’opposizione armata e 5 in zone sotto il controllo delle milizie di Daesh (Isis).  La città più colpita è Aleppo, con 13 stragi, seguita da Damasco, 11, Homs, 8, Idlib 5, Hama 2 e Deir Al Zour 1.  Delle 513 persone che hanno perso la vita il 43% erano bambini, 159, e donne, 62.

روضة- مرج السلطان - 29-10-2015Il rapporto è un vero bollettino di guerra online, con la cronaca giorno per giorno e i link alle foto delle stragi. Secondo un secondo rapporto, incentrato sul livello di distruzione registrato a seguito dei bombardamenti, nel solo mese di ottobre 2015 gli obiettivi civili colpiti sono stati 92, di cui 64 per mano del governo di Damasco, 16 ad opera dell’aviazione russa, 8 da vari gruppi armati e 4 da Isis. Sono stati rasi al suolo 26 tra ospedali e punti di soccorso, 12 scuole e persino 2 campi per sfollati,  la sede di una missione diplomatica e di una umanitaria.

روضة-مرج السلطان - 29-10-2015La Protezione Civile Siriana, che opera senza sosta nel soccorso delle vittime, denuncia che vengono colpiti deliberatamente obiettivi civili e che la violazione di tutte le convenzioni Onu è ormai all’ordine del giorno.

Tutto ciò accade mentre il regime di Bashar Al Assad continua la sua propaganda, sostenuto dalla Russia. Il dittatore siriano, che in tutti questi anni non ha speso una sola parola per le sue stesse vittime o per i milioni di profughi che a causa dei suoi stessi bombardamenti lasciano il Paese, ieri ha dichiarato, senza pudore alcuno, che “ciò che è accaduto a Parigi è una conseguenza della sbagliata politica estera francese”. L’Eliseo, va ricordato, è sempre stato pronto a sostenere l’opposizione anti-assad e le minacce del governo siriano erano arrivate già nel 2011, in modo aperto e senza giri di parole, quando, tramite il gran Muftì, Assad aveva dichiarato che si sarebbe vendicato con i suoi kamikaze sparsi in Europa, di quanti avessero intralciato i suoi piani.

Località Al Ghouta, le conseguenze dei bombardamenti russi su una scuola.

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