Uno studente mi ha chiesto…

Selection_114Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

“BiSogno di Pace” Concerto di Un ponte per… e UIL per la Siria

unnamed“BiSogno di Pace” Concerto di Un ponte per… e UIL per la Siria

14 marzo 2017 – ore 20:30 Teatro Riccardi Via Celsa 6 – Roma

Ingresso a sottoscrizione libera

È previsto un aperitivo di benvenuto Roma, 03/03/17.

Prosegue il rapporto di collaborazione tra la UIL e Un ponte per… con un evento di musica, parole e immagini per rendere omaggio alla Siria in occasione del 6° anniversario dall’inizio delle rivolte della popolazione civile per chiedere riforme al regime di Bashar Al-Asad.

L’evento, inoltre, è stato organizzato in continuità con il percorso intrapreso dalla UIL a Lampedusa in cui si è tenuto il 1° Meeting internazionale dei Leader sindacali e religiosi e per festeggiare il 67° anniversario del sindacato. Presenterà l’evento Alessandra Aldini (Coordinatrice Servizio Rapporti con le Ong, UIL) dando la parola, per i saluti, a Carmelo Barbagallo (Segretario Generale UIL) e Martina Pignatti Morano (Presidente Un ponte per…). E’ prevista, inoltre, la partecipazione di Asmae Dachan, giornalista italo-siriana vincitrice del Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016.

unnamed.jpgDalle 21.30, grazie alla direzione artistica di Bob Salmieri prenderà avvio il concerto: sul palco si alterneranno gli Erodoto Project con il loro jazz mediterraneo, i Mediterranti e il duo di chitarra e violino composto da Isaac De Martin e Alaa Arsheed, musicista costretto a fuggire dalla Siria. I fondi raccolti durante la serata andranno a sostenere i progetti umanitari di Un ponte per… in Siria in campo sanitario e quelli di educazione e sostegno psico-sociale dedicati ai rifugiati siriani nei Paesi limitrofi in cui opera l’organizzazione. È prevista, inoltre, una mostra fotografica allestita nel foyer, con scatti realizzati durante le missioni delle due organizzazioni promotrici dell’evento. BiSogno di Pace. Concerto di solidarietà con la Siria: http://www.facebook.com/events/1843358492598456/ —————————————-

Erodoto Project Musica dall’anima “latina”, con spiccati riferimenti alle atmosfere, ai colori, alle melodie del Bacino del Mediterraneo. Jazz nostrano, la cui trama si intreccia in un ordito fatto di Miti, di Medioriente e di Sicilia. Il repertorio è composto da brani originali, e da alcune canzoni della tradizione popolare del Sud Italia che hanno come tema il viaggio e il migrare.

Mediterranti Con il disco “Marenostrum”, i Mediterranti approdano alla riscoperta e alla valorizzazione delle tradizioni musicali che da secoli abitano il mar Mediterraneo. Facciamo nostra la frase che recita così: ”dove l’uomo divide la musica unisce”. E’ per questo che nel nostro viaggio musicale abbiamo scelto di eseguire brani che vengono dalle tradizioni Greche, Egiziane, Tunisine, Slave, Turche e Italiane, suonando anche brani originali dove confluiscono i colori del Flamenco con il Medioriente, delle Tammuriate con la musica Araba, unitamente alla Pizzica Salentina.

Isaac De Martin Musicista e produttore che ha fondato l’Adovabadan Jazz Band e il collettivo internazionale Sound Illustrators che ha sedi a Helsinki e a Berlino. Compone musica per il cinema e il teatro.

Alaa Arsheed Musicista siriano fuggito in Libano nel 2011 a seguito della guerra, con il sogno di suonare in Europa. Con l’aiuto di Fabbrico Musica produce Sham (“Damasco” in aramaico), un album di otto brani che si ispirano alla sua storia personale.

Ufficio Stampa Un ponte per… cecilia.dallanegra@unponteper.it – stampa@unponteper.it Tel. 06 44 70 2906 Ufficio Stampa UIL ufficiostampa@uil.it Tel. 06 47 53 285

Ufficio Stampa Un ponte per… cecilia.dallanegra@unponteper.it – stampa@unponteper.it Tel. 06 44 70 2906 Ufficio Stampa UIL ufficiostampa@uil.it Tel. 06 47 53 285

 

Aleppo,si cancella la memoria delle stragi

unnamed“Questo è il luogo del massacro avvenuto nel quartiere Al Sukkari, che ha provocato 120 martiri”. La scritta commemorativa rendeva omaggio alle vittime cadute il 16/06/2014 nel popoloso quartiere di Aleppo a seguito dell’esplosione di due barrel bombs sganciate dai velivoli del regime di Bashar al Assad. Ora che l’intera area è di nuovo sotto il controllo del governo di Damasco, la scritta è stata completamente coperta.

unnamed-1“Stanno cercando di cancellare la storia, la memoria delle stragi degli innocenti”, scrive un medico rimasto in zona, che ben ricorda quel massacro. “La differenza tra il regime e l’Isis”, commenta un attivista, “è che l’Isis aggiunge a quel nero slogan menzogneri, mentre Assad non ha bisogno di farlo”.

La notizia è stata diffusa oggi da alcuni oppositori e giunge pochi giorni dopo il ripristino, all’ingresso meridionale della città di Hama, della  statua di Hafiz al Assad. Il regime si sente forte e sta rimarcando il territorio. In rete gli attivisti rimasti nella martoriata città di Aleppo giurano che non dimenticheranno i propri morti.

Io, siriana di Aleppo, vi racconto la nostra guerra

1aForse presto per me per parlare di un testamento morale e professionale, ma questo  articolo/confessione, pubblicato su The Post Internazionale, in parte lo è. In queste righe mi racconto, da siriana, da aleppina che è al tempo stesso cronista della tragedia del suo popolo.

È passato circa un mese dall’evacuazione di Aleppo, da quei giorni terribili che hanno consegnato alla storia l’ennesimo genocidio consumato nell’indifferenza. Ora è arrivato il momento di ricominciare a scrivere, di raccontare cosa è successo dopo. Dove sono finiti i civili deportati, quali prospettive li attendono, se esiste, per loro un futuro. Aleppo, ma anche tutto il resto della Siria, a partire dalla tragica situazione a Wadi Barada, pesantemente presa di mira dai bombardamenti del regime e dalle incursioni di Hezbollah, per passare a Idlib, città sotto il controllo degli insorti, dove si sono tenute le le prime elezioni libere, nonostante i bombardamenti incessanti.

http://www.tpi.it/mondo/siria/dachan-siria-aleppo-racconto-nostra-guerra

24

 

Cosa sta accadendo a Mosul? Intervista ad Amedeo Ricucci

ricucci-iraq-2016fL’Iraq rappresenta una delle ferite più grandi per il Medio Oriente. Da oltre trent’anni in guerra, è un Paese dove i giovani non sanno cosa voglia dire la pace. Le informazioni che arrivano parlano di un’imminente sconfitta dell’Isis e sembra che il peggio sia passato. Ma è davvero così? L’ho chiesto al collega Amedeo Ricucci, pluripremiato inviato Rai, tra i maggiori esperti di Medio Oriente e terrorismo, al suo rientro dalle porte di Mosul, dove tornerà nei prossimi giorni per continuare a documentare.

Foto di Amedeo Ricucci

Quale situazione hai lasciato a Mosul?

“Una cosa è l’eco mediatica di quello che sta succedendo, un’altra è la realtà sul terreno. Dire che gli irakeni sono entrati a Mosul sembra una notizia molto bella, la fine dell’Isis e dei suoi orrori, ma purtroppo non è così. Entrare a Mosul, città conquistata e tenuta dall’Isis, vuol dire che si procede di un metro ogni tre ore, perché comunque c’è da sminare il terreno e ci sono le trappole esplosive. La battaglia vera per Mosul, quindi, è solo iniziata e stando almeno ai precedenti che abbiamo, Kobane in Siria, Sirte in Libia, ma anche Ramadi e Falluja in Iraq, non è una questione che si risolverà in breve tempo. È ovvio che i comandi militari irakeni e quelli curdi facciano proclami di vittoria, ma non è così semplice la questione”.

Si può parlare di sconfitta dell’Isis?

“Che la sconfitta dell’Isis sia prossima è ovvio, lo era già prima che iniziasse l’avanzata, nel senso che l’Isis non ha mai mantenuto forze soverchianti a Mosul, né nelle altre città che ha occupato. Il sedicente califfato ha sempre peccato sul piano militare di non avere una potenza di fuoco comparabile agli eserciti con cui si confrontava. Mosul l’ha conquistata grazie all’effetto sorpresa, perché l’esercito irakeno, davanti all’avanzata di combattenti agguerriti e addestrati, è scappato.  L’Isis si è così impossessata delle loro armi pesanti e ha conquistato Mosul. Ci sono voluti due anni per ricostituire un esercito iracheno abbastanza affidabile, la cui manovalanza è stata costituita soprattutto dai peshmerga curdi che hanno un’esperienza trentennale di guerriglia sul campo. Sono stati loro a conquistare chilometro su chilometro.Ricucci Iraq 2016e.jpg

In due settimane di offensive l’Isis ha lanciato ben ottanta attacchi kamikaze, molti dei quali hanno provocato vittime.  Le cifre dei morti e feriti tra le fila dell’esercito irakeno e i peshmerga non è dato saperle, le tengono segrete. A noi giornalisti non è stato dato accesso neppure ai funerali. Secondo la propaganda dell’Isis si parlava di 250 morti solo nella prima settimana. Le ultime notizie riferiscono comunque di un’aspra resistenza nella cintura periferica di Mosul. Hassan Hassan, che è il giornalista che forse conosce meglio la realtà dell’Isis diceva che anche sulla base di testimonianze di combattenti che fuggivano, il sedicente califfato ha già dato per persa la città, e non considera questa perdita una cosa grave. L’Isis sta smettendo di essere un presunto Stato islamico e torna a essere un movimento di guerriglia che va a rifugiarsi nel deserto. Stanno puntando a trasferirsi in Siria, intorno a Raqqa probabilmente. Questo non vuol dire che il pericolo cessi ”.

Mosul senza Isis sarà una città finalmente libera?

Ricucci Iraq 2016g.jpg“Il vero problema non è solo strappare Mosul all’Isis, ma cosa fare poi di questa città, perché comunque la situazione è complessa. Mosul è sempre stata contesa tra arabi e curdi; inoltre c’è la pressione della minoranza turcomanna che è attiva e presente nella città ed è difesa dall’esercito turco. Per questo bisognerà capire come le varie forze si metteranno d’accordo per avanzare e stabilire la pace. Il problema, e lo dimostra la storia dell’Iraq, non è tanto strappare le città ai miliziani di al Baghdady, ma piuttosto come governarle dopo. Bisogna evitare che il fondamentalismo riappaia sotto nuove vesti. È stato così tra il 2006 e il 2007, quando al Qaeda è stata sì sconfitta dagli americani, ma è rimasta perché le tribù sunnite sono state penalizzate dal governo centrale di Baghdad, favorendo così il rafforzamento del fondamentalismo.  La stessa cosa rischia di accadere a Mosul”.

In questo, momento quali sono le forze in campo?

Ricucci Iraq 2016c.jpg“Il quadro è articolato e complesso. Ci sono i peshmerga curdi che hanno effettivamente svolto il loro lavoro, facendo l’avanzata più veloce e arrivando a cinque chilometri da Mosul, dove poi si sono fermati.  L’accordo politico che c’è col governo di Baghdad, infatti, è che i curdi non debbano entrare a Mosul, che è una città araba. In questi giorni però, i curdi hanno fatto una dichiarazione importante tramite il presidente Barzani, affermando chela terra che i curdi hanno conquistato (circa il 90% del territorio conteso) resterà terra del governo curdo regionale. Già questo potrebbe rappresentare un problema.   Baghdad ha ammonito l’esercito turco a non entrare a Mosul. L’esercito turco è lì a pochi chilometri, ha le forze per avanzare, ma Baghdad non vuole il suo ingresso in città. Vedremo se la Turchia ottempererà a questo diktat. Ankara dice che i turcomanni sono sotto la sua protezione, sono una componente minoritaria importante a Mosul. Bisogna poi domandarsi, da parte dell’esercito irakeno, chi è che entrerà, se l’esercito regolare irakeno, the Iraqi Defence Forces, oppure le milizie. Tra queste ultime ho visto sul campo soprattutto ritratti di Alì, quindi sono gli sciiti che andavano al fronte”.

Cosa comporterebbe questo ingresso?

Ricucci Iraq 2016d.jpg“Se entrano gli sciiti c’è il rischio che la popolazione di Mosul venga presa dal panico perché le milizie sciite, stando ai rapporti di Amnesty International, e di tutti gli organismi internazionali, si sono già caratterizzate per operazioni di pulizia etnica, come è accaduto a Ramady, Falluja e Tikrit. Sono precedenti per nulla positivi. È vero che sotto l’ombrello delle milizie, ci sono anche assiri, cristiani e sunniti, però la grande maggioranza, dai cinque ai 10mila combattenti, sono sciiti. Il passato ci insegna che il fondamentalismo è risorto perché il governo di Baghdad ha penalizzato i sunniti e questa esclusione li ha spinti ad avvicinarsi agli elementi più radicali ed estremisti.  Oggi più che mai l’Iraq ha bisogno di una pace duratura, una pace che non può che includere i sunniti che rappresentano il 30% della popolazione e a che a Mosul sono la stragrande maggioranza”.

Esiste un dato certo del numero dei miliziani asserragliati a Mosul?

Ricucci Iraq 2016b.jpg“Assolutamente no; stime più attendibili parlano di 3mila, massimo 5mila combattenti. Le cifre sono molto aleatorie. A Sirte, in Libia, si diceva che fossero 7mila, poi si è scoperto che in realtà il grosso di questi combattenti era riuscito a fuggire. Ora non sappiamo quanta gente sia riuscita effettivamente a scappare da Mosul. È comunque vero che il corridoio di uscita, che dalla città porta verso Ovest, in Siria, è stato lasciato ai combattenti dell’Isis (siriani, irakeni e foreing fighters) e soprattutto alle loro famiglie.  Ora questo corridoio è stato messo in pericolo dall’attacco delle milizie sciite vicino al confine siriano sulla città di Tal Afar, che conta circa 100mila abitanti. Se l’attacco va avanti, questa via di fuga verrà chiusa e l’Isis rimarrà prigioniera insieme ai suoi stessi ostaggi civili. L’Indipendent parlava della presenza di Abu Bakr Albaghdady all’interno della città. Sono notizie che si rincorrono, ma probabilmente non sapremo mai la verità, se non alla fine”.

Ricurri Iraq 2016 i.jpgQual è la situazione dei civili, si può parlare di crisi umanitaria?

“ I civili fuggiti da Mosul sono 4/5mila, stanno in campi ben attrezzati, allestiti sia dalle forze curde, che da quelle irakene. I numeri per ora non sono quelli di una crisi umanitaria, come ad esempio quella in corso ad Aleppo. La grande incognita sono i civili ancora prigionieri all’interno della città, circa un milione e mezzo tra autoctoni e abitanti dei villaggi limitrofi che l’Isis ha rastrellato portando a Mosul. Ho fatto un reportage sulla resistenza all’interno di Mosul e dalle testimonianze raccolte ci sarebbero cecchini dappertutto che impediscono ai civili di uscire di casa. L’intenzione è di usarli come scudi umani.  Comunque sarà difficile entrare ed evitare la carneficina di civili. Teniamo presente che l’interno della città vecchia, la old Mosul, dove è trincerato il grosso delle forze dell’Isis, è un posto dove non si entra con i carro armati; bisognerà avanzare casa per casa e l’Isis ha già dimostrato di essere estremamente efficace in questo tipo di scontro, con trappole esplosive di ogni tipo e autobombe. Per questo la battaglia non è ancora vinta. Possiamo dire che la vittoria è già data, però i tempi per ottenerla sono tutti da vedere”.

Video: storia di Nour, una bimba ferita

In questo quadro drammatico, c’è una nota positiva, il ritorno della croce sui villaggi cristiani.

Ricucci Iraq 2016a.jpg“In quasi tutti i villaggi della terra di Ninive, come a Karakosh e Karamles è effettivamente tornata la croce cristiana. L’operazione di riconquista di questi villaggi è stata appannaggio dell’esercito irakeno. Sono villaggi dove la popolazione, comunque, non è ancora rientrata perché bisogna bonificare tutta l’area. Pochi giorni fa sono state ritrovate due anziane donne, di ottantacinque e novant’anni che avevano vissuto per venticinque mesi nascoste in un seminterrato, mentre l’Isis controllava il villaggio. È una storia straordinaria. Ora sono entrambe in ospedale. Ho visitato sia Karakosh, sia Karamles. Lì la furia distruttiva dell’Isis ha assunto i contorni della persecuzione religiosa perché comunque le chiese sono state tutte profanate e distrutte. A Karamles il santuario di Santa Barbara, che è una delle perle del cristianesimo caldeo, è stato utilizzato come base dell’Isis con tunnel interminabili che servivano a nascondere i miliziani”.

Quanto contano gli errori del passato in Iraq?

“Tantissimo. Adesso siamo tutti eccitati di fronte a questa riconquista di Mosul e ci si dimentica che l’Iraq è un Paese che da trentasei anni vive in guerra. Prima contro l’Iran all’epoca di Saddam Hussein, poi le rivolte curde a più riprese, poi la prima e la seconda guerra del golfo, poi c’è stata al Qaeda, l’occupazione americana e chi più ne ha più ne metta.  I giovani che sono al fronte non sanno cos’è la pace perché non l’hanno mai vissuta. È un Paese che va rimesso completamente in sesto, ma non si può farlo senza rispettare la sua complessa componente etnica. Ci sono sunniti, sciiti, curdi, yazidi e diverse altre minoranze. La posta in gioco è importantissima e ovviamente il petrolio e le risorse economiche rischiano di rendere questa partita molto più complicata”.

Quali sono le differenze nell’effettiva battaglia contro l’Isis in Siria e in Iraq?Molti paragonano Mosul ad Aleppo

“Non c’è nessun raffronto possibile tra Mosul e Aleppo. Sono situazioni completamente diverse. Ad Aleppo non c’è l’Isis a combattere, ma il regime che bombarda le zone occupate dall’Esercito Siriano Libero. L’Isis è fuori dalla partita militare ad Aleppo. Quello che fa la differenza è il fatto che a Mosul ci sono centinaia di giornalisti e quindi quella di Mosul è una battaglia che i media possono seguire e raccontare. Aleppo resta un massacro che va avanti ormai da anni, senza che nessuno possa documentarlo”.

Quali sono, secondo te, le possibili prospettive?

“ Vedo sia elementi positivi, che negativi.  O la battaglia di Mosul porta a una ridefinizione dei rapporti tra la comunità sciita e sunnita, o ci sarà la possibilità, e l’Isis lo sa già, di riconquistare la minoranza sunnita emarginata. L’Isis non sparirà, si nasconderà nelle pieghe della società sunnita e se questa non verrà reintegrata, c’è il rischio che l’Isis o chi ne prenderà il posto, trovi terreno fertile per ricominciare la sua guerriglia”.

L’ottobre rosso in Siria: 40 massacri denunciati dal SNHR – Almeno 10 ad opera dell’aviazione russa

مجزرة صلاح الدين - حلب -30-10-2015Sono oltre 40, secondo il Syrian Network For Human Rights, i massacri commessi in Siria nel solo mese di ottobre 2015. Tra questi 10 ad opera dell’aviazione russa. Il bilancio è di 513 civili uccisi dal 1 al 31 ottobre.

مجزرة دوما-10-10-2015La denuncia arriva, come ogni mese, in base ai dati raccolti e rielaborati dal SNHR, grazie al contatto con i comitati di coordinamento locale che aggiornano quotidianamente il drammatico bilancio delle vittime e dei feriti nelle diverse città siriane.

مسجد-بحيان-حلب11Secondo il rapporto, pubblicato sul sito SNHR, dei ventinove massacri commessi dalle forze governative 24 si sono consumati in zone sotto il controllo dell’opposizione armata e 5 in zone sotto il controllo delle milizie di Daesh (Isis).  La città più colpita è Aleppo, con 13 stragi, seguita da Damasco, 11, Homs, 8, Idlib 5, Hama 2 e Deir Al Zour 1.  Delle 513 persone che hanno perso la vita il 43% erano bambini, 159, e donne, 62.

روضة- مرج السلطان - 29-10-2015Il rapporto è un vero bollettino di guerra online, con la cronaca giorno per giorno e i link alle foto delle stragi. Secondo un secondo rapporto, incentrato sul livello di distruzione registrato a seguito dei bombardamenti, nel solo mese di ottobre 2015 gli obiettivi civili colpiti sono stati 92, di cui 64 per mano del governo di Damasco, 16 ad opera dell’aviazione russa, 8 da vari gruppi armati e 4 da Isis. Sono stati rasi al suolo 26 tra ospedali e punti di soccorso, 12 scuole e persino 2 campi per sfollati,  la sede di una missione diplomatica e di una umanitaria.

روضة-مرج السلطان - 29-10-2015La Protezione Civile Siriana, che opera senza sosta nel soccorso delle vittime, denuncia che vengono colpiti deliberatamente obiettivi civili e che la violazione di tutte le convenzioni Onu è ormai all’ordine del giorno.

Tutto ciò accade mentre il regime di Bashar Al Assad continua la sua propaganda, sostenuto dalla Russia. Il dittatore siriano, che in tutti questi anni non ha speso una sola parola per le sue stesse vittime o per i milioni di profughi che a causa dei suoi stessi bombardamenti lasciano il Paese, ieri ha dichiarato, senza pudore alcuno, che “ciò che è accaduto a Parigi è una conseguenza della sbagliata politica estera francese”. L’Eliseo, va ricordato, è sempre stato pronto a sostenere l’opposizione anti-assad e le minacce del governo siriano erano arrivate già nel 2011, in modo aperto e senza giri di parole, quando, tramite il gran Muftì, Assad aveva dichiarato che si sarebbe vendicato con i suoi kamikaze sparsi in Europa, di quanti avessero intralciato i suoi piani.

Località Al Ghouta, le conseguenze dei bombardamenti russi su una scuola.

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’informazione all’epoca del terrorismo

IMG-20151115-WA0011Non è mai facile raccontare notizie drammatiche, né tanto meno raccontare atti di terrorismo o di guerra. L’ho scoperto in questi cinque anni raccontando di Siria, denunciando stragi di innocenti e carneficine indescrivibili. L’ho scoperto andando lì e trovandomi davanti ai morti e ai feriti, davanti a madri che mi hanno raccontato di aver raccolto i resti dei propri figli a brandelli, davanti a bambini che mi hanno descritto l’esecuzione dei propri padri o l’orrore delle bombe sulla loro scuola, che hanno decimato i loro compagni.

Mi sono chiesta se era giusto pubblicare certe foto, se stessi violando la Carta di Treviso e il Codice Deontologico che distingue un giornalista da un comunicatore qualunque. Perché la guerra sconvolge ogni nostra certezza, deforma il nostro sguardo, la nostra stessa mentalità, ma non deve farci impazzire. Ci toglie il sonno e la serenità, ma non deve toglierci il giudizio e la ragione. Non deve farlo nemmeno il terrorismo. Ci ferisce al cuore, ci sconvolge, ci spaventa, fa vacillare ogni nostra certezza, ci fa sospettare di tutto e di tutti, ma non deve far venir meno quelli che sono i nostri valori, quella che è lo spirito su cui si fonda la nostra professione. La libertà e il dovere della denuncia sono altro rispetto alla calunnia, rispetto all’insulto gratuito, all’accusa infamante verso un’intera comunità di esseri umani.

Guardando le prime pagine dei giornali francesi dopo i drammatici fatti di Parigi e le prime pagine di tre quotidiani italiani, Libero, Il Messaggero e Il Giornale, si nota una differenza palese. Da un lato la denuncia, forte, inequivocabile, assolutamente condivisibile dei giornali francesi, dall’altro l’offesa gratuita di questi tre giornali italiani, che violano tutte le regole deontologiche della professione giornalistica. Le loro parole non aggiungono nulla alla notizia, ma istigano all’odio.

Sono numerose le iniziative  intraprese dai lettori e anche di colleghi giornalisti che non si riconoscono in simili comportamenti e che per questo hanno voluto fare la loro denuncia, che ho sottoscritto.

Ogni giorno da giornalista italo-siriana ringrazio Dio di essere nata in un Paese libero, dove per diventare giornalista bisogna formarsi, rispettare regole e codici e attenersi a quello che è la nostra vocazione professionale: raccontare e non avere paura di dire ciò che gli altri non dicono. Se fossi nata in Siria per scrivere avrei dovuto avere la tessera del partito Ba’ath, che regge il regime di Assad. Sarei stata una delle tante scriba al soldo del regime. In Italia, grazie all’impegno e al sacrificio di molti, non è così. Rispetto profondamente e sono grata a chi ci garantisce questa libertà e anche in questa occasione non mi piace che si generalizzi su tutta la nostra categoria, a causa degli errori di pochi.

Posso solo immaginare cosa significhi essere privati della propria libertà e per questo voglio difendere nel mio piccolo l’onore e la dignità della nostra professione, che si fonda sull’idea stessa di libertà. Lo faccio pensando a tutti quei colleghi, in Italia, in Siria e in ogni zona del mondo che per il loro coraggio hanno spesso pagato con la vita. Dobbiamo onorare la professione giornalistica anche per loro.