Io, siriana di Aleppo, vi racconto la nostra guerra

1aForse presto per me per parlare di un testamento morale e professionale, ma questo  articolo/confessione, pubblicato su The Post Internazionale, in parte lo è. In queste righe mi racconto, da siriana, da aleppina che è al tempo stesso cronista della tragedia del suo popolo.

È passato circa un mese dall’evacuazione di Aleppo, da quei giorni terribili che hanno consegnato alla storia l’ennesimo genocidio consumato nell’indifferenza. Ora è arrivato il momento di ricominciare a scrivere, di raccontare cosa è successo dopo. Dove sono finiti i civili deportati, quali prospettive li attendono, se esiste, per loro un futuro. Aleppo, ma anche tutto il resto della Siria, a partire dalla tragica situazione a Wadi Barada, pesantemente presa di mira dai bombardamenti del regime e dalle incursioni di Hezbollah, per passare a Idlib, città sotto il controllo degli insorti, dove si sono tenute le le prime elezioni libere, nonostante i bombardamenti incessanti.

http://www.tpi.it/mondo/siria/dachan-siria-aleppo-racconto-nostra-guerra

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Horrie, la libertà ha un nome di donna

313647_419595811447761_946571561_nSia in lingua araba, che in italiano, la parola libertà è femminile. Non è un caso; è un messaggio, un segno. Oggi, che in molti Paesi del mondo si celebra la festa della donna, voglio dedicare una riflessione a tutte le donne che lottano e vivono in nome della libertà.

A quelle donne che non cedono a compromessi e affrontano i percorsi tortuosi e in salita a testa alta. A quelle donne che sanno trasmettere amore e altruismo anche nei contesti più ostili. A quelle donne i cui pianti soffocati fanno da ninnananna a orfani indifesi. A quelle donne che anche sotto le bombe riescono a dare la vita. A quelle donne che con le loro piccole mani spostano gli ostacoli più grandi, quelli della mente e del cuore. A quelle donne che ti guardano negli occhi e ti raccontano il viaggio complesso, sofferto, ma anche felice del vivere quotidiano. A quelle donne che trasformano il loro dolore in ricerca di armonia e il loro disagio in opportunità.

Ho conosciuto donne dalla forza straordinaria nella mia vita e ognuna di loro mi ha insegnato molto. Parlano tutte con un tono di voce delicato, ma le loro parole hanno più forza del fragore delle armi. Bisogna solo imparare ad ascoltarle. Io credo che il cambiamento di cui oggi ha bisogno il mondo passi proprio attraverso lo sguardo e l’impegno femminile. Dobbiamo riprenderci gli spazi di confronto e dialogo che nessuno ha il diritto di negarci. Dobbiamo difendere la nostra dignità umana, religiosa e lavorativa ad ogni costo. Possiamo farlo solo insieme, condividendo il senso più profondo della parola libertà.

 

 

Dai campi profughi al camice bianco: il riscatto delle giovani siriane

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Il via vai di malati all’ingresso del centro medico è incessante. Ci sono molti bimbi in braccio ai genitori che aspettano il proprio turno davanti ai vari ambulatori. La capo infermiera che mi accoglie mi fa fare il giro dei diversi reparti. Riesco a intervistare, in pause rubate tra un paziente e l’altro, tutti i medici che non sono nelle sale operatorie. Soni tutti siriani; alcuni hanno una lunga esperienza alle spalle, altri sono freschi di specializzazione conseguita in Siria e spesso anche all’estero.
L’ospedale è  stato costruito e viene finanziato da una serie di organismi internazionali  e periodicamente accoglie delegazioni di medici stranieri che giungono qui al confine per prestare gratuitamente  la propria opera a beneficio dei siriani che si sono rifugiati in questa città. C’è anche una piccola farmacia interna, ma basta a malapena a fornire ai medici il materiale con cui operare.
Diversi ricoverati mi raccontano le loro storie. In alcuni casi sono le madri o i padri che parlano per i figli, troppo piccoli per illustrare il proprio dramma.
La mattinata vola senza che mi renda conto del tempo, tra storie di diciottenni feriti al fronte mentre difendevano le proprie case,  di bambini ustionati e mutilati dagli ordigni e  di malati di tumore, adulti e bambini, che non riescono a ricevere cure adeguate, finché  l’arrivo dei vassoi con il pranzo per i ricoverati non mi fa capire che sono quasi le una. Devo assolutamente liberare la capo infermiera  per farla tornare  al suo lavoro. Per tutto il tempo in cui mi ha accompagnata è  stata continuamente chiamata per mille ragioni. A tutti ha dato risposte in modo gentile e paziente.
La sua storia la scriverò  in un articolo dedicato, perché davvero merita di essere narrata. Quando le dico che mi cogedo per restituirla ai suoi pazienti mi fa sedere in uno spazietto dedicato alle infermiere e mi presenta le sue colleghe e alcune giovanissime stagiste. Mi spiega che sono profughe e provengono tutte da un vicino campo turco e che da circa un anno e mezzo hanno aderito a un progetto di formazione dedicato, studiando Scienze Infermieristiche. Il loro riscatto da una vita di desolazione in una baraccopoli l’hanno avuto studiando, lasciando le famiglie e dedicandosi pienamemte all’apprendimento del mestiere. Ora indossano il camice bianco e si preparano a superare l’esame finale per diventare infermiere professioniste. Il primo gruppo di laureate dei campi profughi, mi raccontano, hanno tutte deciso di fare il periodo di stage e di lavorare, gratuitamente, negli ospedali da campo in Siria. Hanno deciso cioè  di tornare in Patria per aiutare la loro gente che soffre e che ha bisogno di essere assistita e curata. Lontane da quella che hanno definito  “morte del cuore”, fatta di noia, desolazione, mortificazione,  che le uccide giorno per giorno nei campi profughi turchi, hanno scelto di affrontare la sfida quotidiana dell’esistenza sotto le bombe per ridare un senso e una dignità  alla loro vita.
“Anche noi intendiamo tornare in Siria, dichiarano due delle quattro stagiste. Sarà bello servire la nostra gente e, se necessario, offrire anche le nostre vite per la nostra amata Siria”.
Quando esco fuori è iniziata un’abbondante nevicata. Sembra tutto ovattato, ma dietro il filo spinato c’è l’orrore delle armi che urla. Il bianco della neve è bello come quello dei camici di queste coraggiose donne che, senza fare rumore, lottano per la propria dignità e l’amor di Patria.

Donne al confine, voci di un’umanità invisibile

20160103_131747Il termometro sul display del telefonino segna due gradi, e il freddo è  penetrante. Siamo sedute intorno a una stufa a legna alimentata con tavolette di compensato. I bambini intorno a noi restano con i cappellini in testa e i guanti sulle manine. Persino il caffè appena fatto, quello coi fondi, si fredda presto. L’unica cosa calda in questo pomeriggio di inizio gennaio sono i sorrisi dei piccoli orfani che giocano e le lacrime  delle loro madri.

Siamo in una città di confine, a 60 Km dalla martoriata Aleppo, molti meno dalla periferia  di Idlib, distante una manciata di terra e di filo spinato. Da questa parte del tracciato dal cielo arrivano solo sole, pioggia e neve. Sembra così strano, anche se dovrebbe essere la normalità. Oltre lo sguardo,  invece, si sta consumando il genocidio di ciò che resta della Siria  e dei siriani. Da quasi cinque anni. È passato così tanto tempo, infatti, dall’inizio di questo dramma che sembra non avere fine, e che si mostra in tutta la sua crudeltà nelle vicende umane taciute dei civili, in particolare donne e  bambini.

Quelle che incontro sono donne che vivono sull’orlo di luoghi e memorie dimenticate. Sono fuggite dai bombardamenti e dalle  violenze insieme ai propri figli. Sono vedove, alcune poco più  che ventenni e in questo Paese che le ha accolte senza troppe attenzioni affrontano le difficoltà  di essere sole, straniere  e povere. Le loro sono storie di confine, di emarginazione e di coraggio. Il coraggio di continuare ad amare e trasmettere questo sentimento, che sembra stridere con tutto ciò  che le circonda. L’amore per i propri figli, che ormai hanno solo loro, è  diventato la loro stessa ragione di vita. Scrivo le loro storie su fogli di carta, con la mia grafia deformata dalla fretta e l’impegno di raccontarle fedelmente. Ma stasera volevo lanciare il mio sassolino nel lago. Ci sono anche loro nel mondo. Ci sono le donne didimenticate di questa guerra, sorelle di ogni donna dimenticata di ogni maledetta guerra.

Immergersi nelle loro storie è  straziante, è uno schiaffo alle nostre  coscienze assopite e assuefatte da una ripetitiva cantilena della guerra raccontata come forze opposte e brutali che si contrappongono. La guerra la combattono uomini e mezzi armati, ma la subiscono i civili, che pagano le conseguenze peggiori, tra cui l’oblio e la rassegnazione. Far arrivare la loro voce al mondo non fermerà  di certo le bombe, ma rende onore alla loro lotta per la vita.

Il coraggio delle bambine siriane: “Non potrete ucciderci con l’ignoranza”

IMG_20151213_23310512 dicembre 2015, Douma – Sulla città a nord est della capitale Damasco piovono bombe dell’aviazione russa. L’attacco è massiccio e dura da diversi giorni e gli obiettivi colpiti, contrariamente a quanto dichiara certa propaganda, sono tutti civili. Gli abitanti del posto sono ormai meno della metà di quanti erano prima del 2011: migliaia sono caduti, altrettanti sono fuggiti. Eppure, nonostante l’immensa distesa di macerie faccia pensare a un luogo ormai morto, a Douma continuano a vivere bambini, donne, giovani, anziani che cercano di lottare disarmati per la propria sopravvivenza.

Nelle aule della locale scuola media femminile, una delle poche risparmiate dalle bombe,  e non ancora occupata dagli sfollati, alcuni insegnanti e i loro studenti tengono viva l’istruzione. Si va a scuola attraversando strade ormai disseminate di macerie, spesso affrontando la minaccia dei sequestri e dei cecchini appostati sui tetti e, come è avvenuto la mattina del 12 dicembre, con il rombo degli aerei militari che riempie il cielo. Non c’è corrente elettrica, non ci sono riscaldamenti; molte bimbe non hanno più quaderni e matite colorate, ma la voglia, il bisogno e il sogno di completare il proprio percorso formativo le spinge a studiare affrontando ogni difficoltà e minaccia. Lottano per la propria dignità e per poter scrivere la parola futuro sul diario della loro vita. Ma la vita in Siria, tra le bombe del regime, le esecuzioni sommarie, gli atti di terrorismo e ora le incursioni aeree russe e di altre nazioni, è appesa ad un filo.

Sulla scuola di Douma piovono ordigni dell’aviazione russa: si contano oltre quaranta vittime nel quartiere. Molte sono proprio le bambine della scuola media femminile. Morte davanti alle proprie compagne di studio, davanti ai propri insegnanti. Morte con matite colorate in mano e parole da scrivere sui quaderni bianchi. Morte rincorrendo quello che in Siria, per molti bambini, è ormai solo un sogno: studiare.

Le immagini sono drammatiche: sui banchi, nel cortile di ingresso, nei corridoi, ovunque c’è sangue e ci sono i corpi martoriati delle piccole studentesse. Piccole martiri che hanno lottato fino all’ultimo per la propria istruzione, per la propria dignità e per la propria vita. Bambine indifese colpite senza pietà, mentre la propaganda continua a raccontare di colpire i terroristi. Ma i mandanti del terrorismo non colpiscono mai se stessi. La macchina della guerra in Siria mira deliberatamente a compiere massacri di civili.

Poche ore dopo la strage gli insegnanti e le bambine sopravvissute hanno dato vita ad un sit in sulle macerie della loro stessa scuola. Cartelli in arabo e in inglese dove rivendicano il proprio diritto allo studio, il proprio diritto alla vita e denunciano le atrocità di quello che hanno subito. È commuovente la loro dignità, è impressionante il loro coraggio. Sui loro volti è dipinto il dolore, ma si coglie anche la ferma volontà di non piegarsi alla violenza. Uno dei cartelli, infatti, recita: “Non potrete uccidermi con l’ignoranza, io imparerò”; su un altro è scritto: “Voglio tornare a scuola”. Queste sono le piccole Malala di Siria. Queste sono le piccole donne siriane.

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Il premio “A passo di notizia” il 7 marzo ad Asmae Dachan

658614-Ordine_Giornalisti_Marche_SIRIA_Invito_7marzo_500x518La cerimonia si svolgerà alla sala Viani della Mole Vanvitelliana. La collega italo-siriana esporrà anche le sue fotografie di reportage

L’Ordine dei giornalisti delle Marche organizza per il 7 marzo 2015 (ore 17), nella sala Viani della Mole Vanvitelliana di Ancona, la consegna del premio “A passo di notizia”, dedicato in questa edizione al giornalismo in zone di guerra. Il Consiglio ha deliberato di assegnare il premio, quest’anno, alla collega italo-siriana Asmae Dachan, per i suoi reportage nelle città siriane devastate dai combattimenti e nei campi profughi di confine, per l’intensa attività di informazione e sensibilizzazione svolta in stretto contatto con agenzie e reporter clandestini, e per l’impegno profuso nell’aiuto umanitario alle popolazioni civili coinvolte nel conflitto. Alla manifestazione pubblica del 7 marzo, che ha ricevuto il patrocinio dell’Assemblea legislativa e della Giunta regionale delle Marche, della Provincia e del Comune di Ancona, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e dell’organizzazione umanitaria Onsur, sono state invitate le massime autorità civili e religiose regionali, provinciali e cittadine. Il programma prevede il saluto delle autorità presenti, la consegna del premio, una relazione della collega Dachan sulla situazione siriana e l’inaugurazione di una mostra fotografica che resterà aperta fino al 21 marzo.