Diario da Lesbo – Le nuove deportazioni

Foto e testo di Alessandra Aldini

P3200025 (1).jpg“Arrivano notizie della firma dell’accordo EU/Turchia. Potranno iniziare le deportazioni, e con loro l’Europa non sarà accogliente. Possibile che accada tutto ciò nella cara e vecchia Europa? Non vogliamo credere che finisca tutto così ed allora continuiamo il nostro lavoro di catalogazione e selezione dei vestiti e di tutto l’occorrente arrivato in dono a Lesbo dal resto del Mondo.

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di Alessandra Aldini

Dopo qualche ora decidiamo di andare a fare un giro per vedere la situazione nei campi e passare del tempo con i migranti. Ad Afghan Hill incontriamo un distinto signore marocchino che ci racconta di essere stato costretto a partire perché, con il suo lavoro di fabbro, non riusciva più a mantenere la famiglia. Piange perché sognava di giungere in Italia da un amico che avrebbe potuto aiutarlo a trovare un lavoro ma, arrivato a Lesbo, non riesce più a proseguire il viaggio. E’ bloccato in quel centro perché non ha diritto di rimanere in Europa. Piange e mi dice che lui non tornerà mai indietro per veder morire di fame la sua famiglia ma, piuttosto, morirà in quel campo.

Si avvicinano in molti per conoscerci e per raccontare le proprie storie: ci sorridono e ci stringono la mano. Tra di loro un ragazzo cattura la mia attenzione. Ha la testa china perché si vergogna del pianto che non riesce a trattenere. Giro lo sguardo altrove, voglio lasciarlo almeno libero di trovare la sua intimità anche in un campo.

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Torniamo a casa e ci prepariamo alla notte in spiaggia a supporto di Erci, squadra di soccorso internazionale, Proemaid, Gfire, Proactiva, vigili del fuoco spagnoli che da mesi si danno il turno sulle spiagge per aiutare l’approdo dei gommoni. Giungiamo intorno alle 5 ed è subito un pugno allo stomaco. C’è la gente appena arrivata e ci sono tre lembi di spiaggia dove i medici di MSF soccorrono tre uomini in arresto cardiaco. 20 interminabili minuti fino a che, guardando gli sguardi di alcuni di loro, scopriamo che uno di loro non ce l’ha fatta. L’uomo, insieme agli altri due, aveva portato verso la riva quel piccolo gommone.

Ci concentriamo sugli altri migranti ed io inizio ad aiutare una giovane mamma e le sue tre figlie piccolissime, una di loro è particolarmente disperata, trema, non riesce a smettere di piangere e continua a chiamare la mamma che non ha neppure la forza di risponderle. Cerco di abbracciarla e consolarla e dopo qualche interminabile minuto capisce di essere in salvo e mi dona un sorriso. La donna si presenta e presenta le sue figlie. E’ sola e si chiama Raja, che in arabo significa sperare.

P3200034.jpgPasso ad aiutare un’altra mamma che mi chiede di tenere in braccio la sua bimba mentre si cambia i vestiti bagnati. La prendo, piange la piccola, non mi conosce e vuole la mamma. Le cade il cappellino di lana ed io rimango impietrita. Ha una parte del viso e del cuoio capelluto ustionati atroce testimonianza delle bombe al fosforo sganciate dalla Russia in aiuto ad Hassad il dittatore. Non riesco a respirare, ma so che debbo andare avanti per aiutarli. La coccolo, le canto una ninna nanna e il suo sguardo spaventato finalmente si rasserena.

Appena finiamo di aiutare questo gruppo giungono notizie di un altro avvistamento. Corriamo per aiutare e, per caso, vengo inserita nella catena umana che aiuta nello sbarco. Accolgo tra le mie braccia un piccolo che la mamma ha affidato ai soccorritori per poter scendere. Lo guardo, sta bene e mi scruta. Chissà cosa ricorderà di tutto questo.

Il giorno dopo, passate molte ore da quella notte che non potremo dimenticare mai, riusciamo finalmente a parlarne. Per me, Arianna, Carla, Francesco e Giacomo il mare e le sue onde non saranno più la stessa cosa.”

 

 

Diario da Lesbo – Dove naufragano i diritti umani

P3200015.jpgIl secondo giorno a Lesbo – Foto e testo di Alessandra Aldini

Sveglia alle 5 per raggiungere i gruppi di controllo delle spiagge. Diluvia. Inutile andare perché i migranti non arriveranno visto che con il maltempo i rischi aumentano. Non bastano gli assalti della polizia turca, anche il mare in tempesta. Sì, avete capito bene. Ho parlato di assalti dei turchi perché è proprio quello che ci racconta un giovane migrante. I turchi intercettano i gommoni e se serve spaccano i motori delle imbarcazioni stracolme di migranti o peggio, si avvicinano con le barche con il solo fine di arrecare ulteriori danni. Del resto il patto con Erdogan è questo. L’Europa paga e i migranti non debbono attraversare il mare.

P3200039 (1).jpgDecidiamo quindi di aspettare qualche ora per ritornare ai magazzini poiché là il lavoro non manca, mentre mancano volontari visto che non piace a nessuno passare ore ed ore a catalogare e smistare montagne di vestiti. Nessuno ti vede, non hai contatti con i migranti e la visibilità non esiste. Per questo Un Ponte per… ha garantito agli organizzatori dei magazzini la presenza dei suoi volontari.

Durante il lavoro ad un certo punto i nostri occhi incrociano gli occhi di due giovani mamme siriane. Hanno in braccio due piccoli fagottini di pochi mesi e ci sono anche i loro giovani mariti. Sono fortunati perché sono insieme ed anche per noi è una buona giornata: con loro possiamo dare il meglio di noi. Troviamo tutine per i più piccoli, cappellini, maglioni per le giovani mamme e giacconi per i papà. Vengono da Homs, sono provati ma vogliono andare avanti. Non sanno dell’accordo Ue/Turchia e vogliono arrivare nel Nord Europa. Inutile parlar loro delle scelte europee, non ci crederebbero. Li aiutiamo e ci sorridono. Anche noi oggi abbiamo avuto il nostro momento di gloria.

P3200035.jpgDopo pranzo decidiamo di visitare il Campo di “Afghan Hill” che in questi giorni ospita centinaia di migranti. Pakistani, marocchini, algerini, afgani, tutti quelli che non hanno possibilità di accedere alla registrazione. Diversi mesi fa si sono organizzati occupando un uliveto ed i volontari indipendenti venuti ad aiutarli hanno trattato un affitto per il terreno. Hanno organizzato un campo dove si può mangiare, avere vestiti puliti, ma non ci si può lavare. Del resto a chi può interessare tutto ciò se non al gruppo di indipendenti?

C’è anche uno spazio adibito ai giochi con i bimbi ma mancano i nomi famosi delle potenti Ong che diramano comunicati stampa sulle condizioni dei migranti. Loro sono altrove. Pochi metri più avanti nell’Hotspot e nel campo dedicato esclusivamente ai siriani. Li non è possibile entrare né tanto meno fotografare. Sono impenetrabili. L’Hotspot, circondato da filo spinato, ricorda il confine ungherese. Essere accolti dai volontari indipendenti ad “Afghan Hill” e passare davanti all’Hotspot offre la dimensione di quanto sta avvenendo ai migranti. Da una parte forze di polizia, Frontex e l’immobilismo delle grandi ONG, dall’altra i popoli d’Europa e i popoli erranti.”

Diario da Lesbo – I parte

Sono ore drammatiche per migliaia di profughi siriani sull’isola di Lesbo. Il sogno di proseguire la fuga verso il nord Europa si sta frantumando insieme a ciò che resta della solidarietà umana. Presto inizierà quella che i volontari del soccorso internazionale che sono intervenuti sull’isola chiamano “la deportazione” verso la Turchia.

Pubblico la testimonianza di due volontarie italiane, Alessandra Aldini e Arianna Torre, che stanno prestando la propria assistenza a donne, bambini e anziani stremati. Nel team di volontari italiani ci sono anche Carla Aldini e Francesco Fiore.

di Alessandra Aldini e Arianna Torre – Foto di Alessandra Aldini

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Ph: Alessandra Aldini

“Sveglia alle 7 e partenza verso i magazzini. Incontriamo la Grecia, l’Irlanda, La Spagna, la Repubblica Ceca, gli Stati Uniti negli sguardi dei volontari che ci corrono incontro felici di poter contare anche sul nostro impegno. Tanta la voglia di aiutare in quelle montagne di indumenti che aspettano di essere di nuovo utili perché a Lesbo è ciò che avviene. Un vecchio calzino riprende vita in un piccolo siriano. Una sciarpa colorata si trasforma in un hijab e la maglietta del Manchester la divisa di un giovane afgano.

 

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Ph: Alessandra Aldini

Lavoriamo per ore insieme e per capirci non serve conoscere l’inglese perché le affinità prendono il sopravvento ed i nostri sguardi si incrociano attraversando quegli spazi immaginando un’altra Europa. Accatastiamo, dividiamo e cataloghiamo. Soddisfatti lasciamo i magazzini consapevoli di aver dato il massimo; a conferma di ciò il sorprendente e piacevole episodio di due simpatiche volontarie spagnole che giunte in fretta e furia cercano abiti per una neonata arrivata con il papà al campo di Pikpa (uno dei centri per rifugiati gestito da volontari indipendenti) senza la mamma bloccata in Turchia. Ci diamo appuntamento per la mattina successiva perché nel pomeriggio l’emergenza si sposta al porto.

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Ph Alessandra Aldini

Arriviamo alle 17 e nel momento stesso in cui iniziamo ad aiutare e ci guardiamo intorno ci rendiamo subito conto che decine di volontari non sono sufficienti a risolvere il dramma di una guerra. Bambini ancora a piedi nudi, donne senza cappotti, giovani ragazze che si avvicinano timide alla ricerca di un supporto per la propria igiene intima. La vita racchiusa in qualche busta ed un piccolo zaino. Non ridono, non hanno voglia di scherzare ma ringraziano perché ogni piccolo gesto ai loro occhi è un dono inestimabile. I bambini, invece, nonostante tutto, corrono, ridono, mangiano dolciumi e indossano un sorriso.

 

Ore 20 la partenza per Atene. Un’altra tappa verso la serenità

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Ph: Alessandra Aldini

L’Europa di Tsipras non è poi così diversa dalle frontiere chiuse che obbligano migranti e profughi ad attendere. Costretta ad accogliere a causa del suo splendido mare che non accetta cancelli, sceglie la linea dell’assenza istituzionale e della presenza di esercito e forze di polizia che vivono con fastidio i volontari che battono le strade dell’isola

È buio, si torna a casa e la sveglia è pronta per le 5. Inizia il nostro nuovo giorno in spiaggia aspettando gli sbarchi. E intanto l’Europa offre miliardi di euro per non vederne più”.

L’esodo da Aleppo, migliaia di civili in fuga

CaoEV7YW4AAoIKsSono migliaia i civili in fuga dal nord di Aleppo a causa della violenta offensiva scatenata nei giorni scorsi dall’aviazione russa e dalle forze del regime di Bashar Al Assad, sostenute dalle milizie di Hezbollah. Donne, bambini, giovani e anziani scappano con i mezzi propri, a volte anche a piedi, per cercare di sottrarsi ai bombardamenti indiscriminati che stanno colpendo i quartieri residenziali. La zona è già stata presa di mira anche dai miliziani dell’Isis, innescando un violento scontro con i ribelli.

img_53b1162c49316Un fiume umano sta lasciando ciò che resta della seconda città della Siria per raggiungere i villaggi del nord e la frontiera turco-siriana. Gli sfollati si sono riversati anche ad Azaz, cittadella di 30mila abitanti in provincia di Aleppo, spingendo i comitati locali ad organizzare una task force per aiutare i civili in fuga a raggiungere la periferia occidentale. Almeno 59 famiglie, circa 500 persone, sono partite oggi a bordo di pullman messi a disposizione dai comitati stessi con il sostegno della Mezza Luna Rossa e sono stati portati verso Afrin, una zona sotto il controllo curdo.

Immagini della partenza da Azaz

Il valico di Bab Assalam, alla frontiera turco-siriana, è stato aperto solo per accogliere i casi di estrema emergenza. In Turchia ormai si contano oltre 2 milioni e mezzo di profughi siriani e la situazione delle città al confine è al collasso. Le frontiere, per ora, restano chiuse. Per tamponare l’emergenza il governo di Ankara ha fatto costruire nuove tendopoli a cavallo tra il territorio turco e quello siriano, nella cosiddetta no man’s land, dove centinaia di siriani vengono stipati senza servizi primari, né assistenza, come denunciano i profughi stessi. “Non siamo animali, siamo esseri umani. Stiamo fuggendo da una guerra, chiediamo solo che venga rispettata la nostra dignità e che vengano aperte le frontiere”, grida una donna al microfono dell’Amc.

d8a2d8abd8a7d8b1-d8a7d984d982d8b5d981-d8a7d984d8b9d986d98ad981-d984d8add98a-d8a7d984d8a3d986d8b5d8a7d8b1d98a-d8a8d8b5d8a7d8b1d988d8aeLa situazione ad Aleppo, intanto, viene definita tragica. Solo una parte delle persone in fuga, infatti, trova aiuto, mentre migliaia di civili restano nelle loro case, dove ormai da settimane manca l’acqua corrente e si ricorre alle autobotti e ai pozzi. Alcuni medici di ospedali da campo hanno registrato nuovi casi di epatite, dovuti, secondo loro, proprio alle acque contaminate. Gli ultimi aggiornamenti da Aleppo parlano della morte di almeno quattro civili nel villaggio di Ma’arret Alartiq a causa dei bombardamenti russi, mentre le forze governative, con il sostegno di milizie iraniane, hanno fatto irruzione nel villaggio di Kafeen.

 

La nebbia, una buona compagna di viaggio

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L’auto procede lentamente verso l’aeroporto, sfidando i muri di nebbia che all’alba ostacolano la vista e rendono difficile il percorso.
La prima tappa del viaggio è finita. La prossima direzione è Istanbul, dove ci sono oltre 800mila siriani registrati e altrettanti che si muovono nella clandestinità, in attesa di proseguire la loro fuga verso il nord Europa.
Il conducente è  di poche parole e dopo il buongiorno e due battute sul meteo si concentra silenziosamente sulla guida. Per me è meglio così, non ho nessuna voglia di parlare, sono presa da mille pensieri e sto cercando di riordinare mentalmente le testimonianze, soprattutto femminili, che ho raccolto fino a quattro ore prima. Il sonno qui non trova spazio.
Non si vede davvero nulla, ma quel tratto ormai lo conosco. A questo incrocio, proseguendo verso sinistra, si arriva al Ma’abar, uno dei valichi di frontiera che separa Turchia e Siria. Qui, invece, nel tratto dove la montagna che fa da barriera naturale è più  basa,  c’è la torretta con il militare di guardia; a questa altezza il blindato mimetico fa continuamente  avanti e indietro per pattugliare il confine e impedire gli ingressi clandestini. Ma quel flusso umano non si ferma davanti a nulla, e poche decine di chilonetri più a ovest, mi hanno raccontato alcuni testimoni, nonostante  i cecchini, la gente supera il filo spinato e si lascia alle spalle la Siria, e c’è anche chi fa il percorso inverso. Avrei voluto provarci anche io, tornare a distanza di un anno e cinque mesi in quella che un tempo era chiamata la terra dei gelsomini, e che ora si è trasformata in un lento fiume di sangue. Ma la Siria per ora è offlimits.
Di testimonianze  da raccogliere, ormai, da questa parte del filo spinato ce ne sono centinaia di migliaia e raccontano la complessità di un dramma che ha assunto proporzioni enormi. Le voci dei siriani che ho incontrato sono pacate, ma urlano vicende strazianti. Testimoni e vittime di crimini indicibili. Riparto con la valigia piena di appunti e fotografie, ma il peso maggiore è nel cuore. Credo che ancora non siano state coniate parole adatte a descrivere lo sguardo di chi è sopravvissuto a una guerra, soprattutto se si tratta di un bambino. Dovrò trovarle per non consegnare all’oblio le loro vicende umane…
La nebbia, intano, continua a salire, ma oggi è buona compagna di viaggio.

La picccola Picasso siriana “Ma io non so disegnare…”

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I lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo, il foglio bianco che resta per più di mezz’ora immacolato, mentre quelli dei compagni si colorano velocemente. La bimba, che chiameremo Maryam, stringe tra le dita la lunga matita che le è  appena stata consegnata, ma resta immobile. Le viene chiesto perché  non stia disegnando e lei, dopo attimi di imbarazzo, si scioglie in un pianto soffocato. “Io non so disegnare. Non so come si fa”.
Huda, l’educatrice del progetto “Child again”, che dall’Italia sostiene le scuole temporanee in Siria e al confine, si siede accanto a lei e, dopo averla rincuorata, inizia a farla giocare con matite e colori, facendole prendole confidenza.
Maya, l’insegnante mi spiega che la bimba, di circa 9 anni, non è mai andata a scuola e che, da circa quattro anni, si sposta di villaggio in villaggio con la famiglia per fuggire ai bombardamenti. È arrivata in questa città  di confine da solo un mese e da appena una settimana è stata iscritta a scuola per la prima volta. La piccola ha diversi traumi fisici, ma sono sopratutto quelli psicologici che le creano dolore. Alla fine della giornata ha disegnato, con l’incoraggamento dell’educatrice, solo una serie di quadrati. Finalmente, però, sorride soddisfatta.  Si lascia persino fotografare.
Mi vengono in mente, e forse per la prima volta ne capisco il senso più  profondo, le parole di Pablo Picasso che, interrogato da un ufficiale nazista che gli chiedeva se avesse compiuto lui quell’orrore,  riferendosi a un quadro del maestro, rispose: “No, l’avete fatto voi”.
Quei quadrati sparsi su un  foglio non sono frutto della fantasia di Maryam. Sono l’orrore di cinque  anni di violenze in Siria, cinque anni che hanno segnato una generazione, derubandola della sua infanzia e spensieratezza.
Discutiamo su questo e altri casi particolari con le insegnanti e una di loro, che è  anche madre, dice: “almeno qui e ora nessuno li bombarda e nessuno di assedia. Il peggio per loro è passato: pensiamo ai bambini nelle città  siriane assediate, pensiamo ai bambini di Madaya che stanno morendo di stenti”.

Dai campi profughi al camice bianco: il riscatto delle giovani siriane

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Il via vai di malati all’ingresso del centro medico è incessante. Ci sono molti bimbi in braccio ai genitori che aspettano il proprio turno davanti ai vari ambulatori. La capo infermiera che mi accoglie mi fa fare il giro dei diversi reparti. Riesco a intervistare, in pause rubate tra un paziente e l’altro, tutti i medici che non sono nelle sale operatorie. Soni tutti siriani; alcuni hanno una lunga esperienza alle spalle, altri sono freschi di specializzazione conseguita in Siria e spesso anche all’estero.
L’ospedale è  stato costruito e viene finanziato da una serie di organismi internazionali  e periodicamente accoglie delegazioni di medici stranieri che giungono qui al confine per prestare gratuitamente  la propria opera a beneficio dei siriani che si sono rifugiati in questa città. C’è anche una piccola farmacia interna, ma basta a malapena a fornire ai medici il materiale con cui operare.
Diversi ricoverati mi raccontano le loro storie. In alcuni casi sono le madri o i padri che parlano per i figli, troppo piccoli per illustrare il proprio dramma.
La mattinata vola senza che mi renda conto del tempo, tra storie di diciottenni feriti al fronte mentre difendevano le proprie case,  di bambini ustionati e mutilati dagli ordigni e  di malati di tumore, adulti e bambini, che non riescono a ricevere cure adeguate, finché  l’arrivo dei vassoi con il pranzo per i ricoverati non mi fa capire che sono quasi le una. Devo assolutamente liberare la capo infermiera  per farla tornare  al suo lavoro. Per tutto il tempo in cui mi ha accompagnata è  stata continuamente chiamata per mille ragioni. A tutti ha dato risposte in modo gentile e paziente.
La sua storia la scriverò  in un articolo dedicato, perché davvero merita di essere narrata. Quando le dico che mi cogedo per restituirla ai suoi pazienti mi fa sedere in uno spazietto dedicato alle infermiere e mi presenta le sue colleghe e alcune giovanissime stagiste. Mi spiega che sono profughe e provengono tutte da un vicino campo turco e che da circa un anno e mezzo hanno aderito a un progetto di formazione dedicato, studiando Scienze Infermieristiche. Il loro riscatto da una vita di desolazione in una baraccopoli l’hanno avuto studiando, lasciando le famiglie e dedicandosi pienamemte all’apprendimento del mestiere. Ora indossano il camice bianco e si preparano a superare l’esame finale per diventare infermiere professioniste. Il primo gruppo di laureate dei campi profughi, mi raccontano, hanno tutte deciso di fare il periodo di stage e di lavorare, gratuitamente, negli ospedali da campo in Siria. Hanno deciso cioè  di tornare in Patria per aiutare la loro gente che soffre e che ha bisogno di essere assistita e curata. Lontane da quella che hanno definito  “morte del cuore”, fatta di noia, desolazione, mortificazione,  che le uccide giorno per giorno nei campi profughi turchi, hanno scelto di affrontare la sfida quotidiana dell’esistenza sotto le bombe per ridare un senso e una dignità  alla loro vita.
“Anche noi intendiamo tornare in Siria, dichiarano due delle quattro stagiste. Sarà bello servire la nostra gente e, se necessario, offrire anche le nostre vite per la nostra amata Siria”.
Quando esco fuori è iniziata un’abbondante nevicata. Sembra tutto ovattato, ma dietro il filo spinato c’è l’orrore delle armi che urla. Il bianco della neve è bello come quello dei camici di queste coraggiose donne che, senza fare rumore, lottano per la propria dignità e l’amor di Patria.