Uno studente mi ha chiesto…

Selection_114Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Pace e libertà per il popolo siriano – Roma, 20 maggio 2017

1224a9362bcc40fea71bb6290f12c89f_18Da oltre sei anni la Siria è teatro di violenze e orrori indicibili. Le pacifiche manifestazioni popolari per  libertà e la giustizia  sociale sono state represse con inaudita ferocia dal regime del clan Assad, che nulla ha risparmiato al popolo siriano in termini di crudeltà non esitando ad usare armi chimiche.
Ad oggi, i morti si contano a centinaia di migliaia, tra cui tanti bambini,  e gli sfollati, in patria e all’estero, a milioni, mentre incalcolabili sono le distruzioni. Il regime di Assad, sostenuto da Russia e Iran,  è anche il principale responsabile della nascita e dello sviluppo del terrorismo di Daesh e di altre bande criminali e reazionarie  che contribuiscono alla guerra ed alle sofferenze dei Siriani. A tutto ciò si aggiungono gli interventi e i bombardamenti delle diverse potenze che mirano alla spartizione della Siria, incuranti delle sofferenze del popolo.
La spirale bellica infligge sofferenze inaudite alle popolazioni della zona e alimenta la violenza e il terrorismo in tutto il mondo, con una catena infernale di attentati di cui sono vittime persone innocenti di diverse provenienze e credo.
E’ora di reagire, è ora di  mobilitarsi! Facciamo appello a tutte le persone che amano la pace, a chi crede nei valori di rispetto, convivenza e accoglienza umana, alle tante persone impegnate nel volontariato solidale, alle forze e alle realtà pacifiste a mobilitarsi unitariamente a fianco delle popolazioni siriane. Vogliamo gridare che i Siriani, gli Egiziani, i Palestinesi e tutti i popoli del Medio Oriente sono nostri fratelli e hanno diritto sacrosanto alla libertà, all’autodeterminazione ed alla dignità, senza alcuna discriminazione etnica e religiosa.

Via il regime criminale di Bashar Al Assad!  Pace, libertà e giustizia per il popolo siriano!

Portare di fronte a un tribunale internazionale Bashar Al Assad e tutti i responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità!

Con il popolo siriano contro guerra e terrorismo!

Stop ai bombardamenti e apertura di corridoi umanitari per portare soccorso alle popolazioni civili!

Contro le destre xenofobe e razziste, contro il decreto Minniti-Orlando. Accoglienza, senza condizioni, per tutti i profughi e gli immigrati!

Autodeterminazione, libertà e dignità per tutti i popoli del Vicino Oriente!

SABATO 20 MAGGIO MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA

Per adesioni: aromaperlasiria@libero.it

Amer Ahmad Dachan, Germano Monti, Fouad Roueiha, Alberto Savioli, Joseph Halevi, Piero Maestri, Shadi Hamadi, Riccardo Cristiano, Amedeo Ricucci, Lorenzo Declich, Selvaggia Lucarelli, Savina Tessitore, Laura Tangherlini, Cinzia Nachira, Riccardo Bella, Asmae Dachan, Riccardo Bellofiore, Aboulkheir Breigheche, Nair Magnaghi, Beatrice Brignone, Sami Haddad, Maria Laura Bufano, Tania Pensabene, Paolo Pasta, Samantha Falciatori, Federico Stolfi, Loretta Facchinetti,  Aya Homsi, Valerio Peverelli, Anna Foggia, Alessandra Moscatelli, Antonietta Benedetti, Camilla Cojaniz, Johannes Waardenburg, Silvia Moroni, Giovanna De Luca, Souheir Katkhouda, Manuela Giuffrida, Chiara Denaro, Yasmine Accardo, Patrizia Zanelli , Marta Bellingreri, Alessio Mamo, Arianna Carbonara, Erika Capasso, Stefania Aloi, Annalisa Tasinato, Marina Centonze, Ibtisam Rimani, Liliana Verdolin, Cristina Atzeri, Laura Seoni, Raffaella Piazzi, Marina Barausse, Francesco D’Introno, Manuela Regina , Loretta Pagani, Angela Ciambrone, Seconda Pagani, Anna Maria Crispino, Elena Zin, Liliana Boccarossa, Liliana Vernengo, Arianna Parisato, Munira Vauall, Mary Rizzo, Stefano Catone, Hamadi Zribi, Patrizia Mancini, Francesco Tronci,  Debora Del Pistoia, Chiara Rizzo, Fabio Ruggiero, Gloria Merlino, Annalisa Ruozzi, Chaimaa Fatihi, Stefano Bettuzzi, Giulia Zanetti, Sandro Brugiotti, Diego Brandolin, Franco Casagrande, Emanuele Calitri, Ilaria Righi, Fiorella Sarti, Simona Concutelli, Flavia Pacini, Mutaz Smsmieh, Gianna Guglielmino, Roberta Milani, Alessia Vincenzi, Antonio Ronchi, Nicola Gandolfi, Marinella Fiaschi, Fabia Foppiano, FIlippo Mancini, Giuseppe Bianchini, Michele Focaroli, Lamia Ledrisi, Mattia Giampaolo, Franco Ragusa, Franca Bei Clementi, Donatella Quattrone, Said Mehboub, Claudio Moratto, Nibras Breigheche, Elisabetta Lelli, Fabia Floris, Roberto Dati, Filomena Annunziata, Giovanni Ciccone

Rose di Damasco, Associazione Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo Siriano ONSUR ITALIA, Associazione per la pace tra i popoli, Comitato Nour, Karama Napoli, Giovani Musulmani Italiani, Comitato Khaled Bakrawi, Associazione Insieme per la Siria Libera, Studenti Unior pro Rivoluzione siriana, Comitato permanente per la Rivoluzione siriana, Corrente Umanista Socialista

“BiSogno di Pace” Concerto di Un ponte per… e UIL per la Siria

unnamed“BiSogno di Pace” Concerto di Un ponte per… e UIL per la Siria

14 marzo 2017 – ore 20:30 Teatro Riccardi Via Celsa 6 – Roma

Ingresso a sottoscrizione libera

È previsto un aperitivo di benvenuto Roma, 03/03/17.

Prosegue il rapporto di collaborazione tra la UIL e Un ponte per… con un evento di musica, parole e immagini per rendere omaggio alla Siria in occasione del 6° anniversario dall’inizio delle rivolte della popolazione civile per chiedere riforme al regime di Bashar Al-Asad.

L’evento, inoltre, è stato organizzato in continuità con il percorso intrapreso dalla UIL a Lampedusa in cui si è tenuto il 1° Meeting internazionale dei Leader sindacali e religiosi e per festeggiare il 67° anniversario del sindacato. Presenterà l’evento Alessandra Aldini (Coordinatrice Servizio Rapporti con le Ong, UIL) dando la parola, per i saluti, a Carmelo Barbagallo (Segretario Generale UIL) e Martina Pignatti Morano (Presidente Un ponte per…). E’ prevista, inoltre, la partecipazione di Asmae Dachan, giornalista italo-siriana vincitrice del Premio Giornalisti del Mediterraneo 2016.

unnamed.jpgDalle 21.30, grazie alla direzione artistica di Bob Salmieri prenderà avvio il concerto: sul palco si alterneranno gli Erodoto Project con il loro jazz mediterraneo, i Mediterranti e il duo di chitarra e violino composto da Isaac De Martin e Alaa Arsheed, musicista costretto a fuggire dalla Siria. I fondi raccolti durante la serata andranno a sostenere i progetti umanitari di Un ponte per… in Siria in campo sanitario e quelli di educazione e sostegno psico-sociale dedicati ai rifugiati siriani nei Paesi limitrofi in cui opera l’organizzazione. È prevista, inoltre, una mostra fotografica allestita nel foyer, con scatti realizzati durante le missioni delle due organizzazioni promotrici dell’evento. BiSogno di Pace. Concerto di solidarietà con la Siria: http://www.facebook.com/events/1843358492598456/ —————————————-

Erodoto Project Musica dall’anima “latina”, con spiccati riferimenti alle atmosfere, ai colori, alle melodie del Bacino del Mediterraneo. Jazz nostrano, la cui trama si intreccia in un ordito fatto di Miti, di Medioriente e di Sicilia. Il repertorio è composto da brani originali, e da alcune canzoni della tradizione popolare del Sud Italia che hanno come tema il viaggio e il migrare.

Mediterranti Con il disco “Marenostrum”, i Mediterranti approdano alla riscoperta e alla valorizzazione delle tradizioni musicali che da secoli abitano il mar Mediterraneo. Facciamo nostra la frase che recita così: ”dove l’uomo divide la musica unisce”. E’ per questo che nel nostro viaggio musicale abbiamo scelto di eseguire brani che vengono dalle tradizioni Greche, Egiziane, Tunisine, Slave, Turche e Italiane, suonando anche brani originali dove confluiscono i colori del Flamenco con il Medioriente, delle Tammuriate con la musica Araba, unitamente alla Pizzica Salentina.

Isaac De Martin Musicista e produttore che ha fondato l’Adovabadan Jazz Band e il collettivo internazionale Sound Illustrators che ha sedi a Helsinki e a Berlino. Compone musica per il cinema e il teatro.

Alaa Arsheed Musicista siriano fuggito in Libano nel 2011 a seguito della guerra, con il sogno di suonare in Europa. Con l’aiuto di Fabbrico Musica produce Sham (“Damasco” in aramaico), un album di otto brani che si ispirano alla sua storia personale.

Ufficio Stampa Un ponte per… cecilia.dallanegra@unponteper.it – stampa@unponteper.it Tel. 06 44 70 2906 Ufficio Stampa UIL ufficiostampa@uil.it Tel. 06 47 53 285

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Wadi Barada, donne e bambini prigionieri di Hezbollah

1484746949Le milizie libanesi di Hezbollah di istanza a Wadi Barada, nella periferia occidentale di Damasco hanno sequestrato numerose donne e bambini nella zona di Alshabka, vicina al villaggio di Baqiyn. “Siamo pronti a usarli come scudi umani”, avrebbero intimato i miliziani ai ribelli che controllano la zona.  Lo denunciano attivisti locali, aggiungendo che sono ripresi massicci bombardamenti sulle località di Madaya e Baqiyn, provocando diversi morti e feriti.

Le stesse fonti affermano che il sequestro dei civili è avvenuto poche ore dopo che le milizie di Hezbollah hanno costretto gli abitanti dei villaggi che si trovano nell’area tra i posti di blocco denominati “Giulia” e “Alshabak” ad evacuare, lasciando le proprie case per dirigersi verso Baqiyn e verso la zona di Maomura.  Si tratta di circa cinquanta famiglie. “La situazione dei civili è drammatica”, ha dichiarato una fonte locale raggiunta via Skype. “Le famiglie sono stremate, mancano acqua e medicinali, c’è bisogno di immediati aiuti umanitari. Il sequestro delle donne e dei bambini rappresenta una svolta drammatica della battaglia di Wadi Barada. Usarli come scudi umani per ricattare i ribelli è disumano. Temiamo seriamente per il loro destino”.

L’offensiva militare sui villaggi della vallata di Wadi Barada si protrae ormai da ventotto giorni e vede coinvolti l’esercito siriano e le milizie libanesi di Hezbollah che cercano di fare incursione nella zona, controllata dai ribelli. Barrel bombs e altri ordigni vengono sganciati per indebolire le sacche di resistenza e raggiungere la zona di Ain Al Fijia, dove si trova la diga che rifornisce acqua alla capitale Damasco e a tutta l’area capitolina. Nella sola giornata di oggi il regime ha sganciato oltre venticinque i barili bomba sulla zona. Da parte loro, le formazioni ribelli che combattono nella vallata di Wadi Barada hanno dichiarato, attraverso un comunicato, la propria contrarietà alla partecipazione delle forze d’opposizione ai colloqui di Astana.

Bibliografia utile sulla Siria

9788861842571_0_0_700_80Per capire cosa sta accadendo in Siria è utile leggere alcuni testi che possono offrire un quadro approfondito e punti di vista diversi da quello che la cronaca, con i suoi tempi ristretti, può dare.

Mi limiterò qui a suggerire alcuni testi che ho letto e che per me sono stati una fonte preziosa di informazioni. Citerò anche alcuni colleghi giornalisti, fotografi, videomaker e reporter che seguono la questione siriana da tempo e i cui articoli sono di grande utilità.

Certamente questa bibliografia sarà arricchita e impreziosita. Mi scuso sin da ora se dimenticherò qualche nome.

  1. “Siria. Dagli Ottomani agli Asad … e oltre” di Lorenzo Trombetta  – Mondadori       Dello stesso autore vi consiglio il sito SiriaLibano
  2. Medio Oriente senza cristiani? di Rccardo Cristiano – Castelvecchi
  3. “La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana” ed “Esilio dalla Siria” – di Shadi Hamadi – Add Editore                                                                                 Vi consiglio di seguire anche il suo blog su Il Fatto Quotidiano
  4. “Innamorato dell’islam, credente in Gesù”  – Jaca Book e “Collera e luce. Un prete nella rivoluzione siriana” – Emibook  di Padre Paolo Dall’Oglio
  5.  “La macchina della morte” Garance Le Caisne  – Rizzoli
  6. “La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane” di Mustafa Khalifa – Castelvecchi editore
  7. “Elogio dell’odio” di Khaled Khalifa – Bompiani
  8. “Siria in fuga. L’emergenza umanitaria dei profughi siriani in Libano o in Giordania” di Laura Tangherlini e “Libano nel baratro nella della crisi siriana” di Laura Tangherlini e Matteo Bressan – Poiesis
  9. “Il principio di una rivoluzione umanaa e i suoi antefatti. Dall’Egitto alla Siria” di Mamadou Ly e Dario Renzi – Prospettiva Edizioni
  10. “Isis. Inside the army of terror” di Hassan Hassan – Regan Arts
  11. Per chi ama la poesia consiglio la lettura dei versi di  Nizar Qabbani e le mie sillogi “Tu, Siria” di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr Giaconi Editore  e “Noura” di Asmae Dachan – Blu di Prussia Editore
  12. Non riguarda la Siria, ma ne consiglio vivamente la lettura per capire come si cresce in un Paese in guerra “L’ultimo lenzuolo bianco” di Farhad Bitani – Guaraldi Editore.

Oltre ai libri vi consiglio anche di seguire i reportage e di leggere gli articoli di Amedeo Ricucci,Cristiano Tinazzi, Germano Monti, Lorenzo Cremonesi, Fouad Roueiha (Osservatorioiraq.it), Alberto Savioli, Lorenzo Grisha Declic e Gabriele Del GrandeRuben Lagattolla (https://vimeo.com/107134759). 

 

 

Cosa sta accadendo a Mosul? Intervista ad Amedeo Ricucci

ricucci-iraq-2016fL’Iraq rappresenta una delle ferite più grandi per il Medio Oriente. Da oltre trent’anni in guerra, è un Paese dove i giovani non sanno cosa voglia dire la pace. Le informazioni che arrivano parlano di un’imminente sconfitta dell’Isis e sembra che il peggio sia passato. Ma è davvero così? L’ho chiesto al collega Amedeo Ricucci, pluripremiato inviato Rai, tra i maggiori esperti di Medio Oriente e terrorismo, al suo rientro dalle porte di Mosul, dove tornerà nei prossimi giorni per continuare a documentare.

Foto di Amedeo Ricucci

Quale situazione hai lasciato a Mosul?

“Una cosa è l’eco mediatica di quello che sta succedendo, un’altra è la realtà sul terreno. Dire che gli irakeni sono entrati a Mosul sembra una notizia molto bella, la fine dell’Isis e dei suoi orrori, ma purtroppo non è così. Entrare a Mosul, città conquistata e tenuta dall’Isis, vuol dire che si procede di un metro ogni tre ore, perché comunque c’è da sminare il terreno e ci sono le trappole esplosive. La battaglia vera per Mosul, quindi, è solo iniziata e stando almeno ai precedenti che abbiamo, Kobane in Siria, Sirte in Libia, ma anche Ramadi e Falluja in Iraq, non è una questione che si risolverà in breve tempo. È ovvio che i comandi militari irakeni e quelli curdi facciano proclami di vittoria, ma non è così semplice la questione”.

Si può parlare di sconfitta dell’Isis?

“Che la sconfitta dell’Isis sia prossima è ovvio, lo era già prima che iniziasse l’avanzata, nel senso che l’Isis non ha mai mantenuto forze soverchianti a Mosul, né nelle altre città che ha occupato. Il sedicente califfato ha sempre peccato sul piano militare di non avere una potenza di fuoco comparabile agli eserciti con cui si confrontava. Mosul l’ha conquistata grazie all’effetto sorpresa, perché l’esercito irakeno, davanti all’avanzata di combattenti agguerriti e addestrati, è scappato.  L’Isis si è così impossessata delle loro armi pesanti e ha conquistato Mosul. Ci sono voluti due anni per ricostituire un esercito iracheno abbastanza affidabile, la cui manovalanza è stata costituita soprattutto dai peshmerga curdi che hanno un’esperienza trentennale di guerriglia sul campo. Sono stati loro a conquistare chilometro su chilometro.Ricucci Iraq 2016e.jpg

In due settimane di offensive l’Isis ha lanciato ben ottanta attacchi kamikaze, molti dei quali hanno provocato vittime.  Le cifre dei morti e feriti tra le fila dell’esercito irakeno e i peshmerga non è dato saperle, le tengono segrete. A noi giornalisti non è stato dato accesso neppure ai funerali. Secondo la propaganda dell’Isis si parlava di 250 morti solo nella prima settimana. Le ultime notizie riferiscono comunque di un’aspra resistenza nella cintura periferica di Mosul. Hassan Hassan, che è il giornalista che forse conosce meglio la realtà dell’Isis diceva che anche sulla base di testimonianze di combattenti che fuggivano, il sedicente califfato ha già dato per persa la città, e non considera questa perdita una cosa grave. L’Isis sta smettendo di essere un presunto Stato islamico e torna a essere un movimento di guerriglia che va a rifugiarsi nel deserto. Stanno puntando a trasferirsi in Siria, intorno a Raqqa probabilmente. Questo non vuol dire che il pericolo cessi ”.

Mosul senza Isis sarà una città finalmente libera?

Ricucci Iraq 2016g.jpg“Il vero problema non è solo strappare Mosul all’Isis, ma cosa fare poi di questa città, perché comunque la situazione è complessa. Mosul è sempre stata contesa tra arabi e curdi; inoltre c’è la pressione della minoranza turcomanna che è attiva e presente nella città ed è difesa dall’esercito turco. Per questo bisognerà capire come le varie forze si metteranno d’accordo per avanzare e stabilire la pace. Il problema, e lo dimostra la storia dell’Iraq, non è tanto strappare le città ai miliziani di al Baghdady, ma piuttosto come governarle dopo. Bisogna evitare che il fondamentalismo riappaia sotto nuove vesti. È stato così tra il 2006 e il 2007, quando al Qaeda è stata sì sconfitta dagli americani, ma è rimasta perché le tribù sunnite sono state penalizzate dal governo centrale di Baghdad, favorendo così il rafforzamento del fondamentalismo.  La stessa cosa rischia di accadere a Mosul”.

In questo, momento quali sono le forze in campo?

Ricucci Iraq 2016c.jpg“Il quadro è articolato e complesso. Ci sono i peshmerga curdi che hanno effettivamente svolto il loro lavoro, facendo l’avanzata più veloce e arrivando a cinque chilometri da Mosul, dove poi si sono fermati.  L’accordo politico che c’è col governo di Baghdad, infatti, è che i curdi non debbano entrare a Mosul, che è una città araba. In questi giorni però, i curdi hanno fatto una dichiarazione importante tramite il presidente Barzani, affermando chela terra che i curdi hanno conquistato (circa il 90% del territorio conteso) resterà terra del governo curdo regionale. Già questo potrebbe rappresentare un problema.   Baghdad ha ammonito l’esercito turco a non entrare a Mosul. L’esercito turco è lì a pochi chilometri, ha le forze per avanzare, ma Baghdad non vuole il suo ingresso in città. Vedremo se la Turchia ottempererà a questo diktat. Ankara dice che i turcomanni sono sotto la sua protezione, sono una componente minoritaria importante a Mosul. Bisogna poi domandarsi, da parte dell’esercito irakeno, chi è che entrerà, se l’esercito regolare irakeno, the Iraqi Defence Forces, oppure le milizie. Tra queste ultime ho visto sul campo soprattutto ritratti di Alì, quindi sono gli sciiti che andavano al fronte”.

Cosa comporterebbe questo ingresso?

Ricucci Iraq 2016d.jpg“Se entrano gli sciiti c’è il rischio che la popolazione di Mosul venga presa dal panico perché le milizie sciite, stando ai rapporti di Amnesty International, e di tutti gli organismi internazionali, si sono già caratterizzate per operazioni di pulizia etnica, come è accaduto a Ramady, Falluja e Tikrit. Sono precedenti per nulla positivi. È vero che sotto l’ombrello delle milizie, ci sono anche assiri, cristiani e sunniti, però la grande maggioranza, dai cinque ai 10mila combattenti, sono sciiti. Il passato ci insegna che il fondamentalismo è risorto perché il governo di Baghdad ha penalizzato i sunniti e questa esclusione li ha spinti ad avvicinarsi agli elementi più radicali ed estremisti.  Oggi più che mai l’Iraq ha bisogno di una pace duratura, una pace che non può che includere i sunniti che rappresentano il 30% della popolazione e a che a Mosul sono la stragrande maggioranza”.

Esiste un dato certo del numero dei miliziani asserragliati a Mosul?

Ricucci Iraq 2016b.jpg“Assolutamente no; stime più attendibili parlano di 3mila, massimo 5mila combattenti. Le cifre sono molto aleatorie. A Sirte, in Libia, si diceva che fossero 7mila, poi si è scoperto che in realtà il grosso di questi combattenti era riuscito a fuggire. Ora non sappiamo quanta gente sia riuscita effettivamente a scappare da Mosul. È comunque vero che il corridoio di uscita, che dalla città porta verso Ovest, in Siria, è stato lasciato ai combattenti dell’Isis (siriani, irakeni e foreing fighters) e soprattutto alle loro famiglie.  Ora questo corridoio è stato messo in pericolo dall’attacco delle milizie sciite vicino al confine siriano sulla città di Tal Afar, che conta circa 100mila abitanti. Se l’attacco va avanti, questa via di fuga verrà chiusa e l’Isis rimarrà prigioniera insieme ai suoi stessi ostaggi civili. L’Indipendent parlava della presenza di Abu Bakr Albaghdady all’interno della città. Sono notizie che si rincorrono, ma probabilmente non sapremo mai la verità, se non alla fine”.

Ricurri Iraq 2016 i.jpgQual è la situazione dei civili, si può parlare di crisi umanitaria?

“ I civili fuggiti da Mosul sono 4/5mila, stanno in campi ben attrezzati, allestiti sia dalle forze curde, che da quelle irakene. I numeri per ora non sono quelli di una crisi umanitaria, come ad esempio quella in corso ad Aleppo. La grande incognita sono i civili ancora prigionieri all’interno della città, circa un milione e mezzo tra autoctoni e abitanti dei villaggi limitrofi che l’Isis ha rastrellato portando a Mosul. Ho fatto un reportage sulla resistenza all’interno di Mosul e dalle testimonianze raccolte ci sarebbero cecchini dappertutto che impediscono ai civili di uscire di casa. L’intenzione è di usarli come scudi umani.  Comunque sarà difficile entrare ed evitare la carneficina di civili. Teniamo presente che l’interno della città vecchia, la old Mosul, dove è trincerato il grosso delle forze dell’Isis, è un posto dove non si entra con i carro armati; bisognerà avanzare casa per casa e l’Isis ha già dimostrato di essere estremamente efficace in questo tipo di scontro, con trappole esplosive di ogni tipo e autobombe. Per questo la battaglia non è ancora vinta. Possiamo dire che la vittoria è già data, però i tempi per ottenerla sono tutti da vedere”.

Video: storia di Nour, una bimba ferita

In questo quadro drammatico, c’è una nota positiva, il ritorno della croce sui villaggi cristiani.

Ricucci Iraq 2016a.jpg“In quasi tutti i villaggi della terra di Ninive, come a Karakosh e Karamles è effettivamente tornata la croce cristiana. L’operazione di riconquista di questi villaggi è stata appannaggio dell’esercito irakeno. Sono villaggi dove la popolazione, comunque, non è ancora rientrata perché bisogna bonificare tutta l’area. Pochi giorni fa sono state ritrovate due anziane donne, di ottantacinque e novant’anni che avevano vissuto per venticinque mesi nascoste in un seminterrato, mentre l’Isis controllava il villaggio. È una storia straordinaria. Ora sono entrambe in ospedale. Ho visitato sia Karakosh, sia Karamles. Lì la furia distruttiva dell’Isis ha assunto i contorni della persecuzione religiosa perché comunque le chiese sono state tutte profanate e distrutte. A Karamles il santuario di Santa Barbara, che è una delle perle del cristianesimo caldeo, è stato utilizzato come base dell’Isis con tunnel interminabili che servivano a nascondere i miliziani”.

Quanto contano gli errori del passato in Iraq?

“Tantissimo. Adesso siamo tutti eccitati di fronte a questa riconquista di Mosul e ci si dimentica che l’Iraq è un Paese che da trentasei anni vive in guerra. Prima contro l’Iran all’epoca di Saddam Hussein, poi le rivolte curde a più riprese, poi la prima e la seconda guerra del golfo, poi c’è stata al Qaeda, l’occupazione americana e chi più ne ha più ne metta.  I giovani che sono al fronte non sanno cos’è la pace perché non l’hanno mai vissuta. È un Paese che va rimesso completamente in sesto, ma non si può farlo senza rispettare la sua complessa componente etnica. Ci sono sunniti, sciiti, curdi, yazidi e diverse altre minoranze. La posta in gioco è importantissima e ovviamente il petrolio e le risorse economiche rischiano di rendere questa partita molto più complicata”.

Quali sono le differenze nell’effettiva battaglia contro l’Isis in Siria e in Iraq?Molti paragonano Mosul ad Aleppo

“Non c’è nessun raffronto possibile tra Mosul e Aleppo. Sono situazioni completamente diverse. Ad Aleppo non c’è l’Isis a combattere, ma il regime che bombarda le zone occupate dall’Esercito Siriano Libero. L’Isis è fuori dalla partita militare ad Aleppo. Quello che fa la differenza è il fatto che a Mosul ci sono centinaia di giornalisti e quindi quella di Mosul è una battaglia che i media possono seguire e raccontare. Aleppo resta un massacro che va avanti ormai da anni, senza che nessuno possa documentarlo”.

Quali sono, secondo te, le possibili prospettive?

“ Vedo sia elementi positivi, che negativi.  O la battaglia di Mosul porta a una ridefinizione dei rapporti tra la comunità sciita e sunnita, o ci sarà la possibilità, e l’Isis lo sa già, di riconquistare la minoranza sunnita emarginata. L’Isis non sparirà, si nasconderà nelle pieghe della società sunnita e se questa non verrà reintegrata, c’è il rischio che l’Isis o chi ne prenderà il posto, trovi terreno fertile per ricominciare la sua guerriglia”.

Perché accolgo e rilancio l’appello del Papa

Su_Santidad_Papa_Francisco (1).jpgLo scorso 14 settembre, durante una messa in ricordo di padre Jaques Hammel, barbaramente ucciso a Rouen, in Francia, Papa Francesco ha rivolto un appello: Quanto mi piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”.  Le parole del Pontefice, pronunciate con dolore e coraggio, sono un’esortazione che non ho potuto non accogliere e rilanciare. Da credente e da teologa, infatti, non mi stancherò mai di dire che tutte le barbarie e i crimini che vengono commessi in nome di Dio, in nome di Allah, non sono altro che una bestemmia, un’offesa ai valori e agli insegnamenti della fede. Uccidere bambini, civili disarmati e innocenti, religiosi e persino animali e piante è considerato dall’islam haram, peccato, anche in contesti di guerra.

Da troppi anni stiamo assistendo a un uso blasfemo e strumentale del nome di Allah, tanto che è stata sdoganata l’espressione “terrorismo islamico”, che oltre a ferirci come credenti, costituisce di per sé un ossimoro. Il terrorismo è l’opposto della fede, non una sua espressione. L’islam oggi è diventato una sorta di brand per le multinazionali del terrore, che usano il nome e la simbologia di questa religione per attirare adepti e per crearsi una bandiera sotto la quale operare. L’islam è diventato una copertura che incarna l’immagine del nemico perfetto nascondendo la realtà di militari e funzionari di servizi collusi, miliziani e contractors, trafficanti di armi e di esseri umani, poteri nascosti che stanno ridisegnando la geopolitica del Medio Oriente e gli equilibri e le alleanze internazionali. Questa copertura in molti casi è sostenuta da religiosi corrotti e politicizzati, che indottrinano giovani in cerca di un’identità e di un riscatto e inquinano le loro menti con l’odio e la propaganda. Tutto questo forse rappresenta il peggior incubo per i fedeli, che vedono macchiata per sempre la propria immagine e la propria identità. Cos’è tutto questo, se non opera del diavolo, che è l’incarnazione del male, della corruzione, della falsità? Ecco perché io abbraccio e faccio mio il pensiero di Papa Francesco. Uccidere in nome di Dio è satanico, è opera del demonio, è amal al-shaytan.

In Siria e in Iraq, dove Daesh/Isis ha iniziato a operare tra il 2013 e il 2014, conosciamo bene di cosa sono capaci i terroristi. Si sono insediati nella lotta di un popolo che chiedeva libertà e diritti umani, sono penetrati nel tessuto sociale fingendosi sostenitori dei partigiani per poi mostrarsi in tutta la loro crudeltà. Massacri, esecuzioni, stupri, pulizia etnica, distruzione del patrimonio storico e artistico. Sono il rovescio della medaglia delle azioni del regime che bombarda il suo stesso popolo, distrugge le sue stesse città, tortura i suoi stessi cittadini, li costringe alla fame, alla malattia e all’esilio. Anche tutto questo è demoniaco, disumano, terribile. Il resto del mondo ha poi conosciuto le atrocità di cui sono capaci questi criminali e ci sono state centinaia di vittime innocenti.

Per sconfiggere il terrorismo non servono bombardamenti, serve ben altro, iniziando dal blocco dei loro finanziamenti e della fornitura di armi e dall’interruzione dell’acquisto del petrolio iracheno e siriano su cui Daesh/Isis ha messo le mani. Andrebbero poi immediatamente bloccati tutti i loro canali di propaganda e chiuse le loro reti di comunicazione. È assurdo continuare a dare loro visibilità e spazio, condividendo i loro proclami e lasciando che facciano proseliti. La battaglia contro questo male, il male del secolo, è infatti anche culturale. I giovani devono avere gli strumenti per difendersi dai cattivi maestri ed evitare di diventare manovalanza di questa grande organizzazione criminale. Bisogna salvare i ragazzi da questi sussurri di satana.

Padre Hammel, descritto da tutti come uomo di dialogo e fratellanza, di fronte ai suoi giovani assassini aveva detto: “Vattene Satana”. Un’esortazione forte, carica di significato. Nei suoi carnefici l’uomo ha visto l’incarnazione del male, del demonio, di quello che islamicamente chiamiamo shaitan e contro il quale chiediamo continuamente rifugio in Dio. È stato ucciso mentre celebrava la messa, in un contesto consacrato. Ha dato una grande lezione di devozione, amore e coraggio. Il suo martirio mi ricorda quello di un religioso musulmano siriano che io non dimenticherò mai. Si tratta di Sheikh Safwan Masharqa, ucciso nel quartiere di Al Waer, a Homs, il 20 dicembre del 2013 mentre era sul pulpito della moschea di Omar. Questo mite religioso era grande amico di padre Francis Van Der Lugt , ultimo missionario a Homs, ucciso  il 10 aprile del 2013. Quando capì che i bombardamenti miravano proprio verso il pulpito, ha rivolto un appello alla misericordia di Dio, contro il male, continuando a pregare mentre i fedeli impauriti gridavano. È stata la sua ultima celebrazione. Questi religiosi sono il simbolo del vero significato della fede, che è amore e sacrificio. Contro chi uccide in nome di Dio, ascoltando satana.