Invece di mandar via assad si costringe un intero popolo alla morte

Homs 13 febbraio 2014 uscita dall'assedio13 febbraio 2014 – Homs

Testimonianza del media attivista Bebars Al-Talawy dalla zona assediata di Homs

“Negli ultimi giorni sono uscite dalla zona assediata circa 1350 persone, in prevalenza bambini e anziani, ma anche donne e feriti. Abbiamo saputo che alcuni si sono sistemati in quartieri vicini, altri sono andati più lontano. I giovani che li scortavano sono stati tutti arrestati. Cosa ne sarà di loro, che fine faranno, possiamo solo immaginarlo. Le immagini le avete viste: gli uomini delle Nazioni Unite si sono addentrati con i loro mezzi, passando in mezzo ai cecchini e alle esplosioni, rischiando le loro stesse vite. Hanno cercato di proteggere i civili, facendoli camminare in mezzo a due colonne di auto, facendo loro da scudo. Sicuramente apprezziamo il loro coraggio e il loro impegno e ci rendiamo conto che quello che potevano fare, sia loro, che i volontari della Mezza Luna Rossa, lo hanno fatto; non potevano spingersi oltre perché avevano disposizioni precise. Anche per quanto riguarda gli aiuti, hanno fatto entrare pacchi alimentari con riso, scatolame e farina, che basteranni per circa una settimana. Anche i medicinali che hanno consegnato sono scarsi.

Di fatto abbiamo assistito a scene strazianti di bambini che si aggrappavano alle gambe dei padri e non volevano lasciarli, feriti e malati sorretti a fatica dagli altri, donne in lacrime, anziani increduli. Le persone che sono uscite dalla zona assediata, abbandonando i loro famigliari, le loro case, le loro vite, sono state costrette a farlo: costrette dalla fame, dalla stanchezza. Forse non ci si rende conto, ma basta mettersi nei panni di una madre che non ha di che sfamare i propri figli, che non sopporta più di vederli soffrire per gli stenti per capire cosa sta accadendo a Homs. Molte famiglie, nonostante l’assedio e il cadere incessante delle bombe, anche durante quelli che dovevano essere giorni di tregua, hanno rifiutato di uscire dalle loro case. Vogliono rimanere qui dove sono nati.

La vita qui ormai ha preso un ritmo e un senso inatteso: oggi ci sei, chiacchieri con una persona, ci prendi un tè e poche ore dopo ti chiamano per andare a renderle l’omaggio funebre e portarla al cimitero. Ormai tutti abbiamo imparato a lavare un morto, a effettuare le procedure per la tumulazione. Conviviamo con la morte.

E’ assurdo assistere a tutto ciò: la comunità internazionale, invece di mandar via assad per tutti i crimini che ha commesso, costringe un popolo alla fuga, alla morte, per lasciare che il carnefice resti attaccato alla sua poltrona. Non abbiamo che la pazienza e la fede in Allah. Il Signore vede e provvede e presto ci sarà la Sua Giustizia. Siamo ancora vivi, assediati, sotto le bombe, stremati, ma dentro ci sentiamo liberi. Per certi versi è come se fossimo nati tre anni fa, la prima volta che abbiamo pronunciato la parola Libertà. Non so quanto durerà questa situazione, se vedremo mai la fine, se avremo un domani, ma siamo sereni perché noi non abbiamo sbagliato opponendoci all’oppressore. Se il mondo questo non lo vede, lo vede, comunque, Allah”.

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