Amir è morto senza sapere che aspettavo un bimbo

wissam al kazairy The born of new middle eastDal mio viaggio in Siria

“Mio marito si chiamava Amir – nome arabo che significa principe – ed era Amir di nome e di fatto. Era bellissimo, aveva i capelli neri, lunghi e li sistemava con il gel. Sua madre lo sgridava, gli diceva sempre che doveva tagliarli, che non sembrava un vero uomo; lui allora andava a baciarle la mano, e le diceva che li avrebbe tagliati quando sarebbe diventato anziano. Era molto affettuoso con lei; lo era con tutti. Amir non diventerà mai anziano, ma uomo… era davvero un uomo, di gran cuore. Suonava il nay e amava recitare a memoria poesie. La sua famiglia ha sempre lavorato nel commercio e lui aveva un negozio di computer e high-fi che gestiva con un amico. Con lui ho conosciuto la felicità; era tutta la mia vita.  Quando ci siamo fidanzati avevo preso la maturità da poco e gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto continuare a studiare, che volevo diventare medico. Lui mi ha sempre incoraggiata, al contrario di sua madre, che mi sgridava sempre e mi diceva che una donna sposata non ha motivo di studiare e che se volevo diventare medico non dovevo sposarmi. Mi faceva piangere sempre, ma Amir mi diceva di avere pazienza, che avevo il suo sostegno e che non vedeva l’ora di dire che sua moglie era una dottoressa.

Abitavamo vicino a Hama. Quando sono iniziati i problemi spesso i mukhabarat (servizi segreti) facevano irruzione in negozio, rubavano materiale e anche soldi. Lui era tanto buono, non aveva mai reagito e non raccontava nulla alla madre, né ai fratelli più grandi; mi diceva che tutto sarebbe finito in pochi mesi, che il mondo non ci avrebbe lasciati soli e che presto saremmo diventati un popolo libero. Spesso quando c’erano muzaharat (manifestazioni), lasciava il negozio nelle mani del suo amico e scendeva in strada. Si fidava molto di lui, erano praticamente fratelli, si conoscevano dalla nascita. Sai il giorno più bello della mia vita? E’ stato una mattina, quando è venuto a prendermi all’università e poi, cercando di non dare nell’occhio, abbiamo partecipato insieme ad una manifestazione. Abbiamo cantato per la libertà. C’erano tantissime persone; tutti giovani; ci sentivamo fieri di essere siriani, ci sentivamo fiduciosi.

Un giorno ero all’università a seguire le lezioni, quando dalla strada abbiamo sentito un gran baccano. Pensavamo fosse una manifestazione, ma all’improvviso abbiamo sentito spari, urla. Ho cercato di uscire, ma ho notato che c’erano mukhabarat che controllavano l’uscita; così sono tornata in aula; ero seduta ad ascoltare la lezione, ma la mente era fuori. Avevo paura per Amir. Dopo circa due ore un collega ci ha detto che i militari se ne erano andati. Sono corsa fuori, ma invece di andare a casa, ho preso un taxi e sono andata da Amir al negozio. Quando sono arrivata, lui non c’era e il suo amico mi ha detto che era uscito per una consegna. Ho capito che era andato alla manifestazione e sono stata assalita dalla paura che gli fosse successo qualcosa.

A casa mia suocera era su tutte le furie, mi ha rimproverata per il mio ritardo e mi ha detto che era agitata perché nessuno dei figli le rispondeva. Ho cercato di calmarla: capitava spesso, ultimamente, che quando c’erano disordini le linee smettessero di funzionare. Le ho detto che sarei andata a cercare Walid, mio cognato, che aveva un negozio di mobili non lontano da lì. Il negozio di Walid, però era chiuso, così come erano chiusi i negozi vicini, anche se era pomeriggio. Così ho fermato un taxi e sono andata a cercare l’altro cognato, che gestiva un albergo con ristorante a circa mezz’ora d’auto da lì; i suoi dipendenti mi hanno detto che era stato portato via dai mukhabarat. Mi sono sentita male. Era sicuramente successo qualcosa. Il cellulare non prendeva. Di nuovo un taxi, per tornare a casa, ma a metà tragitto ci hanno fermato alcuni automobilisti. “Stanno sparando, di qui non si passa”, ci hanno detto. Era novembre del 2011, era già buio. Ho sentito il panico assalirmi. Il tassista mi ha vista piangere e mi ha detto che non dovevo aver paura, che mi avrebbe protetta lui, offrendomi di lasciarmi a casa di sua madre, che abitava il quella strada e promettendomi che sarebbe tornato a prendermi appena avrebbero riaperto la strada. Cosa dovevo fare? Sono scesa e sua madre mi ha accolto con grande gentilezza. Speravo si sarebbe trattato di qualche minuto, qualche ora. Ormai era notte fonda; non smettevo di piangere e quella povera signora non sapeva più come consolarmi, dicendomi che nessuna notte dura per sempre.

Alle prime luci del giorno non ce l’ho fatta più e sono scesa in strada. Mi sono messa a correre, ma non sapevo dove andare. Non conoscevo quella zona; ho visto un’auto da lontano e l’ho fermata. A bordo c’erano un uomo e una donna. Mi hanno chiesto dove dovevo ero diretta e mi hanno detto che stavano andando nella stessa direzione. Durante il tragitto dal finestrino ho visto immagini terrificanti; c’erano auto incendiate, c’erano corpi lungo la strada; c’erano militari ovunque. La strada era deserta. Sono arrivata a casa, ma stentavo a riconoscere quel luogo: non c’era un’anima in giro, cosa assolutamente impossibile di solito. Ho cercato le chiavi per aprire, ma non le ho trovate; dovevo averle dimenticate a casa quando sono uscita. Ero terrorizzata: dov’era Amir? Ho spinto il portone, ma era chiuso. A un certo punto una voce mi ha detto: “tua suocera è all’ospedale”. Mi sono girata, era un vicino di casa. Amir dov’è, gli ho chiesto? Sono tutti all’ospedale. Ho cominciato a gridare e lui mi ha messo una mano sulla bocca dicendomi di calmarmi. Mi ha accompagnata all’ospedale, ma mi ha lasciata a una certa distanza, dicendomi che non voleva guai. Non capivo più nulla. Sono entrata in ospedale e anche lì ho visto tanti militari. Perché? Ho chiesto ad un’infermiera di mio marito e mia suocera e lei mi ha detto di chiedere ai “signori gendarmi”. Perché, cosa c’entrano loro? L’ho inseguita e lei mi ha implorato di lasciarla stare, che non voleva guai. Perché tutti mi parlavano di guai? Cosa stava accadendo? Ho chiesto ad’altra infermiera, ma mentre le parlavo è arrivato un militare. “Chi stai cercando tu?”, mi ha urlato. Gli ho detto che cercavo mio marito e mia suocera e gli ho detto i loro nomi. Allora mi ha risposto: vieni, ti porto da loro, seguimi. Ero ancora più confusa…

Ha aperto una stanza e dentro c’era… c’era l’inferno. A terra, in un mare di sangue, c’erano decine di corpi. Ho messo la mani davanti alla bocca per non urlare e lui mi ha detto: “mabruk, congratulazioni, ti sei liberata di questi cani”. Sono entrata e ho cercato: c’erano tanti ragazzi, ma anche alcun bambini e due donne; ho visto mia suocera. L’ho toccata, l’ho chiamata, ma era morta, aveva il corpo pieno di ferite. Ho cercato Amir, l’ho chiamato, ma Amir non c’era. Ho toccato quei visi uno ad uno, erano tutti morti. Il militare era fermo alla porta. Gli ho detto che Amir non c’era e gli ho chiesto chi avesse sparato a mia suocera e a quella gente; mi ha risposto che “avevano purificato il paese eliminando i cani, che dovevo ringraziarli”. Gli ho chiesto di nuovo di Amir e mi ha detto di chiedere al suo superiore. Questo mi ha detto che “ai cani peggiori avevano fatto un servizio completo”. Ho perso il controllo e mi sono messa a gridare. Un militare mi ha schiaffeggiata dicendomi che non dovevo urlare, che “la moglie di un cane bastardo meritava la stessa fine del marito”. Mi ha trascinata fuori e poi mi ha spinta per terra in un cortile interno. Anche lì corpi ammassati. Mi sono alzata, mi sono messa a cercare Amir. L’ho trovato, ho riconosciuto i suoi capelli in mezzo ad altri corpi. Ho cercato di tirarlo fuori da quel groviglio. Era lui, era Amir, era Amir, era Amir morto. Aveva la mandibola come scoppiata, era pieno di sangue, il corpo pieno di buchi. L’ho stretto a me, gli ho accarezzato i capelli, l’ho chiamato, Amir, habibi (amore mio), Amir…

Mi ha portato via di lì un mio professore, un medico che mi ha riconosciuta e mi ha portato a casa sua. Sono rimasta con i vestiti pieni del sangue di Amir per qualche giorno. Poi sono venuti a prendermi i miei fratelli e sono tornata a casa dei miei. Poi lì hanno bombardato e noi donne della famiglia siamo fuggite con mio padre fino a qui, al campo profughi. I miei fratelli si sono uniti tutti all’esercito libero. Abbiamo poi scoperto che Amir era stato tradito dal suo amico-collega, il quale aveva informato i servizi segreti del fatto che Amir partecipava alle manifestazioni e che vendeva computer e schede internet senza fornire i nomi dei clienti ai mukhabarat, che invece pretendevano la schedatura di tutti. Amir era stato vittima di un’esecuzione ed era stato ucciso davanti agli occhi della madre, che a sua volta è stata poi freddata. Dio accolga le loro anime. Povero Amir, habibi, odiava la vista del sangue.

Amir se ne è andato e mi lasciato questo…”

La ragazza, 23 anni, di nome Ranim, mi indica  un bimbo, addormentato su una stuoia all’interno della tenda. “Amir è morto senza sapere che aspettavo un bimbo”. Mio figlio è nato orfano

Disegno di @Wissam Al Jazairy

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