Morire – ancora – sotto tortura in Siria: la tragedia di Mohammad Ghamira, volontario della Protezione Civile

La vicenda della morte sotto tortura di Mohamed Husam al‑Din Ghamira ha riaperto in Siria un acceso dibattito sullo stato del fermo e della detenzione nella fase politica attuale. Ghamira, giovane volontario della Protezione Civile siriana – uno dei soccorritori che negli ultimi anni aveva partecipato al salvataggio di centinaia di persone dalle macerie dei bombardamenti – è morto il 16 agosto 2026 all’ospedale universitario di Latakia, dopo giorni di agonia. Le sue condizioni critiche erano il risultato diretto delle violenze e delle torture subite durante la detenzione nel commissariato di Al‑Haffa, nella Siria occidentale.

Ghamira era stato fermato a seguito di una denuncia per una controversia finanziaria. La sua famiglia aveva avvertito gli agenti, fin dal primo momento, che Mohamed soffriva di emofilia, una malattia che rende impossibile al corpo fermare le emorragie. Avevano chiesto esplicitamente che non venisse picchiato. Nonostante ciò, secondo le testimonianze della moglie e del fratello, il giovane è stato sottoposto a percosse ripetute durante le 72 ore di detenzione. Quando la famiglia lo ha ritrovato, era già in condizioni disperate: sanguinava dalla gamba, non riusciva più a parlare, mostrava segni neurologici gravi. Le analisi hanno rivelato un’emorragia cerebrale acuta e un’estesa emorragia interna. Il suo cuore si è fermato tre volte prima che i medici riuscissero a rianimarlo, ma le lesioni erano ormai irreversibili. È morto in terapia intensiva, senza riprendere conoscenza.

La sua storia ha scosso profondamente l’opinione pubblica siriana. La moglie ha confermato alla piattaforma di verifica “Kashaf” che Mohamed Ghamira era stato torturato durante la detenzione, mentre attivisti e giornalisti hanno diffuso sui social le immagini del giovane prima e dopo il fermo, denunciando l’ennesimo caso di violenza istituzionale. In molti stanno commentando la notizia come l’ennesimo tradimento dei principi della rivoluzione siriana, denunciando l’ennesimo caso di abuso da parte delle nuove autorità. Il problema non riguarda solo gli episodi di abuso, ma anche l’assenza di procedure chiare che dovrebbero accompagnare ogni fermo: dalla comunicazione dei motivi dell’arresto, alla tutela contro la tortura, fino alla garanzia di cure mediche adeguate.

Di fronte all’ondata di indignazione, il Comando di Sicurezza Interna della provincia di Latakia ha annunciato l’arresto di sette agenti presenti nel centro di detenzione al momento dei fatti, in attesa di un’indagine. Il ministro dell’Interno, Anas Khattab, ha dichiarato che “ogni violazione commessa da membri delle forze dell’ordine sarà punita con fermezza, promettendo un’inchiesta completa”, ma l’ondata di indignazione da parte dell’opinione pubblica non si arresta.

La Protezione Civile siriana – oggi riorganizzata sotto il nuovo governo, rispondendo al ministero delle Emergenze e dei Disastri Ambientali– ha pubblicato un necrologio ricordando che Ghamira, nato a Douma nel 1997 e padre di due bambini, aveva dedicato gli anni più duri della guerra a salvare vite. Suo padre, Hassam Ghamira, come riferisce la testata Al Arabi al Jadid, era stato ucciso nelle battaglie della Ghouta contro il precedente regime di Bashar al‑Assad. Nel messaggio di condoglianze, dove si sottolinea la morte sotto tortura, il dicastero scrive: “Il Ministero ribadisce che la Siria nuova si fonda sulla supremazia della legge e sulla tutela della dignità umana, e che non vi è spazio per l’impunità. La giustizia è un diritto fondamentale di tutte le vittime, e il suo rispetto è essenziale per garantire equità ai danneggiati, rafforzare la fiducia nelle istituzioni statali e consolidare il principio della responsabilità”. Una nota importante, che apre a uno scontro diretto tra i diversi dicasteri.

Il direttore del Syrian Network for Human Rights, Fadel Abdul Ghani, ricorda che la privazione della libertà è regolata dall’articolo 9 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che vieta l’arresto arbitrario e impone che il detenuto sia informato dei motivi del fermo e presentato rapidamente a un giudice. Abdul Ghani invita infine la Siria ad aderire al Protocollo opzionale della Convenzione contro la tortura, che prevede la creazione di un meccanismo nazionale indipendente di prevenzione.

“Purtroppo, siamo costretti a constatare che Mohammed non è il primo martire ucciso sotto tortura nell’era post-regime. Ogni volta sentiamo storie come “ha battuto la testa durante l’arresto”, “era sotto l’effetto di droghe” o “è morto per complicazioni”, ha scritto sul suo profilo Facebook l’attivista Wafa Mustafa. “È vergognoso e disgustoso cercare di minimizzare questo crimine e negare che arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e morti sotto tortura siano pratiche che non si sono concluse con la caduta del regime e che sono tuttora in corso. È altrettanto vergognoso continuare a ripetere la narrazione secondo cui i Shabbiha e i resti del vecchio regime ne sarebbero responsabili. Sì, gli Shabbiha e i resti del vecchio regime sono criminali e ben noti, ma anche Hayat Tahrir al-Sham (ex Jabhat al-Nusra) ha fatto ricorso per anni ad arresti, torture e morti sotto tortura, e ha molte vittime il cui destino rimane ignoto ancora oggi! Abbiamo pagato con il sangue delle nostre famiglie – letteralmente – per avere un Paese libero da torture, prigioni, omicidi, prepotenze, corruzione, assedi e massacri“.