Racconti di schiavitù, il libro di Sara Manisera, la giornalista dei fiumi e della terra

L’azzurro e il giallo, il cielo e il sole, i fiumi e la terra. Pensando ai lavori della giornalista Sara Manisera mi vengono in mente questi colori, che sono quelli della copertina del suo libro “Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne” – Aut Aut Edizioni, ma anche quelli di molti dei suoi reportage in Italia e nel mondo, dedicati all’ambiente, all’attivismo sociale, ai diritti umani. Dall’Italia, al Medio Oriente, dalle campagne, alle rive del Tigri e dell’Eufrate: quello di Sara Manisera è un bell’esempio di giornalismo dal basso, di lavoro indipendente mosso dalla voglia di scoprire e raccontare, ma anche fare opera di sensibilizzazione e denuncia.

Laureata in Scienze Politiche, con una tesi sul caporalato, lo sfruttamento dei migranti in agricoltura e la ‘ndrangheta a Rosarno, in Calabria, la giornalista ha un forte legame con gli elementi della natura, dovuto alle sue radici, che rivendica con fierezza, ma anche al desiderio di scoprire e documentare quanto accade nel mondo, a cui guarda con attenzione, rispetto e voglia di scoperta. Reportage video, ma anche inchieste pubblicate in Italia e all’estero dando voce alle donne e ai giovani che lottano per costruire un domani di pace in Iraq, Siria, Kurdistan, Libano, Tunisia, fino ai braccianti impiegati nelle campagne della Calabria e del Piemonte.

Ho conosciuto Sara Manisera proprio per un suo lavoro in Medio Oriente, il web doc, realizzato con la talentuosa documentarista Arianna Pagani, “Women out of darkness” in cui donne di diverse etnie e religioni si impegnano per costruire un presente e un futuro di pace in Iraq. Mi aspettavo una reporter vissuta, con dietro una grande testata, invece mi sono trovata davanti una giovanissima giornalista, che la grandezza ce l’ha dentro, con uno spessore morale notevole, con i piedi saldi a terra e lo sguardo capace di andare oltre muri e frontiere.  Uno dei suoi ultimi lavori all’estero, realizzato sempre con Arianna Pagani è il webdoc “Iraq without water”, dedicato al tema delle risorse idriche nel Paese mediorientale.  

L’ambiente e i diritti umani sono un po’ il filo conduttore dei lavori della reporter, che con il libro “Racconti di schiavitù”, oltre a confermare l’attenzione per le tematiche sociali e ambientali, mostra anche un talento narrativo che richiama i più grandi autori del ‘900 italiano. L’opera è un viaggio nelle stagioni metereologiche, seguendo il lavoro dei braccianti agricoli e delle diverse associazioni e cooperative che operano nel settore, ma è anche un viaggio nelle stagioni della vita. Tra i protagonisti del volume, infatti, non ci sono solo donne e uomini, italiani e stranieri, che la reporter intervista tra Puglia, Campagna, Piemonte e Sicilia, ma anche i nonni di Sara, che sono stati braccianti e migranti. Leggendo le pagine del libro viene spontaneo pensare al volto della nonna Teresa Vallone e immaginare la commozione in questo passaggio morale di consegne, di mano in mano, di mano in penna, generazione dopo generazione.

Oltre a un’etica che si ritrova in tutti i lavori della giornalista, nel libro emergono anche un’attenzione, una sensibilità e un’empatia che certamente sono anche figlie di una consapevolezza e una conoscenza diretta del vissuto di chi ha conosciuto la migrazione, ma anche il lavoro dei campi, a cui spesso ha dedicato la vita. Le parole di nonna Teresa portano in un mondo che forse in molti ignorano o hanno colpevolmente dimenticato. “Specialmente i primi tempi, a noi italiani, non ti mettevano né ai lavori più delicati, né ti davano una penna in mano. Facevamo lavori pesantucci che i tedeschi non volevano fare e la paga era sempre inferiore a loro. In poche parole, ti sfruttavano (…) Così era, tale e quale all’Italia di oggi (…) Mondo è stato, mondo è, e mondo sarà” scrive nel capitolo “Storia senza tempo di un padrone (e di contadini che hanno scelto di emigrare).

L’opera di Sara Manisera è ancor più autentica perché non si chiude con una morale, ma con tanti spunti di riflessione, sulla persona umana, la dignità dei lavoratori, la legalità. “Ero convinta che per capire il presente e ciò che stava accadendo in Italia, fosse necessario rileggere la storia d’Italia da questa parte della Sicilia. Lo sfruttamento dei braccianti nelle campagne oggi era legato, con un filo sottile, alle promesse tradite di ieri”, scrive l’autrice nel capitolo intitolato “Primavera”, che chiude l’opera.

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