La storia di Manar: dai bombardamenti all’incendio nel campo profughi. Così si è distrutta la mia famiglia

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Siria, Campo profughi di Atma
Il Campo profughi di Atma si estende lungo diverse colline del nord della Siria.  Il colpo d’occhio,  arrivando da lontano,  è impressionante: un’infinita distesa di tende che sembrano formare una vera città in mezzo agli olivi e alla terra rossa. È arrivato ad accogliere fino a 28 mila persone, mi raccontano i responsabili.  Ospita profughi provenienti da diverse zone della Siria ed è sorto quando la Turchia ha cominciato a limitare gli ingressi.  Sono diverse le Ong che operano nel campo, ma il carico è davvero impegnativo e le mancanze, purtroppo,  sono molte. La sicurezza degli abitanti del campo è una questione di primaria importanza.
Sin dal mio arrivo vengo circondata di bimbi. Qualcuno mi offre dell’acqua,  qualcun altro degli snack; sono bambini lavoratori, alcuni dei quali orfani e quella è la loro unica fonte di guadagno. Il sole picchia forte, sono visibilmente provati. In attesa di iniziare le interviste faccio qualche foto. È un via vai di persone;  i bimbi giocano a rincorrersi tra le tende, qualcuno mi chiede di fargli una foto, qualcuno si propone come guida. La mia presenza attira una signora che mi viene incontro. “Sei qui per fotografare”, mi chiede. “Sì,  sto facendo un reportage”, rispondo. “Allora quella macchina non ti basterà.  Devono inventarsi una macchina che riprenda ciò che c’è nei cuori, così la gente fuori capirà davvero come stiamo”.

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Come darle torto… Mi invita nella sua tenda; la seguo. Percorriamo una stradina scoscesa, poverosa. Fuori dalle tende ci sono donne che lavano, anziani seduti su stuoie e tanti bimbi. Entriamo in quella che è la sua “casa”, togliendoci prima le scarpe. Mi prepara un caffè sul fornello a gas. “Se sei qui ad Atma, avrai sentito già la mia storia. Mi chiamo Manar”. Cerco di pensare a qualcosa legato a quel nome, ma non mi viene in mente nulla. “Io sono la donna che è fuggita con i suoi tre figli per metterli in salvo dalle bombe e me li sono visti morire davanti agli occhi nel rogo della nostra tenda. Devi sentire altro? Dimmi, c’è modo di raccontare al mondo questa storia facendo capire alla gente cosa provo?” Ovviamente non ho parole; istintivamente l’abbraccio e lei ricambia piangendo.
La giornata ad Atma prosegue con altre interviste; ogni tenda una famiglia, ogni famiglia un dolore. Uno dei giovani addetti alla sicurezza, che mi ha accompagnata con tanta pazienza,  mi saluta pregandomi di non piangere quando sarò in auto. Mi ha letto nel pensiero, dopo una giornata così,  sto per crollare… Poi mi chiede dove pubblicherò quelle storie. Quando gli dico Italia,  mi dice che conosce un italiano, un reporter di nome Ninu. Sorrido, come no, lo conosco, Nino Fezza. “Aiwa, aiwa, bizzabt”, esatto, mi risponde, poi aggiunge: “Ninu rejjal”, “Nino è un vero uomo”.

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Un pensiero su “La storia di Manar: dai bombardamenti all’incendio nel campo profughi. Così si è distrutta la mia famiglia

  1. questi racconti confermano come siano fortunati i bimbi altrove.Come io,genitore,sia fortunato a vedere mio figlio crescere nell’agio e nella tranquillita’.Questo articolo mi fa riflettere e mi dona un impegno:diffondere a tutti le sofferenze dei bimbi siriani….palestinesi e altri purtroppo.

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