Fonte: Radio Free Syria – traduzione
Il ritorno della Siria alla Biennale di Venezia quest’anno va ben oltre la semplice arte. Dopo anni in cui la Siria è stata associata a livello internazionale quasi esclusivamente a dittatura, guerra, estremismo e distruzione, l’artista siriana Sara Shamma presenta qualcosa di radicalmente diverso: memoria, umanità e possibilità di rinascita.
Rappresentando la Siria con il padiglione “La Torre Tomba di Palmira”, Shamma ha scelto uno dei simboli più potenti del Paese in termini di perdita e ricostruzione culturale. Ispirata alle antiche torri funerarie di Palmira – molte delle quali distrutte dall’ISIS nel 2015 – l’installazione combina pittura, architettura, luce, suono e profumo in una meditazione immersiva su distruzione, lutto e rinnovamento.
“Tutte queste torri sono state distrutte, quindi ho deciso di crearne una”, ha dichiarato Shamma a The Art Newspaper.
Il simbolismo va ben oltre l’archeologia. Per oltre un decennio, la Siria stessa è stata associata nell’immaginario collettivo mondiale a rovine, sfollamento e morte. Città antiche sono state bombardate, comunità sradicate e intere narrazioni imposte ai siriani da regimi autoritari, gruppi estremisti e potenze straniere.
In questo contesto, il lavoro di Shamma insiste su qualcosa di più profondo: ricostruire un Paese non significa solo ripristinare strade, elettricità e infrastrutture, ma anche recuperare la memoria, l’identità e il diritto di immaginare un futuro.
“Non c’è vita senza morte”, ha affermato. “Per me, questa è la ricreazione del nostro Paese”.
Quest’idea è al centro emotivo del padiglione. La torre funeraria diventa non semplicemente un monumento alla perdita, ma una metafora della Siria stessa: segnata, violata e compianta, eppure ancora capace di rinnovarsi.
Shamma è tornata in Siria nel settembre 2024, dopo anni trascorsi tra Londra e Damasco, poco prima della caduta del regime di Assad. Parlando del suo ritorno, ha descritto la riscoperta della bellezza della Siria “ancora e ancora e ancora”, definendo la nazione post-dittatura “un Paese nuovo”.
Non va sottovalutato il significato della presenza della Siria a Venezia attraverso l’arte anziché la guerra. Per anni, le immagini provenienti dalla Siria sono state dominate da prigioni, bombardamenti, assedi che causano fame e propaganda militante. Le voci siriane sono state spesso ridotte a statistiche, vittime o meri argomenti di discussione geopolitica.
A Venezia, un’artista siriana presenta invece la Siria attraverso l’espressione umana, la profondità psicologica e la continuità culturale.
Nota per le sue opere figurative di forte impatto emotivo, incentrate su gesti ed espressioni umane, Shamma afferma che il suo obiettivo è quello di “penetrare nell’inconscio” degli spettatori e di lasciarli trasformati dall’esperienza. Per molti versi, questa attenzione all’umanità condivisa si pone in silenziosa opposizione al linguaggio disumanizzante che ha dominato gran parte del discorso sulla Siria durante la guerra.
Il padiglione riflette anche una verità più ampia sulla ripresa post-autoritaria: le società non si ricostruiscono solo con il cemento. Si riprendono quando le persone ricominciano a sentirsi parte di una comunità, quando la cultura, la creatività e la memoria rientrano nella vita pubblica.
“Questa è un’opportunità che non si ripeterà mai più”, ha affermato Shamma. “Se noi, tutti i siriani, riuscissimo a comprendere questo fatto, potremmo ricostruire il nostro Paese come lo desideriamo.”