Arrestato Amjad Yusuf, boia della strage di Tadamon – “La verità può essere sepolta, ma non scompare”

L’arresto di Amjad Yusuf, considerato il boia della strage di Tadamon, annunciato il 24 aprile 2026, è arrivato come un lampo che ha squarciato un silenzio doloroso, lungo tredici anni. Il ministro dell’Interno, Anas Khattab, ha parlato di “un’operazione di sicurezza accuratamente eseguita”, condotta nella campagna a cinquanta chilometri da Hama. Yusuf era uno dei fuggitivi più ricercati dopo la caduta del regime di Bashar al‑Assad nel dicembre 2024, e per anni si era parlato di una sua fuga in Libano o in Europa, qualcuno sosteneva persino che avesse tentato di cambiare volto con un intervento chirurgico. Ma quando è stato catturato, come ha scritto il Guardian, “appariva quasi identico a com’era nel 2022, con la stessa cicatrice sul sopracciglio sinistro”.

La notizia dell’arresto di Yusuf è stata accolta con entusiasmo dagli abitanti di Tadamon. “Sono così felice, non so cosa dire”, ha dichiarato al Guardian Maher Rahima, un giovane che visse gli anni delle uccisioni. “Ma non posso dimenticare le immagini dei bambini e delle donne uccisi e bruciati. Non devono essere dimenticati.” Oggi Tadamon appare parzialmente ricostruita, con strade ripulite e nuovi edifici che coprono le cicatrici del passato. Ma sotto la superficie restano le tracce di un massacro che per anni è stato negato, nascosto, rimosso.

Le prime confessioni diffuse dalle autorità mostrano Yusuf mentre afferma di aver agito “di propria iniziativa”, una versione che molti siriani hanno respinto con fermezza. Sui social, numerosi commenti hanno sottolineato che “nessuno può credere che un massacro di questa portata sia stato improvvisato da un singolo uomo”, mentre altri hanno ricordato che la strage di Tadamon è solo una delle tante che hanno segnato gli anni del conflitto. Alcuni residenti del quartiere hanno raccontato di aver riconosciuto i propri familiari nel video trapelato, descrivendo l’arresto come “un momento che riapre il dolore, ma che almeno restituisce un frammento di verità”. Allo stesso tempo, prevale un’attesa prudente: l’opinione pubblica chiede chiarezza sul destino degli altri responsabili, soprattutto alla luce di testimonianze che indicano il coinvolgimento di Yusuf in ulteriori crimini nel quartiere di Tadamon e nel vicino campo di Yarmouk

Le indagini giornalistiche pubblicate da piattaforme arabe e internazionali – tra cui New Lines e The Guardian – hanno avuto un ruolo decisivo nell’identificazione di Yusuf, trasformando il caso in un raro esempio di come le prove digitali possano sfociare in un procedimento giudiziario concreto.

Il nome di Amjad Yusuf è legato a uno dei video più atroci e documentati della guerra siriana: la strage di Tadamon, avvenuta il 16 aprile 2013. Le immagini, girate dagli stessi esecutori, mostrano civili bendati condotti verso una fossa scavata tra due edifici crivellati di colpi. Vengono spinti a correre, colpiti a bruciapelo, i corpi bruciati e sepolti con un bulldozer. Almeno quarantuno esecuzioni sono visibili, ma le ricostruzioni parlano di 288 vittime identificate, tra cui almeno dodici bambini, mentre i residenti sostengono che il numero reale superi le mille persone. Per gli abitanti del quartiere, quella fossa non fu l’unica: nei mesi successivi si verificarono altre esecuzioni, sparizioni forzate, violenze sessuali e saccheggi attribuiti allo stesso gruppo di uomini.

Oggi le immagini del video che per anni ha incarnato l’orrore di Tadamon tornano a imporsi come un controcampo visivo che nessun arresto può cancellare. Nel video diffuso anche dal Guardian e ripreso nel documentario pubblicato su YouTube, si vede la strada polverosa del quartiere, le facciate sventrate degli edifici, il silenzio irreale che precede l’azione. Gli uomini bendati vengono condotti uno alla volta, con una mano sulla spalla, come se qualcuno li stesse accompagnando verso un luogo sicuro. Alcuni inciampano, altri esitano, altri ancora sembrano credere davvero che stiano per essere trasferiti altrove. Le voci degli ufficiali sono calme, quasi burocratiche, e proprio questa calma amplifica la brutalità del gesto. Il video mostra l’attimo in cui le vittime vengono spinte verso la fossa, il momento in cui capiscono, troppo tardi, che non c’è via d’uscita. Si vede il corpo che cade, il fumo che sale, la terra che viene spinta sopra i resti con un bulldozer. È un documento che non lascia spazio all’immaginazione, un frammento di realtà che ha costretto il mondo a guardare ciò che per anni era stato negato.

Quelle immagini, che nel video vengono riproposte con un montaggio lento, quasi chirurgico, sono diventate parte integrante della memoria del quartiere. Ogni volta che il nome di Amjad Yusuf riemerge, riaffiora anche la figura dell’uomo con il cappello da pescatore, la postura rigida, il gesto meccanico con cui impartisce ordini. Il video mostra anche i volti dei soldati che ridono, che fumano, che osservano la scena come se fosse un lavoro qualsiasi. È questa normalizzazione dell’orrore che ha reso il documento così devastante: non solo la violenza, ma la sua quotidianità. Nel video, la voce narrante ricostruisce la storia del giovane miliziano che nel 2019 trovò i file su un laptop dei servizi segreti e decide coraggiosamente di trafugarlo. Si vede la sua testimonianza, sfocata per ragioni di sicurezza, mentre racconta il momento in cui aprì il primo video: “Non riuscivo a respirare”, dice. “Sapevo che se qualcuno mi avesse visto, sarei morto.” La sua fuga, narrata come un percorso attraverso checkpoint, tangenti e notti insonni, diventa parte della stessa storia del massacro: un uomo che apparteneva all’apparato decide di tradirlo, non per ideologia, ma per un impulso umano, immediato, quasi fisico.

Il video mostra anche estratti delle conversazioni segrete tra la ricercatrice e Youssef. La telecamera indugia sullo schermo del computer, sulla finestra della videochiamata, sul volto dell’uomo che all’inizio appare diffidente, poi più rilassato, poi improvvisamente vulnerabile. Quando dice “Ho ucciso molto. Mi sono vendicato”, la voce narrante si interrompe, lasciando che la frase risuoni da sola. È uno dei momenti più forti del video, perché non è un’accusa esterna, ma un’ammissione diretta, pronunciata con una calma che fa rabbrividire. Nella parte finale, il video accosta le immagini del 2013 a quelle dell’arresto del 2026. Da un lato, l’uomo giovane, sicuro di sé, che impartisce ordini davanti alla fossa. Dall’altro, l’uomo anziano, ferito, con lo sguardo perso, seduto sul sedile di un’auto, circondato da uomini che lo insultano. Il montaggio non cerca vendetta, ma mostra il passaggio del tempo, la fragilità di chi per anni è stato percepito come intoccabile. È un modo per dire che la storia, a volte, torna indietro. Il video si chiude con una frase che sembra parlare non solo di Tadamon, ma dell’intera Siria: “La verità può essere sepolta, ma non scompare.” È una frase che si intreccia naturalmente con l’arresto di Yusuf, perché suggerisce che la giustizia, anche quando arriva tardi, non nasce dal nulla: nasce da chi ha rischiato la vita per far vedere ciò che non si voleva vedere.

La storia di come quel video sia emerso è essa stessa un racconto di clandestinità, paura e determinazione. Il materiale arrivò a due ricercatori basati nei Paesi Bassi, Annsar Shahhoud e Uğur Ümit Üngör, che per due anni lavorarono per identificare luogo, vittime e autori. Shahhoud, fingendosi online una giovane sostenitrice del regime, creò un alter ego, “Anna Sh”, capace di conquistare la fiducia di decine di ufficiali dei servizi segreti. Passò notti intere a costruire una presenza credibile, a rispondere ai messaggi, a modulare il linguaggio, a interpretare il ruolo di una donna che ammirava il regime e cercava di comprenderne i sacrifici. È così che riuscì a parlare con Youssef, a registrare le sue esitazioni, le sue difese, e infine le sue ammissioni. Quelle conversazioni, insieme alle analisi tecniche e alle testimonianze raccolte, contribuirono a costruire un archivio di prove che avrebbe poi alimentato sanzioni internazionali e indagini giudiziarie in Europa.

A child holds a Syrian flag as residents gather in a street after Friday prayers to celebrate the arrest of Amjad Yousef, a key suspect in the 2013 Tadamon massacre, in Tadamon, Syria, April 24, 2026. REUTERS/Khalil Ashawi TPX IMAGES OF THE DAY

La strage di Tadamon non è un episodio isolato, ma parte di un sistema di violenza che ha segnato gli anni del conflitto. Le testimonianze parlano di detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e assedi che hanno affamato intere comunità. Le prigioni segrete, note con nomi in codice come “Branch 215” o “Branch 227”, sono diventate simboli di un apparato repressivo che ha colpito migliaia di persone. Le immagini dei corpi torturati, trapelate attraverso dossier fotografici e testimonianze di sopravvissuti, hanno contribuito a costruire un archivio di prove che oggi alimenta procedimenti giudiziari in diversi Paesi. Per molti siriani, l’arresto di Yusuf rappresenta un primo passo, ma non sufficiente: la domanda che circola sui social e nelle strade è se la giustizia arriverà anche ai livelli superiori della catena di comando.

Parallelamente al caso di Tadamon, in Siria è iniziato anche il processo contro Atef Najeeb, l’uomo identificato come il torturatore di Hamza al‑Khateeb, il bambino di tredici anni diventato simbolo della rivoluzione siriana dopo la sua morte sotto tortura nel 2011. Le prime udienze hanno visto la presenza di familiari di altre vittime, che hanno definito il processo “un momento che aspettavamo da quindici anni”. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ricordato che il caso di Hamza fu uno dei primi a scuotere l’opinione pubblica internazionale, mostrando il volto più crudele della repressione. Il processo, ancora nelle sue fasi iniziali, è considerato un banco di prova per verificare se la nuova fase politica siriana sarà davvero in grado di affrontare i crimini del passato.

Celebrazioni

L’arresto di Amjad Yusuf e l’avvio del processo per la morte di Hamza al‑Khateeb segnano due momenti che, pur diversi, convergono verso la stessa domanda, ovvero se la Siria sarà capace di costruire un percorso di giustizia credibile. Per molti siriani, la risposta dipenderà dalla capacità di andare oltre i singoli casi e affrontare l’intero sistema di violenza che ha segnato gli ultimi quindici anni. Per ora, questi procedimenti rappresentano almeno un inizio, una crepa nel muro dell’impunità che per troppo tempo ha protetto i responsabili.

Nota personale

Sono passati sette giorni dalla diffusione della notizia. Un tempo necessario per provare a elaborare, per trovare la forza di chiudere, almeno in parte, una delle ferite collettive che la guerra in Siria ha provocato. Non ho ancora trovato una parola che racchiuda in sè il senso di tutto questo disumano dolore. Tornerò a scrivere di questo capitolo della storia, che non è solo siriana.