Il testamento di Lamiya, una studentessa di Aleppo*

Aleppo 6 aprile 201419 aprile 2014 – Aleppo

“Mi chiamo Lamiya, ho 20 anni e studio ingegneria. Se qualcuno sta leggendo questo testo significa che me ne sono andata. Me ne sono andata in cielo. Non so dirvi di che morte sono morta, ve lo racconterà qualcun altro. Appena finirò di scrivere le mie memorie, il mio testamento, lo manderò a due amici (Fawzy e Redwan), chiedendo loro di consegnarlo a chi sopravviverà della mia famiglia e a chi avrà ancora a cuore la Siria.

Oggi è il 25 febbraio 2014 e siamo ad Aleppo. Da qualche giorno ho una sensazione terribile, che non mi abbandona. Ho la sensazione che la morte verrà a prendermi. Io amo la vita, non ho voglia di andarmene, ma non potrò sfuggire al mio destino. Vorrei continuare i miei studi e laurearmi e poi sposarmi, avere dei figli, lavorare. Vivere, semplicemente. Ma sono in Siria e qui la morte regna ormai sovrana. Ci dicevano che erano costretti a usare la forza per difenderci perché erano entrati in Siria dei criminali stranieri. Ci dicevano di stare tranquilli, che li avrebbero mandati via. Ci dicevano che era colpa di “poveracci e straccioni” nemici del Paese e che nei nostri quartieri, i quartieri bene, non sarebbe mai successo nulla. Ci dicevano che eravamo nelle mani del “signor presidente” e non dovevamo temere nulla. E noi non chiedevamo nulla di più: perché avremmo dovuto?

La prima volta che Fawzy  ci ha mostrato le immagini delle sparatorie sui manifestanti ho pianto per tutta la notte: quelle scene risalivano a circa un anno prima e noi non le avevamo mai viste… Non sapevamo neppure cosa stava accadendo a casa nostra. Quelle immagini, scoperte grazie a Fawzy che ci ha aperto un mondo, ci hanno mostrato cosa accadeva in Siria realmente. Giusto in tempo per l’inizio dei bombardamenti anche su Aleppo. Anche quando la TV non poteva più nascondere l’evidenza, ci veniva rifilata la stessa storia del contrasto a bande di terroristi. Per noi era ormai impossibile credere che  si bombardavano interi quartieri e si distruggevano villaggi e città per un manipolo di delinquenti. La realtà che nessuno avrebbe avuto il coraggio di ammettere apertamente davanti agli altri era che a uccidere la Siria era il suo stesso governo. Che l’esercito pagato per proteggerci, ci stava bombardando, assediando, terrorizzando. La prima volta che ho inveito contro il governo davanti ai miei a casa è successo l’inferno. Mio padre mi ha detto che se avessi ripetuto un’eresia simile non mi avrebbe più rivolto la parola. Ma nei suoi occhi leggo tanta rabbia.

Sento la morte avvicinarsi e non posso neppure dire la mia, non posso neppure pregare apertamente Dio di fermare la mano dei miei, dei nostri, carnefici. So che saranno loro ad uccidermi, non so se con una bomba o se sarà un cecchino. Negli ultimi giorni qui ad Aleppo sono morte centinaia di persone; schiacciate sotto le macerie delle loro case. So di ragazze che sono state sequestrate  stuprate. Prego che non mi accada mai nulla di simile. Meglio morire tra le macerie… ma io non ho voglia di morire. Ogni volta che scoppia un barile trema tutto. Non dormiamo più la notte, abbiamo gli incubi. Sono mesi ormai che non c’è la corrente elettrica, che non funziona più nulla, né l’università, né gli ospedali, nulla. Non abbiamo il coraggio di uscire, non possiamo spostarci da un posto all’altro della città. Viviamo come prigionieri, non possiamo comunicare. Non è più possibile neppure fuggire. Siamo morti che vivono in attesa della loro ora.

Affido queste mie parole a chi vorrà capire cosa accade in Siria. La Siria sta morendo. Noi siriani stiamo morendo, uccisi dalle bombe e dalle bugie: dalle bombe che abbiamo pagato con il lavoro dei nostri genitori, dalle bugie di chi sta spargendo il nostro sangue e di chi lo sostiene. Noi siamo la culla della civiltà. Se muore la Siria, muore un pezzo dell’umanità. Sono una giovane siriana di nome Lamiya, che vuole fare l’ingegnere e avere una famiglia. Sono una giovane in una città dove piovono bombe. Ho paura di morire e non voglio andarmene ora. Non voglio che mi raccolgano a brandelli, né che il mio corpo rimanga intrappolato per giorni e diventi una carcassa putrefatta. Sento l’odore della morte riempire l’aria. Sento il suo fiato sul collo. Se state leggendo queste parole vi prego di pensare a chi è ancora vivo e non vuole andarsene così.

Lamiya, 10 aprile 2014, Aleppo”

Lamiya è morta il 19 aprile 2014 insieme alla madre e al fratello di sei anni sotto le macerie della sua casa, distrutta da un bombardamento con barili. Il testamento, come da lei indicato, è stato divulgato dai suoi stessi amici, a cui era arrivato via mail.

*Il testamento di Lamiya è arrivato a me tramite un media attivista della città di Aleppo, che a sua volta l’ha ricevuto da un contatto comune.

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