Dai campi profughi al camice bianco: il riscatto delle giovani siriane

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Il via vai di malati all’ingresso del centro medico è incessante. Ci sono molti bimbi in braccio ai genitori che aspettano il proprio turno davanti ai vari ambulatori. La capo infermiera che mi accoglie mi fa fare il giro dei diversi reparti. Riesco a intervistare, in pause rubate tra un paziente e l’altro, tutti i medici che non sono nelle sale operatorie. Soni tutti siriani; alcuni hanno una lunga esperienza alle spalle, altri sono freschi di specializzazione conseguita in Siria e spesso anche all’estero.
L’ospedale è  stato costruito e viene finanziato da una serie di organismi internazionali  e periodicamente accoglie delegazioni di medici stranieri che giungono qui al confine per prestare gratuitamente  la propria opera a beneficio dei siriani che si sono rifugiati in questa città. C’è anche una piccola farmacia interna, ma basta a malapena a fornire ai medici il materiale con cui operare.
Diversi ricoverati mi raccontano le loro storie. In alcuni casi sono le madri o i padri che parlano per i figli, troppo piccoli per illustrare il proprio dramma.
La mattinata vola senza che mi renda conto del tempo, tra storie di diciottenni feriti al fronte mentre difendevano le proprie case,  di bambini ustionati e mutilati dagli ordigni e  di malati di tumore, adulti e bambini, che non riescono a ricevere cure adeguate, finché  l’arrivo dei vassoi con il pranzo per i ricoverati non mi fa capire che sono quasi le una. Devo assolutamente liberare la capo infermiera  per farla tornare  al suo lavoro. Per tutto il tempo in cui mi ha accompagnata è  stata continuamente chiamata per mille ragioni. A tutti ha dato risposte in modo gentile e paziente.
La sua storia la scriverò  in un articolo dedicato, perché davvero merita di essere narrata. Quando le dico che mi cogedo per restituirla ai suoi pazienti mi fa sedere in uno spazietto dedicato alle infermiere e mi presenta le sue colleghe e alcune giovanissime stagiste. Mi spiega che sono profughe e provengono tutte da un vicino campo turco e che da circa un anno e mezzo hanno aderito a un progetto di formazione dedicato, studiando Scienze Infermieristiche. Il loro riscatto da una vita di desolazione in una baraccopoli l’hanno avuto studiando, lasciando le famiglie e dedicandosi pienamemte all’apprendimento del mestiere. Ora indossano il camice bianco e si preparano a superare l’esame finale per diventare infermiere professioniste. Il primo gruppo di laureate dei campi profughi, mi raccontano, hanno tutte deciso di fare il periodo di stage e di lavorare, gratuitamente, negli ospedali da campo in Siria. Hanno deciso cioè  di tornare in Patria per aiutare la loro gente che soffre e che ha bisogno di essere assistita e curata. Lontane da quella che hanno definito  “morte del cuore”, fatta di noia, desolazione, mortificazione,  che le uccide giorno per giorno nei campi profughi turchi, hanno scelto di affrontare la sfida quotidiana dell’esistenza sotto le bombe per ridare un senso e una dignità  alla loro vita.
“Anche noi intendiamo tornare in Siria, dichiarano due delle quattro stagiste. Sarà bello servire la nostra gente e, se necessario, offrire anche le nostre vite per la nostra amata Siria”.
Quando esco fuori è iniziata un’abbondante nevicata. Sembra tutto ovattato, ma dietro il filo spinato c’è l’orrore delle armi che urla. Il bianco della neve è bello come quello dei camici di queste coraggiose donne che, senza fare rumore, lottano per la propria dignità e l’amor di Patria.

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