L’onere di sopravvivere e assistere alla morte

Syrian-troops-attack-Hama-for-2nd-day-SE8QNUE-x-large“Il convoglio si è mosso nella notte, quando ormai era buio. Hanno caricato sulla jeep due salme dal nostro campo, ma abbiamo visto che ne avevano già altre a bordo, tre, forse quattro di cui una era sicuramente un bambino”.

Le parole arrivano su Skype portandosi dietro tutto il peso del dolore di chi le ha scritte. Le frasi sono corte, intervallate da puntini di sospensione. Sono sospiri in rete. È il primo giorno dell’Eid, la Festa del sacrificio, ma per Amal è un giorno di lutto: dopo due anni di sofferenza, è morto suo padre. Era rimasto semiparalizzato a seguito di un bombardamento aereo che ha colpito il villaggio di Kafar Zeta, in provincia di Hama, dove vivevano da sempre. Nell’esplosione l’uomo aveva perso l’uso delle gambe e aveva riportato gravi lesioni interne, mai adeguatamente curate. Abbandonato il villaggio con interi quartieri rasi al suolo, Amal, il padre e i tre fratellini più piccoli avevano trovato rifugio in una delle tendopoli alla periferia di Idlib. Doveva essere una sistemazione temporanea, finché qualcuno non li avesse aiutati a rifugiarsi in Turchia. Quell’aiuto non è mai arrivato, perché c’erano sempre casi più urgenti e l’uomo è morto lentamente, su una brandina all’interno di una tenda fatiscente, circondato dall’amore di Amal e degli altri figli, ma accecato dal dolore fisico che gli impediva di ricambiare il loro amore.

“Dal giorno del bombardamento è come se avessi perso entrambi i genitori: mamma è morta sul colpo, ma papà è morto nell’anima, giorno dopo giorno. Non era più lo stesso, soffriva molto e si era chiuso in sé. Era come se gli pesasse la vita: era sempre stato un uomo attivo, lavorava molto e non ci faceva mancare nulla. Non meritava di finire in quelle condizioni, gettato in un campo profughi senza potersi muovere, immobile a osservare la catastrofe che si sta consumando nel nostro Paese, senza poter fare nulla. Una sola volta si è sfogato con me, dicendomi che gli sembrava di essere imprigionato in un corpo che non gli apparteneva più, costretto ad assistere impotente a un dramma inaspettato. Ha ripetuto più volte che le bombe gli hanno seppellito la moglie e la dignità, che sentiva l’onere di sopravvivere e assistere alla morte della moglie, dei bambini del villaggio, del sogno di libertà, di tutto quello che era un tempo la Siria. Due giorni fa è peggiorato e mentre cercavo di dargli da bere dell’acqua mi ha sussurrato che voleva ritornare al villaggio. Sapevo che sarebbe stato impossibile perché si spara e si bombarda lungo tutto il tragitto. Papà è morto prigioniero del suo corpo e del suo dolore. Nessun corteo funebre, tutto fatto di nascosto per fuggire alle brigate che sparano e agli elicotteri che colpiscono ciò che si muove: i morti di quel giorno, compreso mio padre, hanno avuto sepoltura di notte, al buio. Non so quando potremo andare a pregare per lui, perché le strade sono molto pericolose. Sopravvivere a tutto questo è disumano. Ho paura di ereditare il dolore che ha ucciso mio padre più di quanto non abbiano fatto le sue stesse ferite”.

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