Siria: quella minaccia di attentati terroristici che il mondo ha dimenticato

1006207_434856873288262_684030024_n10 ottobre 2011, Damasco. L’uomo che dovrebbe rappresentare la massima autorità religiosa in Siria, il gran Muftì Ahmed Bader Hassun, rivolge un messaggio all’Occidente: “Nel momento in cui il primo missile colpirà la Siria, il Libano e la Siria lanceranno tutti i loro figli come attentatori suicidi sul territorio europeo e della Palestina. Vi avverto, Europa e Stati Uniti: prepareremo attentatori suicidi che sono già tra di voi. Se bombarderete la Siria o il Libano sarà occhio per occhio e dente per dente e chi infliggerà il primo colpo sarà più ingiusto… vi prego… non avvicinatevi al nostro Paese!1“.

Le dure minacce del religioso, che ha assunto la sua carica nel 2005 per nomina governativa, vengono trasmesse con un moto di orgoglio nazionalista dalla tv di Stato siriana e riprese prima dall’emittente satellitare Al Arabiya poi dai grandi network internazionali. “Guai a chi tocca la Siria”, tuonava Hassun con l’intento di fermare sul nascere, usando l’arma del terrore, ogni iniziativa della comunità internazionale contro il regime di Damasco, che stava compiendo stragi di manifestanti inermi. Le esecuzioni di massa di civili disarmati scesi nelle piazze siriane per chiedere riforme e libertà non erano passate inosservate agli occhi del mondo; porre fine alle violenze e alle persecuzioni era urgente. Non si poteva rimanere a guardare mentre migliaia di innocenti venivano condotti nelle carceri, torturati e uccisi per le loro idee; né si poteva fingere di non vedere l’irruzione dell’esercito nelle città, nei campus universitari, persino negli ospedali. Di fatto i ripetuti veto di Cina e Russia hanno bloccato sul nascere ogni risoluzione Onu sulla Siria.

In quel periodo l’Europa era in prima fila per dare voce al neonato Consiglio Nazionale Siriano, la prima forma di opposizione siriana organizzata all’estero, che avrebbe dovuto fare da tramite tra la comunità internazionale e il popolo siriano, avviando una fase di lavori che avrebbe dovuto portare, non senza difficoltà, alla deposizione del regime e all’avvio di una consultazione democratica e riformatrice.

Il regime di Damasco alzava la voce e minacciava apertamente il mondo, parlando di attentatori suicidi “che sono già tra voi”, rivolgendosi agli Usa e al Vecchio Continente. Il monito non arrivava da un esponente di un’organizzazione terrorista come al Qaeda o di Isis (che ancora non esisteva formalmente), ma da un’autorità religiosa pubblica nominata dal governo siriano. Autorità che non ha mai goduto della stima del popolo, che non lo considerava affatto una vera guida spirituale, ma solo un corrotto servitore del regime. Quello stesso uomo che nel marzo del 2014, ha ricevuto il Premio per la pace della Fondazione Ducci2. Nella motivazione del riconoscimento “l’impegno per il dialogo interreligioso”. Nessuno ha gridato alla minaccia del fondamentalismo religioso ascoltando le parole di Hassun, eppure le sue parole sono esattamente quelle che oggi ripete Isis.

L’inquietante escalation di violenza da parte dei terroristi del cosiddetto Stato Islamico (che in realtà non è né uno stato, né tantomeno ha a che fare con l’islam), il loro linguaggio, le loro minacce di oggi sembrano fare eco alle parole pronunciate nel 2011 dal regime siriano, anche attraverso il discorso del Muftì. Isis minaccia attentati in vari paesi del mondo esattamente come aveva fatto tre anni fa il portavoce di Assad in un discorso pubblico che tutto il mondo ha potuto ascoltare. Isis decapita giornalisti stranieri così come il regime i giornalisti li bombarda e li lapida3. Stessa retorica, stessa violenza, stesso barbaro modus operandi. Per i siriani Isis e il regime sono le due facce della stessa medaglia e questa convinzione troverebbe conferma nel fatto che il cosiddetto califfato non ha mai operato nelle zone sotto il controllo delle forze di Assad, né ha mai intrapreso iniziative belliche contro il potere di Damasco.

Tre anni fa il regime siriano, forte della sua alleanza con Mosca e Teheran, ammoniva e spaventava il mondo che avrebbe respinto e contrastato ogni ingerenza straniera non esitando a ricorrere ai kamikaze; ciò accadeva mentre Assad (che nei suoi rari discorsi pubblici definiva i suoi oppositori “gruppi di mercenari stranieri”) negava sia i bombardamenti aerei, che le stragi commesse dai suoi uomini ai danni dei civili e dei ribelli. Da un lato venivano incarcerati oppositori, scrittori e insegnanti, dall’altro venivano liberati criminali comuni e persone detenute per reati collegati al terrorismo qaedista. 200mila morti accertati e 3 milioni di profughi mostrano che evidentemente la minaccia di Hassun è stata presa seriamente e la comunità internazionale ha preferito rimanere ferma di fronte al genocidio siriano per non correre rischi. Uno stallo che ha provocato un genocidio di massa e allo stesso tempo ha dato tempo e modo ai terroristi di coalizzarsi fino a diventare una potente macchina da guerra che da oltre un anno semina morte in Siria e ora spaventa il mondo.

Oggi una coalizione internazionale (Usa, Francia, Gran Bretagna, Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar) con il beneplacito del governo siriano (stando a quanto affermano fonti governative di Damasco) bombarda alcune località della Siria e dell’Iraq per combattere l’Isis. Sotto quegli ordigni stanno morendo anche centinaia di civili e come in occasione di altre guerre, ci si giustifica con frasi tipo “uccisi per sbaglio”. Otto potenze internazionali per far fronte alla minaccia e alle violenze dei terroristi (in base alle stime circa 20mila uomini).

È molto triste e mortificante che in quarantadue mesi la comunità internazionale non abbia trovato il modo di mettersi d’accordo per una risoluzione che condannasse Assad o almeno portasse alla creazione di una no-fly zone e all’apertura di corridoi umanitari. Quante vite umane si sarebbero potute salvare? Viene spontaneo chiedersi come mai alcuni dei paesi sospettati di aver favorito la creazione, il finanziamento e l’operato di Isis siano improvvisamente considerati interlocutori validi nella lotta al terrorismo.

Il popolo siriano, stando a quello che scrivono oppositori e media-attivisti si sente sempre più abbandonato e tradito e vede la silenziosa riabilitazione internazionale di Bashar al Assad, senza sapersi spiegare perché il sogno di libertà si sia trasformato in un genocidio che non conosce fine.

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