Parlare con la Siria tra attese, parole soffocate, linee che cadono

Foto firmate (2)5 dicembre 2013 – Ancona, Aleppo

Aleppo: “La linea potrebbe cadere da un istante all’altro, è andata di nuovo via la corrente e la batteria è scarica”.

Ancona: “Ok, non preoccuparti. Ci sentiamo domani. InshAllah”.

InshAllah, ripeto, se Dio vuole. Ma ogni volta che la finestralla di Skype smette di lampeggiare sento un tonfo al cuore. La parola domani mi spaventa. A volte domani, ovvero  la conversazione successiva, arriva dopo 15-20 giorni. In quel tempo di silenzio forzato ogni giorno ti chiedi come stanno le persone dall’altra parte dello schermo, parenti e amici che sono in Siria e quando sei disperato vai su qualche sito a leggere l’elenco dei nomi delle persone rimaste uccise. Bollettini di guerra on line, in cui speri sempre di non riconoscere nessun nome.

In Siria manca sistematicamente la corrente elettrica e le linee telefoniche non funzionano quasi mai. Funzionano solo i mortai e le armi e questo pensiero rende ogni attesa estenuante…

Aleppo: “Fa molto freddo anche in casa e non sappiamo come scaldarci. Ogni tanto ci chiediamo come vivessero i nonni e i bisnonni. Non siamo abituati a vivere senza corrente, non sappiamo come organizzarci. Nei pochi negozi aperti i prezzi sono triplicati e mancano molte cose importanti. Chi riesce ancora a lavorare, non sa, però, se e quando verrà pagato. Stavamo pensando di partire, ma non rilasciano visti facilmente. Però siamo vivi, stiamo bene, non vi preoccupate. Dimmi di te piuttosto”.

Poi la linea cade…

Soffoco tante domande, tante parole durante la conversazione. Anche dall’altra parte, è tutto un giro di parole, nel terrore di essere intercettati e avere problemi per questo. La parola guerra, la parola violenza, la parola paura, non vengono mai pronunciate. Tutto viene descritto come “al wade’è”, la situazione. Il senso di impotenza si mischia al dolore come in un cocktail velenoso. Oltre alla paura per le bombe e gli spari, i civili siriani hanno la paura e l’incertezza di una vita di precarietà,  una vita in bilico. Ma anche questa non è una notizia. Nessuno si preoccupa o si occupa di sapere come stanno e come vivono i civili. In nessuna guerra del mondo. Si fanno parlare e si ascoltano solo le armi.

 

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Una risposta a "Parlare con la Siria tra attese, parole soffocate, linee che cadono"

  1. Hai detto bene: “Nessuno si preoccupa o si occupa di sapere come stanno e come vivono i civili”. La sensazione di mancanza di una prospettiva farebbe cadere chiunque nella disperazione, figuriamoci in una condizione di guerra.
    Qui da te trovo le informazioni che altrove proprio non esistono, se non minimi accenni saltuari.
    Con la stima di sempre
    Primula

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