Siria, la maestra arrestata perché parlò di libertà

DSCN2804Dal mio viaggio in Siria

“Quella mattina mi sono svegliata stanca; ero al terzo mese di gravidanza e avrei voluto rimanere a casa a riposare, ma ho pensato ai bambini e ai disagi che avrei creato alle colleghe, così mi sono fatta coraggio. Nei giorni precedenti si erano rincorse tante voci tra la gente del nostro villaggio, anche scuola: si parlava di Dar’à (che dista una mezz’ora da dove stavamo noi), di una scuola dove erano stati arrestati dei bambini, ma nessuno aveva il coraggio di aprire l’argomento. Qualcuno aveva mormorato questa notizia anche a scuola; la preside, infatti, aveva convocato tutte noi insegnanti, dicendoci di fare molta attenzione a cosa dicevamo e di segnalare eventuali domande ‘fuori luogo’ pronunciate dai bambini. Era il marzo del 2011 e la rivolta in Siria era ancora agli albori. Tutto ci saremmo immaginati, tranne che un giorno le cose sarebbero cambiate. Fino ad allora sembrava che le nostre vite fossero dettate da regole ben precise, persino nella aule scolastiche: la mattina i bambini cantavano l’elogio al presidente e la sua foto era ovunque. Non ci siamo mai chiesti perché e per come, si faceva e basta. L’avevamo fatto noi, l’avevano fatto i nostri genitori, dovevano farlo i nostri figli.

Mentre stavo facendo lezione in classe terza, ho visto dalla finestra alcuni militari entrare nel cortile della scuola con la loro camionetta. Non era la prima volta che accadeva: c’erano state altre ‘visite’, ma non erano mai  venuti tanti soldati. Saranno stati almeno una dozzina. Ho finto di niente, per non spaventare i bambini, ma non sono riuscita a nascondere la mia agitazione. Ho chiamato alla lavagna una delle bimbe più brave, chiedendole di svolgere un esercizio di matematica. Passavano i minuti e non si sentiva nulla di insolito da fuori. Sarà il solito controllo, mi sono detta. I bambini, intanto, si erano accorti del movimento in cortile, sbirciando dalle finestre; hanno cominciato a mormorare e io mi sentivo sempre più agitata. Finché non è entrata la bidella, seguita da un militare, dicendo che la preside aveva dato ordine di scendere tutti in cortile. Anche questa non era una novità: ogni volta che succedeva qualcosa di particolare (elezioni, ricorrenze, ecc. ) dovevamo schierare i bimbi come in una parata. In classe quel giorno avevo 43 bambini. ‘Non c’è tempo di fare le file, scendete di corsa’, ha gridato la bidella. Stava succedendo qualcosa.

In cortile c’erano già altre classi e solo allora mi sono accorta che i militari erano molti di più rispetto a quelli che avevo immaginato. Sulla destra c’era la preside, circondata di militari; vicino a lei c’era, inginocchiata a terra, la maestra Sausan. Perché si trovava lì? La preside ha preso un microfono e ha parlato, rivolgendosi ai ragazzi: ‘bambini dobbiamo ringraziare il signor presidente che ci ha mandato gli uomini della sicurezza che vogliono proteggerci. In questa scuola non c’è spazio per cospiratori e traditori. Col sangue, con l’anima, proteggiamo bashar’, ha detto e i bambini, ma anche noi insegnanti, abbiamo ripetuto dietro di lei. Era la prassi. Alla fine del comizio la maestra Sausan è stata trascinata dai soldati verso la camionetta. Insieme a lei anche tre bambini. Nessuno ha osato fare domande.

Non abbiamo più saputo nulla di lei e nessuno osava chiedere. Abbiamo saputo solo che i tre bambini erano fratelli. Poi è venuta fuori una verità che ci ha gettato nell’angoscia. Uno dei bambini, quello di seconda elementare, aveva chiesto all’insegnante cosa significasse ‘isqat al nizam’ (caduta del regime) e la maestra aveva parlato in classe della libertà. In Siria anche i muri hanno le orecchie e qualcuno evidentemente ha avvisato i mukhabarat. Ho continuato ad andare a scuola per circa due settimane, ma l’aria era diventata irrespirabile. Poi, con la ‘scusa’ della gravidanza, sono riuscita ad ottenere un congedo di maternità. La situazione stava precipitando velocemente. Ormai la gente del villaggio sapeva e i giovani scendevano in strada a manifestare con sempre più frequenza. Gli imam delle moschee locali li hanno supplicati di lasciar perdere, di non cercare guai, ma i ragazzi continuavano a dire che era ora di cambiare pagina in Siria. Qualche settimana più tardi l’esercito ha fatto irruzione al villaggio: decine di morti, decine di arresti; tutti ragazzi giovanissimi.

Mio marito, anche lui insegnante, ma in una scuola superiore, mi ha detto che dovevamo metterci in salvo finché potevamo. Io gli ripetevo che sarebbe finito tutto in qualche giorno. Invece no. La nostra vita era diventata un inferno. Un mese prima del parto sono partita per Aleppo, per raggiungere la casa dei miei genitori. Lì era tutto tranquillo; così dicevano…  Mio marito è rimasto al villaggio; ha visto nostra figlia per la prima volta quando aveva già sei mesi. L’ha rivista dopo un mese circa; è stato il loro ultimo incontro. Mio marito è morto nel bombardamento sul nostro villaggio. Della scuola, della maestra Sausan, dei bambini, non ho saputo più nulla”.

NB: la foto da me realizzata ritrae bimbi in una scuola all’interno di un campo profughi siriano, che non hanno nulla a che vedere con questa testimonianza.

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