Era la prima volta che vedevo un bambino morto

Nightmare of a syrian dad wissam al jazairyAvevo la fotocamera appesa al collo, ma le mie dita erano come paralizzate. Anche io mio cuore sembrava essersi fermato.   

Quel pomeriggio, terminate le interviste al campo profughi, avevo appuntamento con un medico responsabile di un ospedale da campo;  aveva accettato di incontrarmi perché era stato raggiunto da un collega che lo avrebbe sostituito per qualche ora, il tempo di vedere la sua famiglia, riposare e mangiare qualcosa. L’ospedale da campo si trova in un ramo di un ex supermercato;  una giovane infermiera mi dice che il dottor Talal mi sta aspettando. La seguo; ci sono alcune barelle con su feriti e malati, qualche letto, persino persone sistemate per terra nei corridoi su brandine di fortuna. Più che un ospedale, mi sembra l’ultima fermata prima dell’inferno. In quelle condizioni, mi chiedo, come si fa ad operare, come si fa a sopravvivere? La ragazza si ferma: “qui prima era la zona della macelleria”. Faccio leva su me stessa per mantenere il controllo: la vista del sangue, l’odore acre di quel posto e in più il pensiero che quella zona fosse prima adibita a macelleria, mi provoca una sorta di vertigine. Spingiamo manualmente una porta per metà trasparente, di plastica pesante. C’è un grosso tavolo di metallo al centro e intorno al tavolo ci sono alcune persone. “Stanno lavando un morto”, mi dice l’infermiera. “È un bambino; l’uomo che lo lava è il padre, il dottor Talal lo sta assistendo”. Mi avvicino in silenzio.

Scorre dell’acqua mista a sangue sul tavolo e poi scivola per terra. Il corpicino è quello di un bimbo ucciso da un cecchino. Un proiettile gli ha forato il petto. Il padre lo abbraccia e gli butta con delicatezza l’acqua sul corpo, muovendo le labbra in una preghiera sussurrata. I capelli, il collo, il petto: le sue mani si muovono amorevoli; i gesti si ripetono più volte. Nella stanza si sente solo il rumore dell’acqua e qualche invocazione che si leva con dolore: “Ya Allah” Oddio. “Non fotografare per favore”, mi dice all’improvviso qualcuno. Avevo la fotocamera appesa al collo, ma le mie dita erano come paralizzate. Anche io mio cuore sembrava essersi fermato. Era la prima volta che vedevo un bambino morto. Era la prima volta che vedevo un padre preparare il figlio per la tumulazione.

Dopo il lavaggio il piccolo viene sistemato su una barella, profumato e poi avvolto nel kafan, il sudario. Resta scoperto solo il volto. Un viso di angelo, che il padre bacia ripetutamente sulla fronte, tenendolo in braccio, stringendolo a sé. Non piange, ripete più volte: “Ya Marwan, ya habibi”, “Marwan, amore mio”. Un uomo si avvicina a me, è il dottor Talal: “ Abbiamo lavato il piccolo Marwan. I martiri non si lavano solitamente, perché il loro sangue è considerato puro, ma il padre ha voluto farlo perché al figlio piaceva tanto l’acqua. Aveva  anche vinto una medaglia di nuoto. L’ha ucciso un cecchino mentre stava andando a casa del nonno. Sua madre e sua sorella sono morte durante il bombardamento a Kafar Zeta (Hama) un anno fa. Lui e il padre si sono salvati perché non erano a casa”.

Marwan viene portato fuori in braccio al padre. Il dottor Talal vuole andare al cimitero con loro. Di fronte all’ospedale da campo si è adunata una piccola folla. Ci sono anche tanti bambini. Alcuni hanno in mano delle foglie, altri dei fiori. Si avvicinano al padre di Marwan, che si piega verso di loro; baciano sulla fronte il loro amico, lasciandogli i fiori sul petto. Osservo immobile il corteo che si allontana.

 

Opera di @WissamAlJazairy – Nightmare of a Syrian Father

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