“Racconta che i nostri figli non sanno cos’è una casa”

DSCN0995Dal mio viaggio in Siria

Migliaia di bambini siriani vivono in un campo profughi; alcuni sono lì da pochi mesi, altri già da due anni. Altri ancora sono addirittura nati tra le tende.

E tra le tende scatto qualche foto, incontro qualche sorriso, qualche sguardo pieno di rassegnazione. Ci sono donne che si chiudono nel loro dolore e bambine cresciute prima del tempo che si occupano dei piccoli, fanno loro compagnia, fanno loro qualche coccola.

Come Samira, due grandi occhi scuri, che è seduta su una stuoia di vimini e ha in braccio una bimba. Vicino a lei c’è un suo piccolo amico (di cui vi racconterò la storia). Li saluto, li fotografo e lei mi invita a sedermi con loro. Tfaddali khale, accomodati zia. Mi siedo, chiedo i loro nomi, quanti anni hanno. Samira ha otto anni e mi dice che le piaceva tanto studiare; la sua cameretta a Idlib era piena di disegni colorati. E’ orfana di padre e anche i suoi amichetti lo sono. Si trovano al campo con le rispettive madri. Poi mi dice una frase che mi colpisce profondamente: “Zia, io sono fortunata perché mi ricordo cos’è una casa; so cos’è una porta, una finestra, un televisore, una cucina, un divano, un bagno vero; racconta sul tuo giornale che i nostri figli non sanno cos’è una casa. Molti di loro erano tanto piccoli quando le loro famiglie sono fuggite. Altri sono nati qui”.

“I nostri figli”, dice, con un fare materno che svela tutta la sua tenerezza e il suo senso di responsabilità. E poi mi parla di quei bimbi, della pena che prova per loro, come se in qualche modo abbia accettato le sue ferite e sia addolorata per il patimento degli altri.

Non lasciamo questi angeli da soli. Sta arrivando il freddo in Siria, in quelle tende, che non saranno mai delle vere case, farà molto freddo.

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