Recensione Siria, il giorno dopo. “La storia siamo noi”

di Francesco Marchitti, esperto di comunicazione, autore e saggista

Non è un programma televisivo di successo, ma la consapevolezza che ognuno può portare dentro sé il
significato del mondo. La storia è Tank Man, un giovane solo e senza corazze, eretto e verticale di fronte ai
carri armati. La storia è Aleksej Naval’nyj, di cui Dante ha detto che “Libertà va cercando, ch’è sì cara, /
come sa chi per lei vita rifiuta. “. La storia sono i sette monaci di Tibhirine, fedeli alla vita oltre la morte per
martirio. La storia sono gli innumerevoli singoli di cui non conosceremo mai il nome, che con un dolore
nascosto e muto mostrano come i potenti della Terra non sono altro che mosche cocchiere della storia. I
veri condottieri sono invece i mafqudin, gli scomparsi, i dispersi, quelli che Assad ha fatto sparire nel nulla
perché oppositori del regime o perché dotati di libertà di pensiero.
A raccontare la loro storia è Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana che nel 2025 ritorna nella
terra d’origine dopo la caduta della dittatura e la ritrovata libertà. “Siria, il giorno dopo” (editore add, 2026,
pagg. 260, 18 €), è un titolo che suona come un monito, e crediamo non sia casuale: nel day after c’è infatti
un immane lutto da elaborare, città intere da ricostruire, assetti sociali da ripristinare e convivenze da
recuperare. E, soprattutto, vite da purificare dopo anni passati a respirare veleno e morte. Ma chi come
Asmae Dachan di quella storia fa parte, seppur da forestiera, non può non avere uno sguardo d’amore e di
desiderio di vita, passione per una terra che è anche la sua. E così la mappa del dolore, che attraversa tutte
le città in cui si sono consumate atrocità e repressioni, parla anche di giovani che allestiscono media agency
nella tendopoli; racconta di Ahmad, Shadì, Hussam e Omar e della loro libreria “segreta” per leggere i libri
vietati dal regime; infine, ci fa arrivare i profumi dei saponi di Aleppo e i colori dei giardini di Damasco al
tramonto.
Questo modo di guardare, e il racconto che ne segue, è una compromissione totale con l’oggetto del
resoconto, e l’autrice lo dichiara fin dalle battute iniziali. È una scelta di campo, perché la Siria delle radici,
insieme all’Italia dei natali, è una terra amata, e non si può parlarne in mod freddo e distaccato. Ed è
proprio questo – al contrario di ciò che si pensi – che garantisce attenzione, vigilanza, audacia e presenza di
spirito, e dunque vera conoscenza. Non si tratta soltanto di annotare i fatti e verificare le fonti, che pure è
assicurato con somma professionalità; il compito è piuttosto quello di restituire un senso e un significato, di
trovare il bandolo della matassa di una storia che richiede un cuore oltre che una mente. Dunque non solo
l’obiettivo della macchina fotografica (Dachan è anche photo/video maker), ma anche – e soprattutto – il
sentimento che lo aziona. Così nel libro si alternano e si fondono lo stampatello e il corsivo, la biografia
personale e la cronaca degli avvenimenti, la morte violenta dei perseguitati dal regime e la morte per
malattia dell’amata sorella Noura.
C’è un però: lo sguardo d’amore è per sua natura esposto, e molto. Chi ama soffre; Dachan lo sa e paga il
prezzo per intero. Immedesimarsi con storie di indicibile ferocia ha significato per lei passare notti insonni;
ha voluto dire ricorrere a terapie per il superamento del trauma.
A Sednaya c’è il carcere per gli oppositori del regime; l’odore di morte si sente da lontano. Entrare
nell’inferno di Sednaya (invece che accontentarsi di un racconto altrui), significa mettere a rischio la psiche.
A Sednaya le presse industriali sono usate per far parlare le persone. A Sednaya le presse industriali sono
usate per comprimere i cadaveri. A Sednaya sono nati i figli delle detenute stuprate, e sono cresciuti senza
mai vedere la luce.
Il silenzio che ci pervade leggendo queste pagine è in tutto simile a quello di Papa Francesco ad Auschwitz.
Nel campo di concentramento il Pontefice non pronunciò discorsi, non fece omelie. Si raccolse solitario in

preghiera su una panca del Blocco 11, il “Blocco della Morte”. Né la preghiera, né la poesia sono morte ad
Auschwitz; sono anzi le sole che da quell’inferno hanno permesso all’uomo di risorgere. Allo stesso modo il
libro di Asmae Dachan ci restituisce il respiro mentre ci mozza il fiato; nel momento io cui racconta l’abisso
del male, ci fa alzare lo sguardo verso una speranza di bene. In che modo? A Darayya, una delle prime
tappe del viaggio di Dachan, vive una coppia con una figlia piccola. Abitano tra mura fatiscenti sotto un
tetto di fortuna; quando l’autrice chiede di poter fotografare la bimba e la sua piantina cresciuta in una
mezza bottiglia di plastica, la mamma chiede giusto il tempo di rimettere in ordine la figlia, di prepararla
per lo scatto. “Se dovessi descrivere ciò che sono i siriani – dice Dachan – partirei da lì. Genitori che ridanno
vita a una casa, un quartiere, una città, che pensano al futuro della propria bimba e le dicono che sarà lei a
ricostruire, a rendere il Paese vivo, libero.”
Asmae Dachan è nata e cresciuta in un paese libero, ha potuto determinare il suo futuro, è diventata
giornalista e scrittrice affermata. L’affetto verso la Siria e i siriani crediamo derivi anche da questo: che tutti
gli uomini e le donne, nostri fratelli e sorelle, in Italia come in Siria, ad Ancona come ad Aleppo, possano
vivere nella medesima libertà, godere di uguale giustizia, prosperare nella stessa pace. Siamo debitori ad
Asmae Dachan di aver ridestato in noi questa consapevolezza: i valori fondamentali della vita vanno difesi e
custoditi, e qualcuno, non troppo lontano da qui, ha pagato anche per noi.

Francesco Marchitti
Nato a Civitaluparella, Chieti, il 4 ottobre 1965.
Ha lavorato in diverse aziende come esperto di Comunicazione e Marketing.
È autore, saggista e curatore editoriale.
È uno studioso dell’opera e della figura di Elena Bono.

Ha curato le edizioni dei seguenti volumi:
Elena Bono, La moglie del Procuratore (Marietti, 2015)
Elena Bono, Morte di Adamo e altri racconti (Marietti, 2016)
Elena Bono, Chiudere gli occhi e guardare (Ares, 2021).
Francesco Marchitti a cura di), Quando io ti chiamo. Invito alla lettura di Elena Bono (Marietti, 2015).
Daria Varasano, Non volevo diventare una panchina rossa nel parco (Nolica edizioni, 2022)

Come saggista ha collaborato con L’Osservatore Romano e il mensile Studi Cattolici. Suoi articoli sono apparsi sul Secolo XIX, La Gazzetta del Popolo (Svizzera) e ilsussidiario.net.

Come autore teatrale ha scritto i seguenti drammi:
Il petalo e il fiore, sulla storia dei martiri d’Albania, rappresentato al Meeting di Rimini nel 2012,
La moglie del Procuratore, adattamento del romanzo omonimo di Elena Bono, rappresentato al Festival della Certosa di Calci (2016)
Mi sembrò che una voce, rappresentato al Festival della parola di Chiavari nel 2018.
Fiori rossi, un dialogo poetico tra Elena Bono e Paola Mulazzani, rappresentato alla Casa Carducci di Bologna (2022), alla Casa Moretti di Cesenatico (2022), e alla Rocca di Montiano (2022).

È stato autore e conduttore della trasmissione radiofonica in quattro puntate Ogni uomo è una musica, Radio Vaticana, 2015.

È autore e conduttore del podcast THE PACE – Loreto in cammino.