Come si racconta una guerra

Andò verso la finestra illuminata da una splendida luna. Provò una sensazione di sollievo nel guardare quel paesaggio così bello, quasi struggente, così in contrasto con le immagini che aveva appena visto. Ciò che stava accadendo in Siria era disumano e inaspettato. Senza senso. Era tutto così diverso da come lo aveva sognato e immaginato insieme a sua sorella e a tutti gli altri amici siriani. Ryma era convinta che le attiviste di tutto il mondo avrebbero espresso solidarietà e vicinanza alle donne siriane e per questo curava la traduzione in inglese e francese di tutti i comunicati e i report che esponevano e diffondevano. Ryma amava comunicare e quel silenzio che ora la avvolgeva era davvero inspiegabile. (…)”. 

Tratto da “Il silenzio del mare”, di Asmae Dachan, Castelvecchi Editore, 2019. https://bit.ly/3rjSLqH

Quando si pensa ad una guerra, la prima immagine che viene in mente è quella di eserciti, miliziani e mercenari, armi e blindati e poi trincee, bombe, violenze e devastazione. Quasi sempre i conflitti vengono raccontati con la cronaca degli eventi bellici e i riflettori si vanno gradualmente a spegnere quando le violenze sembrano cessare. Sembrano, perché in realtà le guerre sono come uno Tsunami. Si vede l’onda minacciosa che porta devastazione e che poi si ritira, ma la calamità non cessa in quel momento. Ci sono vittime, feriti, sfollati, dispersi che pagano per anni e anni quell’evento. Così la guerra, anche quando gli aerei e i carro armati alleggeriscono il loro carico di morte, continua a derubare delle loro vite civili inermi, a riaprire ferite che non si ricuciono mai.

La sofferenza di chi ha perso familiari e amici, di chi ha subito violenze di ogni tipo, dagli stupri alle torture fisiche e psicologiche, di chi non ha più una casa ed è costretto a una vita di precarietà, spesso in Paesi stranieri che si mostrano ostili, è come una goccia che scava nella roccia. C’è anche chi, nato e cresciuto in guerra, non ha mai vissuto un solo giorno di pace, non sa cosa siano la scuola, il gioco, la spensieratezza. Ci sono le voci delle persone scomparse nel nulla, delle vittime di detenzioni arbitrarie, di chi è finito in una fossa comune o in fondo al mare. Le voci dei dimenticati, di chi è sopravvissuto e vive il suo esistere quasi come una condanna, restando ai margini, nella sua sofferenza, diventando persino invisibile agli sguardi indifferenti degli altri.  Sono quelle voci impercettibili quelle che vale la pena di ascoltare. Quelle che ci rendono più consapevoli, più umani. Quelle che voglio continuare a cercare e raccontare

Per questo scopo ho creato una mia pagina su Patreon, per cercare un modo di sostenere il mio impegno e continuare a scrivere, realizzare interviste, viaggiare e tenere alta l’attenzione sul dramma dei civili siriani. Un fiammifero nella notte, ne sono consapevole, ma in questa notte che dura ormai da undici anni, questo fiammifero non si è spento mai.

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