Marzabotto, in punta di piedi e col cuore in mano

Si arriva a Marzabotto dopo aver velocemente percorso l’autostrada, addentrandosi sull’Appennino emiliano e attraversando il ponte sul Reno. In prossimità del suggestivo promontorio della Rupe si comincia a rallentare, un po’ per godersi la bellezza dei paesaggi, un po’ perché quei luoghi trasudano storia, una storia che chiede un profondo rispetto. La sede dell’incontro è il Teatro Comunale, e dal momento in cui scendo dall’auto è come se camminassi in punta di piedi, col cuore in mano. Per me è la prima volta a Marzabotto, una città il cui nome rievoca una storia di dolore e resistenza. Della strage, dell’eccidio che si è consumato tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, costato la vita a 1830 vittime, avevo letto e studiato, ma non ero mai stata in quei luoghi. L’occasione, che rientrava nell’ambito delle celebrazioni per il 76° anniversario della strage di Marzabotto, è stata il convegno “Oggi come ieri: il fascismo contro la libertà di informazione” a cui è stata invitata una delegazione di giornalisti guidata da Beppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana – Fnsi, Paolo Berizzi – Repubblica, Angela Caponnetto – Rai News 24, la sottoscritta, con la partecipazione di Walter Verini della Commissione Parlamentare Antimafia, accolti dalla sindaca Valentina Cuppi.

Non nascondo che ero emozionata e commossa su quel palco, in quella città della Memoria. Ho raccontato della prima volta che la nostra insegnante di educazione civica ci portò a visitare il Cimitero della II Guerra Mondiale di Ancona, l’impressione che mi fecero quelle lapidi, una vicino all’altra, tutte bianche, quel silenzio pesante, e la consapevolezza che qualcuno avesse sacrificato la sua vita perché noi potessimo essere liberi. Ci sono tornata tante volte, leggendo le date di nascita e di morte di quei caduti, tutti drammaticamente giovani. Quel senso di debito e di gratitudine l’ho sempre portato nel cuore verso i partigiani e verso chiunque si sia impegnato, ieri come oggi, per garantire la pace e la libertà. Un debito e una gratitudine che da figlia di migranti siriani sento ancora più grande, perché se sono diventata una giornalista libera in un Paese in pace lo devo a loro, ai giovani che hanno dato la vita per la vita altrui e a loro vanno il mio rispetto e la mia ammirazione. Ho raccontato dell’emozione provata quando sono stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, immaginando di inginocchiarmi simbolicamente come si inginocchiavano i cavalieri di una volta durante la cerimonia di investitura, promettendo di difendere i più deboli e di dedicare la mia vita e il mio impegno per il bene della Patria. Un amore per la madre Patria adottiva, l’Italia, che non mi ha fatto dimenticare la terra delle origini, la martoriata Siria, che bramava quella libertà che sognano tutti i popoli e si trova oggi a piangere oltre mezzo milione di vittime, ridotta a un cumulo di macerie dopo 9 anni di guerra, ancora sotto il controllo di un sanguinario regime e scacchiere di mille guerre per procura. Ho ricordato che la Siria, prima della guerra era un Paese complesso, ricco di cultura e bellezza, ma era anche il Paese dove il braccio destro di Eichman, Alois Brunner, ideatore delle camere a Gas e capitano delle SS, si è nascosto a Damasco dal 1954, dove ha formato criminali in divisa.

Una delle tante cose che mi hanno colpito era che in sala ci fossero, oltre ai rappresentanti dell’Associazioni Nazionale dei Partigiani d’Italia -Anpi, tra cui diversi giovani, c’era anche una delegazione dell’Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri – Anfim, impegnati a ricordare le vittime delle Fosse Ardeatine. Mi è sembrata una compresenza segno di pietà, di grande umanità e dignità, perché il sangue delle vittime ha sempre lo stesso colore e il passato deve essere consapevolezza e monito, ma non deve dividere in eterno. Ho provato a immaginare come potrebbe essere il futuro in Siria, se mai si arriverà a una situazione simile in cui, pur mantenendo idee e identità diverse, si è mossi da rispetto e partecipazione al dolore altrui.

In questa occasione si è parlato dell’importanza della libertà di informazione e del contrasto alle notizie false, perché ieri come oggi gli estremismi si nutrono di propaganda e puntano alla cancellazione della memoria. “Essere antifascisti è una cosa attuale, non del passato” ha ricordato infatti Walter Verini, tra i promotori di una legge per l’introduzione del reato di apologia fascista. Paolo Berizzi, primo giornalista italiano a vivere sotto scorta da oltre un anno e mezzo per le minacce di gruppi di estrema destra ha messo in evidenza i nessi tra il fascismo e la mafia, e di come entrambi non vogliano che si faccia luce sulla loro realtà e sul loro modo di sostituirsi allo Stato. Le mafie, i gruppi estremisti e terroristi cercano di rendere la vita dei giornalisti difficile, non più minacciandoli direttamente, ma usando l’arma della diffamazione, della delegittimazione, dell’isolamento. “Capire i collegamenti tra questi gruppi e il Palazzo, e come si infiltrino nelle scuole e nelle istituzioni è importante. Il nostro mestiere è raccontare questi fatti, anche in questo periodo in cui il clima è favorevole nei loro confronti”, ha raccontato Berizzi. Di Costituzione antifascista e antirazzista ha parlato anche in questa occasione il presidente della Fnsi Beppe Giulietti, ringraziando la Comunità di Marzabotto per il suo esempio e la sua resilienza. Giulietti ha poi ricordato il coraggio e la dignità delle famiglie che hanno perso i propri congiunti in atti terroristici e situazioni violente e hanno trasformato il proprio dolore in un impegno per il bene comune, citando ad esempio la famiglia Regeni, che continua a chiedere verità e giustizia per Giulio, e per tutte le Giulie e i Giulii del mondo e la famiglia di Antonio Megalizzi, ucciso in un attentato terroristico. In teatro è stato esposto un aquilone per chiedere la liberazione di Patrick Zaky. “

Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana” – Epigrafe di Salvatore Quasimodo alla base del faro monumentale sulla collina di Miana, che sovrasta Marzabotto.

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