Le pericolose armi dei civili siriani

Abdelhamid Alaqid 11 marzo 2014 Aleppo medico1o marzo 2014  – Località di Sheikh Najjar, Aleppo

“La sua medicina più efficace erano i suoi occhi: limpidi, magnanimi, pieni di dolcezza ed empatia. Il suo sguardo era la sua arma più potente”. Viene ricordato con queste parole il dottor Abdelhamid Alaqda, giovane medico di Aleppo, rimasto ucciso mentre prestava la sua opera in soccorso dei feriti. Il suo nome va ad unirsi a quelli di ormai centinaia di medici, infermieri, odontoiatri, fisioterapisti, soccorritori che hanno perso la vita mentre erano impegnati nel tentativo di salvare vite umane.

Così la Siria racconta se stessa, attraverso le parole dei testimoni del genocidio, delle vittime della violenza disumana che sta martoriando un intero popolo. Si racconta in rete condividendo foto, video e storie di vite interrotte, di affetti strappati, di sogni lacerati. Una narrazione dal basso, non basata sugli scontri, sulle teorie, ma sull’incontro degli sguardi, in un tentativo estremo di salvare ciò che resta di umano in uno scenario di tanta desolazione.

Il racconto della quotidianità della Siria è per certi versi inedito rispetto ai diari di guerra scritti in passato: si aggiorna di ora in ora e viene condiviso con il mondo, riempito di nomi e di immagini, che rendono più familiare e più umano il dramma dei civili che restano vittime. E sono proprio queste le armi più pericolose in Siria oggi: la memoria e l’umanità.

 

 

 

 

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