Siria: perché continuano a fare figli, se tanto glieli uccideranno?

24 febbraio 2014 Talbisah24 febbraio 2014 – Talbisah, provincia di Homs

Un furgoncino aperto in movimento; a bordo alcune persone che piangono e si lamentano intorno ai corpicini senza vita di due bambini. Un terzo bambino è tenuto in braccio da un adulto. Mohamed, Yamen e Jihad sono avvolti in sudari bianchi impregnati del loro sangue innocente. Li stanno portando al cimitero. I tre fratellini sono rimasti uccisi nel bombardamento di oggi pomeriggio sul villaggio rurale di Talbisah, in provincia di Homs.

E’ stato tutto filmato con un telefonino e le immagini sono state condivise in rete, per mostrarle al mondo, anche se sembra che il mondo non voglia  vedere, assuefatto, indifferente fino alla complicità. Dopo tre anni, la morte di bambini  sotto le bombe non fa notizia. Il genocidio in Siria si sta consumando in silenzio. L’ultimo viaggio di Mohamed, Yamen e Jihad non rappresenta che l’ordinaria cronaca di una giornata come le altre: il regime bombarda, le case crollano, i civili rimangono uccisi.

In ogni paese del mondo dove c’è un tiranno che massacra il suo popolo, questo tiranno prima o  poi viene deposto, non senza sacrifici, anche in termini di vite umane. Ma in Siria no: troppi interessi geo-politici, troppe mani insanguinate, troppi accordi inviolabili firmati sulla pelle degli innocenti. Così l’infanticidio cominciato a Dar’à nel marzo del 2011 non si arresta e non ci sono segnali che cesserà e quando si racconta di questo dramma, capita che qualcuno sollevi una questione: “Perché continuano a fare figli, se tanto li uccideranno, o diventeranno storpi, disturbati di mente, o rimarranno orfani, o ancora finiranno nelle tendopoli senza prospettive e dovranno affrontare una vita da profughi, emarginati, poveri?”.

Domandare, per quanto la domanda sia cruda, è legittimo, ma trovare una risposta diventa doveroso. A prescindere dal fatto che in Siria il tasso di natalità è sempre stato molto alto, che il primo figlio si ha intorno ai vent’anni, bisogna tenere conto che oggi manca qualsiasi forma di assistenza medico sanitaria e qualsiasi forma di “prevenzione” e di educazione sessuale. Ma non è solo questo: mettere al mondo un figlio, anche in condizioni disperate, è una forma di sopravvivenza per l’umanità. Non fare più bambini per paura che questi muoiano o soffrano è quasi come accettare la propria condanna a morte senza lottare. La nascita è sempre un atto d’amore, di continuità con la vita stessa e il popolo siriano è un popolo amante della vita. Le donne che partoriscono sotto i bombardamenti, negli ospedali da campo, in tende senza assistenza, stanno compiendo un atto di coraggio, un atto d’amore, nella sua forma più alta. Non solo loro ad essere in difetto, non sono loro ad essere in torto: è chi vuole seminare la non-cultura della morte ad essere in torto; è chi lascia che tutto ciò accada che sbaglia; è chi ha causato la morte di oltre 12 mila bambini a doversi porre delle domande. Oggi la Siria e i siriani hanno bisogno di risposte.

Video 1  – L’ultimo viaggio dei fratellini Mohamed, Yamen e Jihad

Video 2 – Il funerale dei piccolo

Video 3 – Alcune immagini dei bombardamenti di oggi su Talbisah

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