Dall’altra parte del mare – Bambini diventati grandi e bambini che sanno ancora giocare

Dall’altra parte del mare – Bambini diventati grandi e bambini che sanno ancora giocare

bambini diventati adulti bambini che sanno ancora giocarePeriferia di Idlib, Campo dei martiri -19 agosto 2013

Sono le dieci del mattino e al Campo profughi è arrivata l’acqua; è il momento di approvvigionarsi, perché poi la fornitura si interrompe, per tornare solo alle quattro di pomeriggio. Donne e bambini del campo vanno verso le due fontane che riforniscono l’intera area e riempiono barili, pentole, bottiglioni e bottiglie. Nelle tende, ma anche nei bagni, l’acqua corrente non esiste. Quello che si raccoglie servirà per lavarsi, cucinare, fare il bucato a mano e pulire.

Davanti alla tenda dove ho dormito, ospite di Em Mahmud, una donna di 21 anni, madre di due figli, moglie di un poliziotto defezionato che è ora addetto alla sicurezza del Campo, si presenta un bambino di dieci anni circa, con in mano un pesante bottiglione, che conterrà almeno dieci litri d’acqua. Em Mahmud mi dice che è il figlio di una vicina ed è orfano di padre. È un piccolo grande uomo, che si impegna ad aiutare la madre e le sue vicine a rifornirsi di acqua e a fare altri lavoretti. Gli chiedo se posso fotografarlo, mi dice di sì. Faccio il primo scatto, poi il secondo. Il bambino va e viene per tre volte, portando l’acqua che servirà per la giornata. Poi prosegue il giro delle tende.

Quando sono di nuovo in Turchia dedico del tempo ad osservare le foto che ho scattato e mi accorgo di un particolare buffo, che mi fa sorridere: nella seconda foto il bambino che porta l’acqua non è solo; dietro di lui si è piazzato il figlio minore di Em Mahmud, 5 anni, con in mano uno spruzzino, che si diverte a bagnare il suo amichetto intento a riempire d’acqua il barile. È senza dubbio la foto più divertente del mio viaggio, forse anche la più significativa: nello stesso scatto c’è tutto il dramma, ma anche tutta la vitalità del popolo siriano; bambini costretti a diventare uomini prima del tempo e bambini che non hanno dimenticato come si gioca.

 

 

Dall’altra parte del mare – Huna Halab, siamo ad Aleppo

Dall’altra parte del mare – Huna Halab, siamo ad Aleppo.

 

 

Estrazione del corpo di una donna

Mentre scrivo queste parole ho ancora addosso la polvere, il sudore e la stanchezza di due giorni intensi passati nella martoriata città di Aleppo. Ho l’odore della morte nelle narici, il suono di mortai, spari ed esplosioni nelle orecchie; il dolore che ho potuto toccare con mano mi stringe come in una morsa. Huna Halab, siamo ad Aleppo. È come se non volessi liberarmi dal peso e dalla sofferenza che ho visto con i miei stessi occhi, è come se volessi prolungare in qualche modo le sensazioni che ho provato nel vedere per la prima volta in vita mia la città delle mie origini, trovandola colpita al cuore dalla violenza, dall’abbandono, lasciata all’oblio dal resto del mondo, insieme alle altre città della Siria.

Trentasei ore ad Aleppo, tra spari di cecchini appostati sui tetti ed esplosioni, mentre la popolazione civile, con una dignità e un coraggio impressionante, cerca di continuare a condurre la sua normale esistenza. In poche ore avanti ai miei occhi si svolgono scene terribili, che purtroppo sono diventate la normalità per le persone del posto. Mentre inizio le riprese, assisto all’estrazione del corpo di una donna seppellita da una settimana tra le macerie del palazzo dove abitava, che era stato colpito da un razzo; l’esplosione ha provocato centinaia di feriti e la morte di oltre 80 persone. Si cercano ancora 6 dispersi, tra cui un bimbo di tre anni. Poi davanti a noi esplode un colpo di mortaio: fumo, paura, la gente è esasperata. L’aria è irrespirabile, la sofferenza tangibile.

Palazzi distrutti Nel cuore della città vecchia ci sono famiglie che prima dell’inizio delle violenze erano in condizioni di grave disagio, ora sono stremate dalla povertà e dagli stenti. Chi ha in casa un malato o un disabile bisognoso d’assistenza, deve farcela da solo. Il che equivale, in alcuni casi, ad aspettare inermi la morte. Un antico nosocomio del 1300, diventato sito culturale di grande importanza, che conserva busti come quello di Ibn Sina, presenta lesioni gravi. In ogni strada di ripete la scena di case, scuole, luoghi di culto colpiti dalle bombe. Dopo la preghiera del venerdì alcuni ragazzi si riuniscono all’incrocio tra due strade e organizzano un sit-in; cantano per chiedere libertà: nelle loro parole c’è tutta la loro voglia di vivere di una generazione che rischia di non conoscere la parola domani. Arrivando ad un ospedale da campo, vediamo giungere a forte velocità un’auto con i lampeggianti accesi: scende, sorretta da un ragazzo, una donna con il braccio sanguinante che grida dal dolore. Dopo di lei ne arriva un’altra, ferita ad una gamba, anche lei sorretta da un giovane. Sono state colpite entrambe da un cecchino mentre attraversavano una strada vicina al mercato delle verdure. Per terra, di fronte al punto di soccorso, un sudario bianco impregnato di sangue; è il sangue ancora caldo di un uomo colpito nella stessa zona, dallo stesso cecchino. Mentre si svolge questa scena c’è un via vai di auto e persone a piedi; ci sono schiamazzi di bambini. Alcuni negozi sono aperti. Visito diverse case: la gente è di un’accoglienza straordinaria e ognuno mi racconta la sua storia, la sua ferita; ogni casa ha subito almeno un lutto, ma la vita deve continuare ad Aleppo. Continua nella segretezza delle case, dove giovani donne si improvvisano maestre per dare un minino di istruzione ai loro figli e a quelli del palazzo in cui vivono; dove i civili chiedono che si smetta di uccidere, che bashar se ne vada per sempre e che si facciano riforme per dare un presente e un futuro ai loro figli; dove giovani che non hanno davanti a sé prospettive si preoccupano di assistere gli anziani, le vedove, le persone malate.

DSCN2171bHuna Halab, questa è Aleppo, la città del sapone di alloro e delle rose, che è oggi una città ferita, che sanguina, una città che non vuole morire. Durante il viaggio di ritorno mi sento come intrappolata in ognuna delle situazioni che ho vissuto; mi sembra tutto assurdo e ancora più assurdo è che dopo 36 ore io torni alla vita “tranquilla” ai confini turchi, mentre quelle meravigliose persone che mi hanno accolta nelle loro case, pregandomi di raccontare al mondo cosa accade veramente in Siria,  rimangano lì, sotto il tiro spietato dei loro aguzzini. Lascio Aleppo, come se avessi visto per la prima volta la mia madre naturale, ma l’avessi trovata sanguinante, in fin di vita. La lascio per tornare tra le braccia della mia mamma adottiva, l’Italia, dove vorrei portare le voci, i sorrisi, le lacrime, la paura e la dignità di questa gente.

Dall’altra parte del mare – Il giorno delle stragi alla periferia di Damasco

Armi chimiche in SiriaDall’altra parte del mare – Il giorno delle stragi alla periferia di Damasco

21 agosto 2013 – Reihanly, Turchia

Dalle prime ore del giorno su Twitter arrivano notizie terribili su bombardamenti con armi chimiche nella periferia di Damasco, in particolare ad Al Ghouta. I primi bilanci sono terribili: si parla di almeno 650 morti ma nelle ore successive il numero provvisorio arriva ad 1228, di cui la maggior marte sono donne e bambini. Una strage agghiacciante, le immagini fanno il giro del mondo: persone soffocate, morte di una morte disumana. Mentre il teatrino della diplomazia internazionale recita il solito copione – dichiarazioni in politichese, prese di posizione neutrali, invio di fantomatici ispettori – inizia anche la guerra mediatica, con la propaganda del regime che fa le sue solite dichiarazioni.

Il 21 agosto ho alcune interviste programmate a Reihanly. Torno in Turchia, diretta verso uno dei campi profughi; i permessi ci sono, ma il gendarme mi invita gentilmente a seguirlo in ufficio. È molto cortese, mi offre un te turco e si scusa se mi fa attendere. C’è tensione, si percepisce. Arriva il responsabile e si scusa anche lui, pregandomi di avere pazienza, perché in seguito alle stragi alla periferia di Damasco gli ospiti del campo sono molto provati. Come non capirli: le loro famiglie sono ancora in Siria e non ci sono linee, non c’è nessun tipo di contatto e comunicazione con l’interno e loro sono dentro un campo profughi a poche centinaia di chilometri dalle città d’origine, dalle loro case, dai loro familiari, completamente paralizzati. Sono stanchi di vedere giornalisti, di vedere persone che vanno e vengono a osservare la loro situazione senza poi far nulla per aiutarli, di stranieri che vengono da paesi che sventolano la bandiera della Democrazia e del Diritto e rimangono impassibili insieme ai loro governi. Hanno forse torto? Accolgo l’invito a tornare in un secondo momento. Non è decisamente il momento di andare a incontrare le persone senza poter promettere loro altro che un impegno a livello giornalistico. So che è qualcosa di fondamentale, ma queste persone, questo popolo, il mio popolo, ha bisogno che cessi immediatamente il sangue.

Basterebbe mettersi un solo istante al loro posto per comprendere il loro dolore. L’esasperazione a cui portano certe situazioni è inimmaginabile. Bisogna stare a guardare mentre migliaia di innocenti vengono sterminati; è davvero possibile? È davvero umano? No, non lo è in alcun modo. Come si fa ad accettare che tante vite vengano spezzate così? Perché tanti bambini, tante donne, tanti giovani, continuano a morire senza alcuna pietà? Forse dall’altra parte del mare, con quel distacco che la distanza geografica in qualche modo impone, non arriva davvero la proporzione di questo dramma. Per quanto uno si sforzi, non riuscirà mai a comprendere cosa accade. Non sono di certo nella periferia di Damasco, ma stare in mezzo alle persone che vengono da lì e guardare l’espressione dei loro occhi è angosciante. Davvero, dov’è il resto dell’umanità mentre il popolo siriano viene massacrato? Per cosa si sta facendo pagare questo prezzo a così tante persone?

Dall’altra parte del mare – Hassun, la vita dopo la morte

Bambini Siriani nei Campi profughiDall’altra parte del mare – Hassun, la vita dopo la morte

Rif Edlib, Mukhaiyam al Shuhada’à, campo dei Martiri 18 agosto 2013

Nel luglio 2012 i bombardamenti su villaggio di Hass, in provincia di Idlib, hanno provocato una strage di civili senza precedenti; molti abitanti sono fuggiti in località vicine, ma con l’inasprirsi delle violenze, sono andati in diversi campi profughi: Siham, 28 anni, in una di quelle offensive ha perso i suoi tre figli. Mi indica la sua tenda Em Mahmud, la giovane che mi ospiterà per la notte e che mi sta guidando all’interno del campo. Siham ci fa accomodare e chiede alla sua vicina se può prepararci un caffè. In braccio ha un bimbo di tre mesi e vicino a lei, attaccata al suo abito, si nasconde sua figlia Ilaf, di 4 anni. “Da dove devo cominciare sorella, se sei qui forse ti hanno già detto che tre dei miei figli sono morti” – mi sussurra con un filo di voce; mentre pronuncia queste parole stringe a sé i due sopravvissuti. Mi racconta che con l’inizio delle manifestazioni pacifiche nel 2011 lei e suo marito, come tanti altri civili siriani, speravano che in Siria potesse finalmente avvenire un cambiamento, che venisse avviato un piano di riforme e che poi bashar al assad concedesse la libertà al popolo. Il marito, operaio, aveva preso parte ad una manifestazione a Juret Al Shayah ed era stato ripreso dalla TV di Stato, Al Dunya. Nello stesso pomeriggio una pattuglia di militari aveva fatto irruzione in casa sua per arrestarlo. Siham, sola con i quattro figli, aveva provato una grande paura per le ritorsioni che avrebbero potuto subire. Un vicino di casa, accortosi di quanto stava accadendo, aveva immediatamente avvisato il giovane padre, invitandolo a rimanere nascosto: aver partecipato ad un corteo pacifico lo avevo automaticamente reso un ricercato, un morto che cammina. L’unica via per mettere in salvo la sua vita e quella dei famigliari era la fuga.

L’esercito, in quel periodo, aveva invaso le strade del villaggio, istituendo numerosi posti di blocco; il giorno in cui si è ritirato, gli abitanti del posto hanno capito che sarebbe successo qualcosa di grave: di lì a poche ore, infatti, cominciò il bombardamento di Hass. Siham descrive il primo bombardamento e il terrore si percepisce nei suoi occhi, nell’espressione della figlia, che le si avvicina sempre di più: il rumore assordante dell’aereo e poi l’esplosione, il fumo, il sangue, le macerie, i morti. “Nessuno di noi era abituato a vedere sangue, a vedere morti. Il nostro è un tranquillo villaggio di campagna, siamo gente semplice, non ci sono mai state nemmeno sparatorie”, aggiunge. Il protocollo, continua, era sempre lo stesso: il rumore terribile, la vista dell’aereo, poi il disastro. Ogni volta che si sentiva il rumore o che veniva avvistato un velivolo da lontano si correva tutti al rifugio, scavato sottoterra per mettere in salvo la gente. Inutile spostarsi anche nei villaggi vicini: stesse scene di violenza ogni giorno. Il marito, che intanto si era unito all’esercito siriano libero, ogni tanto col buio riusciva a tornare a casa a stare un po’ con lei e coi figli Aya, 5 anni, Ilaf 3, Hassun 2 e Kutayba un anno; Siham rimase di nuovo in cinta.

Un pomeriggio di luglio, era Ramadan, la giovane madre era in casa a preparare il pasto per il tramonto; aveva uno strano sesto senso, una sensazione terribile che la faceva stare male. Così, quando i figli le chiesero il permesso di andare a giocare con i cuginetti a casa dello zio, in fondo alla strada, gli disse di no, che sarebbe stato meglio rimanere vicini, nel cortile. Siham avvertì a un certo punto il rumore dell’aereo; corse subito fuori, prendendo in braccio con sé Ilaf, che stava rientrando per bere dell’acqua. Non fece in tempo a varcare la porta d’ingresso che il peggio era già avvenuto. C’era una coltre spessa di fumo, non si vedeva nulla. A questo punto lo sguardo di Siham si riempie di lacrime. “Ho iniziato a gridare, Aya, Hassun, Kutayba, non vedevo nulla, nessuno rispondeva. Poi tra la polvere ho distinto qualcosa. Era Hassun, riverso a terra, ma il suo corpo era diviso in due. Ho cercato di prenderlo in braccio senza mai lasciare Ilaf, c’era tanto sangue, le gambe erano lontane, staccate, mi piegavo per prenderle, continuavo a gridare per chiamare Aya e Kutayba, correvo da una parte all’altra del cortile senza vederli, senza sapere cosa fare, disperata. La casa di fronte a noi  era stata distrutta completamente. Poi ho visto a terra da lontano i miei figli, che sono stati presi in braccio da alcuni soccorritori, che ci hanno portato subito all’ospedale da campo, prendendo Hassun dalle mie braccia. Anche Ilaf era rimasta ferita ad una gamba. Il punto di soccorso era pieno di gente, supplicavo di farmi entrare dai miei figli; una giovane infermiera mi ha portato Ilaf in braccio con una gamba fasciata; ho chiesto di Aya, Hassun e Kutayba. Non mi ha risposto. Ho chiesto se tutti e tre … e lei ha annuito con la testa”.

Caffè con i profughi sirianiNella tenda scende il silenzio, non sentiamo più nemmeno gli schiamazzi dei bambini che corrono nel piazzale polveroso; Siham singhiozza, ma anche Ilaf sta piangendo disperata. Il responsabile del campo di alza in lacrime e se ne va. Non riesce a trattenere le lacrime nemmeno il marito di Em Mahmoud, che si occupa della sicurezza del campo, né le vicine di tenda che sono lì ad ascoltare e non riesco a trattenermi nemmeno io, alla faccia del distacco professionale. Davanti ai miei occhi si materializza la scena: esco di casa e trovo i miei bimbi … la sola idea mi fa impazzire. Ya Allah, ya Allah, o Dio mio, sussurrano tutti. Una donna porge a Siham un bicchiere d’acqua; si calma un po’. “Sorella mia lo sai cosa mi fa più male? Che non ho potuto vederli, mi hanno detto che era meglio per me che me li ricordassi da vivi. Volevo dare loro l’ultima carezza, l’ultimo bacio. Anche al cimitero non sono riuscita a dire una sola parola. Di notte non dormo perché il senso di colpa mi uccide: se fossero andati a casa dello zio forse non sarebbe successo nulla”.

Prendo Ilaf in braccio, le asciugo il viso, le bacio la testa, le dico che è tutto finito e le chiedo come si chiama il fratellino. Mi risponde che si chiama Hassun; Siham lo stringe al petto: quando sono morti i miei figli ero incinta e da tre mesi è nato lui. Ho voluto dargli il nome del fratellino maggiore, così è come se fosse tornato in vita, mi dice Siham con lo sguardo che si riempie d’amore. Poi solleva un lenzuolo e tira fuori il telefonino: ci sono le foto dei suoi bimbi, scattate tre giorni prima della loro morte, mentre si provavano i vestitini per l’Eid, la festa di fine Ramadan. È stato l’unico momento in cui li hanno indossati. Il caffè nelle tazzine si è freddato; Siham mi dice di non berlo, che ne prepara un altro, ma le dico che lo preferisco così. Il dolore immenso che prova non ha cambiato la sua natura ospitale, accogliente, la sua dolcezza infinita. Em Mahmud mi chiede se vogliamo proseguire andando nelle altre tende, a incontrare altre donne, ad ascoltare le loro tragedie. Siham mi prega di restare ancora un po’ e mi dice che posso fotografare i suoi figli. Ilaf, che sulla gamba ha una cicatrice con otto punti, ha un visino dolce, ma un’espressione tristissima, un dolore che forse non potrà rimarginarsi. Ricorda tutto, e di notte, mi dice la madre, si sveglia spesso chiamando i fratellini. Il piccolo Hassun, invece, è il ritratto dell’innocenza. Non sa nulla di cosa è successo, non sa perché è nato in un campo profughi. È l’incarnazione della vita che è più forte della morte.

Neonati nei campi profughiSo già che quello che racconterò a parole non renderà mai l’idea di quello che è accaduto realmente, non come cronaca dei fatti, ma come sensazioni, emozioni, paura, dolore … Vorrei solo che i fabbricanti di armi di tutto il mondo guardassero un istante negli occhi questa donna e la sua bimba superstite e poi le foto dei suoi figli. La loro morte è il risultato finale del loro lavoro. Chi fabbrica armi, fabbrica strumenti per uccidere. Lasciamo da parte la politica e la diplomazia internazionale per rispetto di questi innocenti.

Quando si parla di bombardamenti spesso ci si sofferma sul numero di vittime e sulle proporzioni dei danni, sulla natura dell’ordigno e sulla sua provenienza, senza mai addentrarsi su cosa significhino nel dettaglio. Un aereo che vola, provocando un rumore talmente forte da arrivare a provocare danni irreversibili all’udito, un oggetto concepito e creato per distruggere che si frantuma in mille pezzi distruggendo tutto ciò che è nel suo potenziale raggio d’azione, con decine di vittime innocenti che perdono la vita o rimangono gravemente ferite. Dove sono i diritti umani?

 

 

 

Dall’altra parte del mare – Il corpo fermo, l’anima in elevazione

feriti siriani
(immagine di repertorio)

Arriviamo a Dar al shefà, al centro di riabilitazione intorno alle 10. Mi avevano spiegato che c’è un reparto femminile e uno maschile e che ho il permesso di entrare in entrambi. Decido di cominciare dal primo; devo entrare da sola, non sono ammessi uomini. Mentre stiamo per suonare sì avvicina una donna: “Sei di fuori, ti prego vieni da noi. Ci sono sei famiglie in un’unica casa, dormiamo per terra uno sopra l’altro, ci sono bambini malati, uno non ha più le dita, ci sono due anziani mezzi paralizzati. Abitiamo qui vicino”. Le prometto che quando finisco la seguo, lei mi tira per un braccio e la mia guida le dice che in quel momento ho da fare, poi mi sussurra di non fare promesse e di non seguire nessuno se sono sola… Al ritorno mi spiega che conoscono quella donna ed è già nel loro programma di aiuti. Ci apre Em Abdallah; il mio accompagnatore le raccomanda di non farmi uscire da sola e mi invita a mandargli un messaggio quando ho finito. Evidentemente quello della sicurezza è un aspetto che avevo sottovalutato e forse in quelle circostanze potrei “abboccare” facilmente. Superiamo il cancello in ferro su cui è arrampicata una rigogliosa vite ed entriamo.
Mi aspettavo di essere all’ingresso, di salire dal piano terra verso i piani superiori, così chiedo a Em Abdallah quante donne ci sono, ma prima ancora di finire la frase mi rendo conto che non c’è anticamera, siamo già in quello spazio che fa da accoglienza, sala e camerone, dove ci sono almeno una decina di letti. Un sospiro profondo è il mio saluto.
Mi presenta alle donne presenti come una giornalista italiana di genitori siriani. “Tfaddali ya binti” – accomodati figlia mia-, mi dice una donna sdraiata sulla pancia nel primo letto in fondo a destra. Vicino a lei, quasi attaccato, c’è una giovanissima che dorme. Mi siedono per terra di fronte alla donna, mi presento e le spiego perché sono lì, che voglio sentire le loro voci, raccontare le loro storie, farle ascoltare agli italiani e ai siriani d’Italia. Mi dà di nuovo il benvenuto con tanta dolcezza. Ha gli occhi neri, coperti da quel velo di tristezza che qui è diffuso ovunque. Sì chiama Medie, ha 43 anni ed è originaria di Kafar Zeta, in provincia di Hama. Con l’inizio dei bombardamenti sul villaggio la loro vita è cambiata inesorabilmente. Passavano più tempo al rifugio che in casa. Una mattina, mentre cercava di raggiungere il rifugio col marito e i tre figli, è stata colpita da un ordigno. È rimasta semi paralizzata. All’ospedale da campo hanno solo potuto medicarla; grazie ad alcuni volontari è stata portata in Turchia, all’ospedale di Gazientep dove è stata operata, e ora in questo centro le fanno fare riabilitazione. Mi racconta che con lei c’è la figlia di 13anni, mentre i due maschi di 14 e 15 sono rimasti col padre. Prima dei bombardamenti conducevano una vita modesta, col marito che faceva l’operaio e i figli che a scuola erano molto bravi. Sono più di due anni, purtroppo, che le scuole non ci sono più. Non disperiamo, Dio ha voluto così, siamo ancora vivi, qui ci aiutano, mi dice, mentre in Siria colpiscono pure i campi coltivati. Nonostante ciò, conclude, la gente resta e prega; la preghiera ci aiuta ad affrontare tutto.

Nel letto vicino c’è una donna che dorme; sulla sinistra c’è un’altra persona. Ha gli occhi di un azzurro intenso, credo abbia sui 50 anni e mi accorgo subito che ha la gamba sinistra paralizzata. Mi sorride, si strofina le mani imbarazzata e mi dice che non vuole parlare perché sono già venute tante persone, hanno fatto foto, hanno parlato con loro e sono sparite senza aiutarle. Immagino cosa provi. Comincia a parlare Em Abdallah, la stessa che mi ha aperto. Lei non è ricoverata, ma è lì per assistere il figlio che è dall’altra parte. Ad una ad una mi raccontano le loro storie, non prima di avermi offerto un dattero e un caffè arabo. Sono tutte dolci, gentili, pazienti. Mi chiedono del mio accento aleppino, dicendosi stupito del fatto che una persona nata all’estero parli così. Sorrido; da quando sono arrivata è la domanda più ricorrente. Dico che un regalo di mamma e papà. Quando ho ascoltato quasi tutte (racconterò le loro storie al mio ritorno se Dio vuole) Hind, la donna dagli occhi azzurri, mi sorride più volte. Il suo sguardo è velato di una profonda sofferenza, ma sento che ha voglia di aprirsi. Mi è entrata nel cuore, per quello strano meccanismo delle affinità elettive. Ricambio i suoi sorrisi, finché mi dice che mi racconterà la sua storia a due condizioni: che io non pianga e che le racconti prima la mia storia. Professionale o no, accetto. Io sono una di loro, sono le mie sorelle. Le dico che può chiedermi quello che le altre non mi hanno ancora chiesto: se sono sposata, se ho figli, fratelli, sorelle, quanti anni ho, se papà e mamma erano d’accordo sulla mia partenza. Hind mi chiede se amo il mio lavoro, quanto scrivo ogni giorno, se lo faccio di giorno o di notte e mi accorgo che quando rispondo le brillano gli occhi; mi chiede della città in cui vivo e le parlo con gioia di Ancona; mi chiede se gli italiani mi vogliono bene e le dico che sono la mia seconda famiglia. Sembra rasserenato. Mi prende la mano e comincia il suo racconto…
Ps: sto scrivendo con un solo dito sulla tastiera del mio tel, come corpo di mail che mando a mia sorella Amina. È lei che pubblica sul blog e condivide per conto mio.

Dall’altra parte del mare – Non prendere in braccio mia figlia

tra i profughi e gli sfollati Tra gli sfollati e i profughi – Zona di confine tra la Turchia e la Siria. Hatay è talmente addentra verso sud che ci sono zone della Siria più a Nord. La zona centrale è viva anche a notte fonda e lungo le rive dell’Oronte un’infinità di bar, pasticcerie e locali intrattengono la gente. Camminando per strada è facile sentire, oltre alle persone che parlano turco, anche chi parla arabo, con marcata inflessione siriana. Andando verso sud cambia completamente lo scenario: case piccole sparse qua e la e tante nuove costruzioni. La guida mi spiega che sono state realizzate con l’inizio della crisi in Siria: se prima un appartamento veniva affittato a 400 ryal, ora arriva a costarne anche 1000. È il business che sì lega indissolubilmente alle tragedie umanitarie. Chi non va nei campi profughi e può prendere una casa in affitto paga, facendo anche molti sacrifici. Chi, invece, è fuggito prima del grande esodo, ha trovato rifugio in alloggi vari. È notte fonda; in cielo un meraviglioso spicchio di luna illumina il paesaggio. Arrivati ad una rotatoria, un cartello mi manda in tachicardia: Halep, Aleppo. È la città delle mie origini, città che non ho mai visto. Chiedo quanto disti e mi dice che sono circa 60Km. “Quelle sono le montagne siriane, la periferia di Aleppo inizia lì”, mi spiega. Allungo una mano e con le dita posso accarezzare la mia amata città. Arriviamo a destinazione. Mi indica con la mano una catapecchia bassa con il tetto coperto da lastre di amianto arrugginite. Qui vive Em Khalid, domani sarà il tuo primo incontro.

Notte insonne, ma oltre a tutto ciò che serve per scrivere ho con me un libro. Accendono la lucina e inizio a leggere. Poi arriva Morfeo, che se ne va all’ alba al canto del muezzin.

Verso le otto sono in giro a far foto. “È arrivata la vedova di cui ti ho detto ieri”. “Non andiamo noi da lei?”- chiedo un po’ sorpresa. “Non possiamo. Ora capirai perché”. “Salam aleikom, sono Em Khalid”, mi dice. Ha una voce lieve e lo sguardo profondo. Avrà sì e no 38anni. Sì siede sulla sedia di fronte a me. Con le mani continua a tirar giù i lembi del suo velo. Inizia a parlare. Sembra emozionata come una bimba. Mi racconta che viveva a Hama ed è fuggita per mettere in salvo i suoi quattro figli. Hanno camminato per due giorni tra le montagne, poi lì hanno portati in Turchia alcuni giovani. Hanno dormito qualche giorno sotto il gazebo di un giardino, poi la donna ha trovato una vecchia catapecchia abbandonata e sì sono sistemati lì. Non hanno il bagno, non c’è acqua, non ci sono mobili, nulla. Convivono con ratti e scarafaggi. I suoi figli hanno preso la scabbia e ora hanno macchie sul corpo. Non ha soldi per tutte le medicine; fa pulizie per mantenere i figli, ma le basta appena per comprare da mangiare. I medici le hanno dato medicine anche gratuitamente, ma le hanno detto che se non cambia casa le cure sono inutili. La riaccompagno a casa; quando apre la “porta”, una lastra di amianto arrugginita come quelle sul tetto, esce una bimba di quattro anni. Ha gli occhi neri, due perle grandi e luminose. Mi guarda; poi alza le braccia verso me. Mi piego per prenderla in braccio ma la madre mi ferma. Non puoi prenderla in braccio, può contagiati. La piccola è lì davanti a me, ma non posso sfiorarla. La madre le dice di tornare dentro. Continuo a guardarla e lei guarda me, poi sparisce nel buio di quel rifugio impossibile.
Provo come una vertigine. Mi sento piccola. Mi sento inutile. Sento sulle spalle il peso dell’umanità che abbandona i suoi figli. Abbasso miseramente i miei occhiali scuri e vado verso l’auto. Mi aspettano al vicino centro di cura. Una parte di me è morta in quel mancato abbraccio.