Dall’altra parte del mare – Il corpo fermo, l’anima in elevazione

feriti siriani
(immagine di repertorio)

Arriviamo a Dar al shefà, al centro di riabilitazione intorno alle 10. Mi avevano spiegato che c’è un reparto femminile e uno maschile e che ho il permesso di entrare in entrambi. Decido di cominciare dal primo; devo entrare da sola, non sono ammessi uomini. Mentre stiamo per suonare sì avvicina una donna: “Sei di fuori, ti prego vieni da noi. Ci sono sei famiglie in un’unica casa, dormiamo per terra uno sopra l’altro, ci sono bambini malati, uno non ha più le dita, ci sono due anziani mezzi paralizzati. Abitiamo qui vicino”. Le prometto che quando finisco la seguo, lei mi tira per un braccio e la mia guida le dice che in quel momento ho da fare, poi mi sussurra di non fare promesse e di non seguire nessuno se sono sola… Al ritorno mi spiega che conoscono quella donna ed è già nel loro programma di aiuti. Ci apre Em Abdallah; il mio accompagnatore le raccomanda di non farmi uscire da sola e mi invita a mandargli un messaggio quando ho finito. Evidentemente quello della sicurezza è un aspetto che avevo sottovalutato e forse in quelle circostanze potrei “abboccare” facilmente. Superiamo il cancello in ferro su cui è arrampicata una rigogliosa vite ed entriamo.
Mi aspettavo di essere all’ingresso, di salire dal piano terra verso i piani superiori, così chiedo a Em Abdallah quante donne ci sono, ma prima ancora di finire la frase mi rendo conto che non c’è anticamera, siamo già in quello spazio che fa da accoglienza, sala e camerone, dove ci sono almeno una decina di letti. Un sospiro profondo è il mio saluto.
Mi presenta alle donne presenti come una giornalista italiana di genitori siriani. “Tfaddali ya binti” – accomodati figlia mia-, mi dice una donna sdraiata sulla pancia nel primo letto in fondo a destra. Vicino a lei, quasi attaccato, c’è una giovanissima che dorme. Mi siedono per terra di fronte alla donna, mi presento e le spiego perché sono lì, che voglio sentire le loro voci, raccontare le loro storie, farle ascoltare agli italiani e ai siriani d’Italia. Mi dà di nuovo il benvenuto con tanta dolcezza. Ha gli occhi neri, coperti da quel velo di tristezza che qui è diffuso ovunque. Sì chiama Medie, ha 43 anni ed è originaria di Kafar Zeta, in provincia di Hama. Con l’inizio dei bombardamenti sul villaggio la loro vita è cambiata inesorabilmente. Passavano più tempo al rifugio che in casa. Una mattina, mentre cercava di raggiungere il rifugio col marito e i tre figli, è stata colpita da un ordigno. È rimasta semi paralizzata. All’ospedale da campo hanno solo potuto medicarla; grazie ad alcuni volontari è stata portata in Turchia, all’ospedale di Gazientep dove è stata operata, e ora in questo centro le fanno fare riabilitazione. Mi racconta che con lei c’è la figlia di 13anni, mentre i due maschi di 14 e 15 sono rimasti col padre. Prima dei bombardamenti conducevano una vita modesta, col marito che faceva l’operaio e i figli che a scuola erano molto bravi. Sono più di due anni, purtroppo, che le scuole non ci sono più. Non disperiamo, Dio ha voluto così, siamo ancora vivi, qui ci aiutano, mi dice, mentre in Siria colpiscono pure i campi coltivati. Nonostante ciò, conclude, la gente resta e prega; la preghiera ci aiuta ad affrontare tutto.

Nel letto vicino c’è una donna che dorme; sulla sinistra c’è un’altra persona. Ha gli occhi di un azzurro intenso, credo abbia sui 50 anni e mi accorgo subito che ha la gamba sinistra paralizzata. Mi sorride, si strofina le mani imbarazzata e mi dice che non vuole parlare perché sono già venute tante persone, hanno fatto foto, hanno parlato con loro e sono sparite senza aiutarle. Immagino cosa provi. Comincia a parlare Em Abdallah, la stessa che mi ha aperto. Lei non è ricoverata, ma è lì per assistere il figlio che è dall’altra parte. Ad una ad una mi raccontano le loro storie, non prima di avermi offerto un dattero e un caffè arabo. Sono tutte dolci, gentili, pazienti. Mi chiedono del mio accento aleppino, dicendosi stupito del fatto che una persona nata all’estero parli così. Sorrido; da quando sono arrivata è la domanda più ricorrente. Dico che un regalo di mamma e papà. Quando ho ascoltato quasi tutte (racconterò le loro storie al mio ritorno se Dio vuole) Hind, la donna dagli occhi azzurri, mi sorride più volte. Il suo sguardo è velato di una profonda sofferenza, ma sento che ha voglia di aprirsi. Mi è entrata nel cuore, per quello strano meccanismo delle affinità elettive. Ricambio i suoi sorrisi, finché mi dice che mi racconterà la sua storia a due condizioni: che io non pianga e che le racconti prima la mia storia. Professionale o no, accetto. Io sono una di loro, sono le mie sorelle. Le dico che può chiedermi quello che le altre non mi hanno ancora chiesto: se sono sposata, se ho figli, fratelli, sorelle, quanti anni ho, se papà e mamma erano d’accordo sulla mia partenza. Hind mi chiede se amo il mio lavoro, quanto scrivo ogni giorno, se lo faccio di giorno o di notte e mi accorgo che quando rispondo le brillano gli occhi; mi chiede della città in cui vivo e le parlo con gioia di Ancona; mi chiede se gli italiani mi vogliono bene e le dico che sono la mia seconda famiglia. Sembra rasserenato. Mi prende la mano e comincia il suo racconto…
Ps: sto scrivendo con un solo dito sulla tastiera del mio tel, come corpo di mail che mando a mia sorella Amina. È lei che pubblica sul blog e condivide per conto mio.

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