Dying in Detention: come si muore nelle prigioni per migranti degli Stati Uniti – report di PHR

Tra il 20 gennaio 2025 e il 4 giugno 2026, cinquantadue persone hanno perso la vita sotto la custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). È un numero che non ha precedenti negli ultimi vent’anni e che segna un punto di rottura nella storia recente della detenzione migratoria americana. Secondo il nuovo rapporto di Human Rights Watch e Physicians for Human Rights, la mortalità è più che raddoppiata rispetto al primo mandato di Donald Trump e quasi quadruplicata rispetto all’amministrazione Biden. Il tasso attuale – 8,4 morti ogni 10.000 detenuti – supera persino il picco registrato durante la pandemia di Covid-19.
Il contesto in cui questi decessi avvengono è quello di una detenzione amministrativa sempre più estesa e sempre meno controllata. A gennaio 2026, oltre 71.000 persone erano rinchiuse in centri ICE, un record storico. Ma l’aumento dei decessi non è proporzionale all’aumento della popolazione detenuta: la mortalità cresce in modo più rapido, più violento, più ingiustificabile. È il segnale di un sistema che non solo si espande, ma si deteriora. Il rapporto denuncia una violazione sistematica delle stesse regole ICE sulla trasparenza. Le notifiche di morte dovrebbero essere pubblicate entro 48 ore, i rapporti completi entro 30 giorni. In realtà, molti documenti arrivano con mesi di ritardo, alcuni persino dopo un anno. La scarsità di informazioni cliniche impedisce valutazioni indipendenti e lascia le famiglie in un limbo di dolore e sospetto.

Physicians for Human Rights ha analizzato 39 dei 52 decessi, quelli per cui esiste documentazione clinica. In molti casi, la morte appare probabilmente evitabile. Le dinamiche ricorrenti sono quelle di un sistema sanitario interno che non funziona: sintomi respiratori gravi ignorati fino al collasso, ipertensione non monitorata, sepsi non riconosciuta, contraddizioni nelle indicazioni cliniche, ritardi nell’avvio della rianimazione cardiopolmonare. Tra gennaio 2025 e gennaio 2026, 7 persone si sono tolte la vita in detenzione ICE, contro un solo caso nel 2024. In un contesto custodiale, dove lo Stato controlla ogni variabile dell’ambiente, un simile aumento indica una grave mancanza di prevenzione, monitoraggio e assistenza psicologica. È un segnale di sofferenza estrema, ma anche di abbandono istituzionale.

Il rapporto documenta condizioni strutturali che aggravano il rischio di morte: celle sovraffollate e insalubri, carenza cronica di personale sanitario qualificato, ritardi nell’accesso alle cure specialistiche, uso esteso dell’isolamento anche per persone con disturbi mentali. In molti casi, nelle due settimane precedenti la morte, la popolazione delle strutture era dal 150% al 300% superiore alla media storica. Il sovraffollamento non è un dettaglio: è un fattore di rischio diretto.
Dal marzo 2025, l’amministrazione Trump ha smantellato tre uffici di supervisione del Dipartimento per la Sicurezza Interna, tra cui l’Office for Civil Rights and Civil Liberties e l’Office of the Immigration Detention Ombudsman. Erano organismi incaricati di monitorare abusi, condizioni di detenzione e morti in custodia. La loro eliminazione ha tolto uno dei pochi strumenti di accountability esistenti.
Un elemento critico riguarda l’interruzione del sistema di pagamento delle cure mediche esterne. Nell’ottobre 2025, il Dipartimento dei Veterans Affairs ha interrotto il contratto che per vent’anni aveva garantito la gestione dei rimborsi per cure specialistiche. Il nuovo appaltatore, Acentra Health, non ha mai avviato il servizio. Ciò significa che per mesi le strutture ICE non hanno avuto un sistema funzionante per autorizzare e pagare cure salvavita. Il rapporto conclude che gli Stati Uniti stanno violando il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione contro la tortura, le Mandela Rules e gli stessi standard ICE. La detenzione amministrativa, così come viene praticata oggi, non è solo inefficiente: è incompatibile con gli obblighi internazionali degli Stati Uniti. In un Paese fondato sulle migrazioni e l’occupazione di terre sottratte con la violenza alle popolazioni indigene, questo trattamento destinato alle persone migranti appare ancora più assurdo e ingiusto.