Le porte delle carceri rischiano di diventare, ancora una volta, il vero termometro del destino siriano. Al di là dei grandi proclami sulla libertà di espressione e sulle conquiste dell’era post-regime, le recenti ondate di arresti che hanno colpito la società civile sollevano un interrogativo inquietante: con quanta facilità la libertà può essere nuovamente sottratta con il pretesto di un ordine di detenzione?
Il caso di Hassan Akkad, scrittore, regista e attivista pluripremiato e amato anche all’estero, cittadino siriano naturalizzato britannico, che è stato prelevato pochi giorni fa da un ristorante nel quartiere Malki di Damasco, è la punta dell’iceberg di una tendenza che preoccupa attivisti e osservatori internazionali. Akkad, voce nota per le sue campagne online a favore della trasparenza, era finito nel mirino dopo aver lanciato l’iconico slogan “Fuori i soldi che dovete”, una mobilitazione digitale mirata a chiedere il rispetto delle promesse finanziarie fatte da figure influenti per la ricostruzione del Paese.
A far scattare materialmente l’intervento delle forze dell’ordine è stata la denuncia formale presentata dal noto giornalista e conduttore siriano Mousa al-Omar, anch’esso stimato e seguito. Nei video pubblicati a maggio, Akkad aveva accusato direttamente al-Omar di non aver onorato una promessa di donazione da diecimila dollari destinata al governatorato di Homs. La reazione del giornalista non si è fatta attendere: prima della detenzione dell’attivista, al-Omar si era difeso pubblicamente in un video affermando che la libertà di opinione nella nuova Siria tocca vette altissime ma non deve tradursi in insulti o diffamazione. Sostenendo che il novantotto per cento dei donatori è onesto e rispetta gli impegni nei tempi dovuti, al-Omar ha rivendicato il diritto di ricorrere alle vie legali previste dallo Stato di diritto contro quella che ha definito “una campagna ingiusta e diffamatoria”. Successivamente all’arresto, lo stesso giornalista ha comunque espresso rammarico per la piega presa dagli eventi, dichiarando di aver dato mandato al proprio legale di ritirare la denuncia e ribadendo di aver regolarmente versato centinaia di migliaia di dollari in progetti e aiuti.
Nonostante il passo indietro del querelante, la macchina giudiziaria non si è fermata, svelando le fragilità del sistema post-transizione. Pochi giorni prima dell’arresto di Akkad, una sorte simile era toccata a Ibrahim Sheikh al-Shabab e Yasser Abbas, ingegneri colpevoli soltanto di essersi fatti portavoce delle famiglie colpite dalle espropriazioni edilizie legate al controverso Decreto 66 (ne scriverò a parte) nelle zone di Marota e Basilia City. Il meccanismo emerso in queste settimane delinea uno schema fin troppo familiare, in cui la detenzione precede il processo e la formulazione di un reale reato diventa un dettaglio opzionale. Chi ha potuto esaminare i documenti legali, tra giuristi e avvocati indipendenti siriani, ha rapidamente smontato l’impalcatura formale delle accuse, che continuano a fare leva sulla severa Legge sui crimini informatici del 2022 ereditata dal vecchio regime, affiancandola al Codice penale e alla Legge sulle manifestazioni del 2011.
Mohammad Al-Abdallah (direttore dello Syrian Justice and Accountability Center) ha definito l’arresto un passo preoccupante, evidenziando come l’accusa si basi ancora sulla legge sui crimini informatici del 2012 (modificata nel 2022) varata sotto il regime di Assad. Anche l’accademico Abdul Rahman Al-Haj ha espresso timori per le libertà pubbliche. Altri attivisti e produttori (come Thair Wali) hanno sostenuto la legittimità della denuncia, considerandola una normale azione legale a tutela della reputazione personale. Tamer Turkmani, responsabile della piattaforma Syrian Revolution Archive, ha rivelato di aver tentato una mediazione tra le parti, che però è fallita.
“Negli atti giudiziari non si trova traccia di armi o complotti, ma solo post su Facebook, messaggi in gruppi WhatsApp e appelli pacifici rivolti ai residenti per organizzarsi e richiedere i risarcimenti dovuti per la perdita delle proprie case. Si tratta di pura e semplice attività civica legata al diritto all’abitazione”. Per questo motivo, più di cento organizzazioni siriane per i diritti umani e la giustizia hanno definito queste detenzioni come arbitrarie, denunciando l’uso strumentale di disposizioni legali vaghe per criminalizzare il dissenso pacifico.
Questa vicenda, purtroppo, non può essere archiviata come un errore isolato; le carceri che si erano svuotate nei giorni immediatamente successivi alla caduta di Bashar al-Assad, nel dicembre del 2024, stanno ricominciando a riempirsi, anche di persone arrestate per reati d’opinione. Una realtà che i siriani non avrebbero mai più voluto vedere. I dati raccolti dal Syrian Network for Human Rights confermano la sistematicità del fenomeno, registrando centinaia di arresti eseguiti nei primi mesi del 2026, spesso in totale assenza di accuse formali o di una documentazione trasparente, lasciando che il ritorno della paura immobilizzi il resto della popolazione.
Se Akkad è stato perseguito per la forza delle sue parole, Abbas e Sheikh al-Shabab sono stati puniti per aver osato affermare che la pianificazione urbana delle nuove autorità non era un processo neutrale, ma una vera e propria espropriazione. Nel momento in cui la critica a un governatorato viene equiparata alla diffamazione, il processo penale smette di essere una garanzia per il cittadino. La gestione di questa crisi rappresenta una priorità assoluta per il cambiamento della Siria, poiché tocca la promessa fondamentale della transizione.
La difesa del diritto alla libertà d’espressione e di stampa, senza il rischio di essere imprigionati, oltretutto senza un giusto processo, non è una questione marginale, ma il confine esatto che separa uno Stato che afferma di voler provare a riparare i danni del passato, da uno che si limita a riprodurli. Per avviare una reale ricostruzione del Paese non si può partire mettendo a tacere chi chiede trasparenza. Esistono strumenti legali civili per difendere la propria reputazione in caso di diffamazione e il ricorso al carcere non deve essere più annoverato tra questi. Migliaia di siriani hanno dato la vita per le propria libertà e l’attuale scenario è un tradimento e un’offesa al loro sacrificio.
La versione del tribunale di Damasco
Secondo quanto riferito dal sito indipendente Enab Baladi, il Tribunale di Damasco ha diffuso un video in cui il Procuratore Generale, Hossam Khattab, ricostruisce l’arresto dell’attivista e regista siriano Hassan Akkad. Khattab spiega che il 3 giugno il cittadino Moussa al‑Omar ha presentato una denuncia per diffamazione e calunnia online contro Akkad. La Procura specializzata in crimini informatici ha esaminato la denuncia e l’ha trasferita all’Unità per i Crimini Informatici, che ha ascoltato il querelante tramite il suo avvocato e ha convocato più volte Akkad, senza che questi si presentasse.
Sulla base della relazione preliminare, riferisce sempre Enab Baladi, il 9 giugno la Procura ha emesso un mandato di arresto. Il 17 giugno Akkad è stato individuato in un quartiere di Damasco e una pattuglia dell’Unità lo ha portato al Dipartimento Investigativo Criminale per interrogarlo. Un controllo ha rivelato anche altre citazioni pendenti per accuse simili di diffamazione online. Secondo il comunicato, Akkad è attualmente trattenuto al Dipartimento Investigativo Criminale e iresta in attesa della conclusione dell’indagine preliminare e del suo rinvio al tribunale competente.
#freeHassanAkkad


Devi effettuare l'accesso per postare un commento.