I diciotto anni di un figlio

madre-e-figlio-a18903122Il primo sogno è prendere la patente e andare in giro da solo, senza dover aspettare che qualcuno lo accompagni o un autobus che in un paesino di provincia non passa mai.  L’auto piena di amici, la musica preferita ad alto volume, il mondo da esplorare. Poi ci sono i documenti da poter firmare da solo e quel senso piacevole di indipendenza e responsabilità che fa sentire “grandi”. Diciotto anni è anche l’età del voto, della piena partecipazione alla vita pubblica, sociale e politica del Paese. Un bel Paese, anzi, il Bel Paese, l’Italia, dove diventare maggiorenni significa entrare nel mondo degli adulti, con tutte le responsabilità che ciò comporta. Anche la cartolina per il richiamo alle armi non arriva più. Ci si arruola solo se si vuole.

Per ogni genitore questo momento della vita di un figlio è un misto di emozione, incredulità, commozione. Ai nostri occhi saranno sempre i cuccioli di casa, ma ormai le gambe molto più lunghe delle nostre e le mani diventate grandi ci raccontano che anche i cuccioli crescono e non vedono l’ora di prendere il volo. E a noi non resta che incoraggiarli e sostenerli, affinché diventino adulti consapevoli, corretti, propositivi.

Mi chiedo come sarebbero andate le cose, invece, se io e i miei due figli fossimo nati in Siria. La lettera per il richiamo alle armi sarebbe arrivata ormai da mesi; la leva sarebbe durata almeno tre anni e il clima in caserma sarebbe stato quello ostile e minaccioso di un regime. Non è difficile immaginarsi cosa provino le famiglie siriane che in questi ultimi, terribili, cinque anni hanno visto i propri figli maschi avvicinarsi alla maggiore età. L’idea di vederli allontanare da casa per andare a combattere una guerra fratricida è diventata un incubo per tutti. Molti hanno deciso di farli fuggire, di mandarli all’estero per sottrarli alla minaccia delle armi. Altri hanno assistito all’arruolamento volontario dei figli ancor prima che arrivasse l’età prevista. Schierati con il regime o con gli insorti, a volte finiti persino nelle fila di gruppi terroristici, che fanno leva sul loro dolore, sul loro senso d impotenza, sul loro bisogno di giustizia e ne manipolano le menti e i cuori feriti. Ne ho incontrati di giovani così, che si sono fatti ingannare da questi criminali in abiti religiosi e che, quando si sono accorti delle loro reali intenzioni, del loro odio cieco e smisurato, della loro sete di potere e denaro che li spinge persino a strumentalizzare e bestemmiare il nome di Dio, hanno deciso di prenderne le distanze. Molti hanno pagato con la vita, altri, come quelli che ho conosciuto, sono stati volontariamente colpiti alla spina dorsale e sono rimasti completamente paralizzati. Il dolore è scritto nei loro occhi, nei loro sguardi fissi su immagini di violenza inaudita.

Avere diciotto anni in Siria e indossare la divisa del regime significa prepararsi a bombardare la propria città, essere pronti a uccidere un compagno di studi o di gioco perché schierato dalla parte degli oppositori. Significa onorare il culto della persona in nome del presidente, il dio della Siria, Bashar Al As’Ad e giurargli fedeltà eterna.

Diventare maggiorenni ed essere nelle fila dei ribelli, invece, significa vivere nella clandestinità, non avere esperienza, buttarsi nelle trincee o pattugliare posti di blocco con armi rudimentali, essere pronti a sparare e uccidere militari in divisa che possono essere i propri fratelli o amici, ma farlo con l’intenzione di proteggere i civili e portare la Siria alla liberazione dal regime e dai gruppi terroristici.

Non è bello essere giovani in Siria, così come non è bello essere bambini, essere donne, essere anziani. Il Paese sta morendo sotto la violenza degli ordigni e sotto il peso dello stallo della comunità internazionale, che sta giocando in Siria una partita per il controllo del territorio. Lo sta facendo sulla pelle dei civili e anche di quei giovani costretti alle armi, perché, ne sono certa, tutti preferirebbero pensare alla patente, al divertimento, a marinare la scuola, a conoscere ragazze carine… a vivere, semplicemente.

 

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