Questo è un articolo che ricostruisce gli accadimenti. Presto un articolo di analisi
Fonti: Enab Baladi, Zaman Alwasl, The New Arab, Al Jazeera, Al Monitor, HRW, SNHR
Un anno di negoziati, dieci giorni di svolta
Negli ultimi dodici mesi la questione curda in Siria è passata da un fragile equilibrio di coesistenza armata a un processo forzato di integrazione nelle istituzioni del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al‑Sharaa. La fase più acuta di questo passaggio si è consumata negli ultimi dieci giorni, con avanzate militari fulminee dell’esercito siriano nelle aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF) e la firma di un accordo di cessate il fuoco e integrazione che ridisegna la mappa politica e militare del nord‑est siriano.
Contesto politico: dalla caduta di Assad all’accordo del 10 marzo
La caduta del regime di Bashar al‑Assad nel dicembre 2024 ha aperto una fase di transizione dominata da una nuova leadership islamista guidata da Ahmed al‑Sharaa (ex leader di HTS), che ha posto come priorità la “riunificazione” del territorio siriano e l’integrazione di tutte le forze armate, inclusa la SDF, nell’esercito nazionale.
Il 10 marzo 2025 viene firmato un accordo quadro tra la presidenza siriana e la SDF per integrare le forze curdo‑guidate e l’amministrazione autonoma del Nord‑Est (AANES/Rojava) nelle istituzioni statali entro la fine del 2025, riaffermando “l’unità territoriale della Siria” e rifiutando qualsiasi tentativo di divisione. Secondo Zaman al‑Wasl, l’intesa prevedeva l’inserimento dei combattenti SDF nell’esercito, l’uscita dei foreign fighters legati al PKK dal territorio siriano e la piena integrazione delle istituzioni di Rojava nello Stato, con comitati congiunti per attuare le misure e facilitare il ritorno dei rifugiati nelle aree di origine.
Tuttavia, le divergenze sulla decentralizzazione, sul grado di autonomia amministrativa e sul controllo delle risorse (petrolio, gas, dighe, confini) hanno rallentato l’attuazione dell’accordo, lasciando il dossier “in stallo” per mesi, mentre Damasco, Ankara e Washington continuavano a usare la “questione SDF” come leva nei propri equilibri regionali.
L’ultimo anno: tra pressioni di integrazione e timori curdi
Nel corso del 2025, il governo di Damasco ha intensificato la pressione politica e diplomatica sulla SDF, insistendo sulla piena integrazione nelle istituzioni statali e sulla fine di qualsiasi struttura parallela di sicurezza e governance. Un alto funzionario del ministero degli Esteri, intervistato da Zaman al‑Wasl, ha dichiarato che l’obiettivo è “implementare l’accordo entro la fine dell’anno” e che si punta sulle “voci razionali all’interno della SDF” per portare avanti il processo, riconoscendo al contempo il radicamento storico dei curdi in Siria e la necessità di affrontare le loro rivendicazioni “politicamente, non creando strutture alternative”.
Parallelamente, la leadership curda ha cercato di rafforzare la propria posizione negoziale. In un’analisi sul 2026 come “anno dell’unità curda”, Mazloum Abdi ha insistito sul fatto che parlare di “fine della SDF e del progetto di Rojava” è “non accurato”, sostenendo che la fase successiva dovrebbe consolidare i diritti curdi e i loro territori all’interno della Costituzione siriana, evocando persino l’idea di una “confederazione nazionale curda” tra Siria, Turchia, Iraq e Iran.
The New Arab ha evidenziato come, già a inizio 2025, molti curdi guardassero con cautela al “nuovo ordine” a Damasco: da un lato le dichiarazioni di al‑Sharaa che definiva i curdi “parte integrante della società siriana” e prometteva l’inclusione delle forze curde nel ministero della Difesa; dall’altro, il timore che la nuova leadership, con un passato di conflitto armato, potesse privilegiare la forza rispetto al dialogo, mantenendo sottile la linea tra pace e guerra.
Vedi anche Siria: la resa dei conti tra “curdi” e Al-Sharaa, all’ombra di Trump di Francesco Petronella
La svolta di gennaio 2026: avanzata militare e cessate il fuoco
Negli ultimi dieci giorni la situazione è precipitata. Tra il 18 e il 21 gennaio 2026, l’esercito siriano, sostenuto da milizie tribali arabe locali, ha lanciato una rapida offensiva nelle aree controllate dalla SDF nel nord‑est, conquistando Raqqa, Deir ez‑Zor e posizioni strategiche come Tabqa, la diga sull’Eufrate e il giacimento petrolifero di al‑Omar, il più grande del Paese.
Secondo Al Jazeera e Al‑Monitor, le forze governative hanno approfittato di un’ondata di sollevazioni tribali contro il governo SDF in aree a maggioranza araba, “giocando molto bene” la carta delle reti tribali per indebolire la legittimità curda e ridurre drasticamente la leva negoziale della SDF. Un analista citato da Al Jazeera ha definito l’operazione “una offensiva limitata ma politicamente decisiva”, che ha trasformato in pochi giorni un decennio di controllo curdo in una perdita di circa “due terzi” dei territori detenuti dalla SDF.
Il 18 gennaio 2026, sotto la pressione militare e con scontri in corso a Raqqa, il presidente al‑Sharaa annuncia un accordo in 14 punti con Mazloum Abdi, che prevede: un cessate il fuoco “immediato e comprensivo” su tutti i fronti; il ritiro di tutte le unità SDF a est dell’Eufrate; la consegna immediata delle province di Raqqa e Deir ez‑Zor all’amministrazione e al controllo militare del governo; l’integrazione delle forze SDF e delle strutture di sicurezza nei ministeri della Difesa e dell’Interno; il trasferimento alla responsabilità statale dei prigionieri dell’ISIS e delle loro famiglie detenuti in carceri e campi curdi.
Enab Baladi e The New Arab hanno pubblicato il testo e i punti chiave dell’accordo: oltre alla consegna di Raqqa e Deir ez‑Zor, è prevista l’integrazione delle istituzioni civili di al‑Hasaka nelle strutture statali, il controllo governativo su valichi di frontiera e giacimenti di petrolio e gas, la nomina di un governatore di al‑Hasaka come garanzia di “partecipazione politica e rappresentanza locale”, e la creazione di una forza di sicurezza locale ad Ayn al‑Arab/Kobane, con presenza militare pesante ridotta ma subordinazione amministrativa al ministero dell’Interno.
Detenuti dell’ISIS, campi e rischio di fuga
Uno dei dossier più sensibili riguarda i detenuti dell’ISIS e le loro famiglie. Per anni la SDF, con il sostegno della coalizione a guida USA, ha gestito migliaia di sospetti jihadisti e decine di migliaia di donne e bambini in carceri e campi nel nord‑est, tra cui il campo di al‑Hol, che a dicembre ospitava oltre 24.000 persone (circa 15.000 siriani, 3.500 iracheni e 6.200 stranieri).
Con l’avanzata dell’esercito siriano e il ritiro delle forze curde per difendere le città, il governo ha preso il controllo di al‑Hol, mentre la sorte di migliaia di detenuti resta incerta. Un funzionario di sicurezza occidentale, citato da Al‑Monitor, ha avvertito che la situazione “si sta evolvendo molto rapidamente” e che “non si possono escludere fughe”, definendo i campi e le prigioni “serbatoi di radicalizzazione” che, se svuotati, potrebbero trasformarsi in una “minaccia grave”.
Nel frattempo, il ministero dell’Interno siriano ha accusato la SDF di aver “rilasciato” detenuti dell’ISIS dalla prigione di al‑Shaddadi come forma di “ricatto politico e di sicurezza”, mentre la SDF sostiene di aver perso il controllo del carcere dopo un attacco di combattenti tribali affiliati all’esercito. Il ministero afferma di aver ricatturato 130 dei 200 evasi, ma il rischio di ulteriori fughe resta elevato.
Diritti umani, violazioni e responsabilità
Sul piano dei diritti umani, la transizione non ha ancora segnato una rottura netta con il passato. Human Rights Watch, nel suo World Report 2025, ha sottolineato che la caduta del governo Assad offre “una possibilità di porre fine al ciclo di repressione e abusi”, ma ha ricordato che oltre il 90% dei siriani viveva sotto la soglia di povertà nel 2024, con 12,9 milioni di persone in insicurezza alimentare e almeno 16,7 milioni bisognosi di assistenza umanitaria, mentre i finanziamenti internazionali calavano ai minimi storici.
Nel gennaio 2026, HRW ha pubblicato un rapporto sugli scontri del luglio 2025 a Suwayda, documentando gravi violazioni da parte delle forze governative e di gruppi armati drusi e beduini, tra cui uccisioni sommarie, abusi sulla dignità personale, rapimenti e sfollamenti di massa (fino a 187.000 persone). L’organizzazione ha chiesto alle autorità siriane di dimostrare di essere “un governo per tutti i siriani” perseguendo la responsabilità per le atrocità “al più alto livello”.
La Syrian Network for Human Rights (SNHR) continua a documentare violazioni anche nelle aree controllate dalla SDF. In una dichiarazione del febbraio 2025, SNHR ha denunciato arresti arbitrari e sparizioni forzate di civili (inclusi minori) a Hasaka e Raqqa, colpevoli di aver rimosso bandiere e simboli SDF sostituendoli con la bandiera della rivoluzione siriana durante le celebrazioni per la caduta di Assad. L’organizzazione ricorda che, in base al diritto internazionale, le detenzioni arbitrarie e i maltrattamenti costituiscono gravi violazioni, e chiede la fine immediata di tali pratiche.
SNHR ha inoltre segnalato, nel gennaio 2026, uccisioni di civili durante raid condotti da forze affiliate alla SDF e la demolizione di infrastrutture (come ponti a Raqqa), definendole violazioni flagranti del diritto umanitario e sottolineando la necessità di un meccanismo di giustizia transizionale che includa tutte le parti in conflitto.
Decreti sui diritti curdi e timori di assimilazione
Sul piano politico‑simbolico, il 16 gennaio 2026 il presidente al‑Sharaa ha emesso un decreto definito “storico” sui diritti dei curdi: per la prima volta dal 1946, il governo centrale riconosce formalmente la minoranza curda come “parte integrante della nazione”, restituisce la cittadinanza ai curdi resi apolidi dal censimento del 1962, riconosce il curdo come “lingua nazionale” insegnabile nelle scuole pubbliche delle aree a maggioranza curda e istituisce il Newroz (21 marzo) come festa nazionale.
In un discorso televisivo, al‑Sharaa ha presentato il decreto come passo verso “una Siria unita e pluralista”, invitando i curdi a integrarsi nel nuovo Stato piuttosto che perseguire progetti separatisti. Tuttavia, questo “carrot” politico è arrivato in parallelo a un intervento militare: scontri intensi ad Aleppo e nel nord‑est tra esercito e SDF, e una progressiva riduzione dello spazio di autonomia curda, con la richiesta che i combattenti SDF vengano assorbiti come individui nelle forze armate, senza mantenere unità curde distinte.
Molti analisti, citati da The New Arab e da altre testate, sottolineano che i curdi temono una “assimilazione senza garanzie”, in cui il riconoscimento linguistico e simbolico non sia accompagnato da reali meccanismi di condivisione del potere, tutela delle istituzioni locali e protezione dalle pressioni turche, che continuano a rifiutare qualsiasi forma di entità curda autonoma lungo il proprio confine.
Reazioni internazionali e prospettive
Sul fronte internazionale, la svolta degli ultimi giorni ha prodotto reazioni miste. Secondo Al Jazeera e Al‑Monitor, funzionari statunitensi, storicamente alleati della SDF nella lotta contro l’ISIS, hanno espresso sostegno al governo di al‑Sharaa dopo le recenti avanzate, definendo l’accordo con i curdi un “punto di svolta” e un passo verso la stabilizzazione e la riunificazione del Paese, pur mantenendo la preoccupazione per il destino dei detenuti dell’ISIS e per il rispetto dei diritti delle minoranze.
La Turchia continua a vedere la SDF come un’estensione del PKK e insiste perché qualsiasi integrazione avvenga solo dopo la separazione dalle “componenti terroristiche” e l’abbandono di ogni discorso autonomista o federalista, ribadendo il principio di “uno Stato, un esercito”. Ankara chiede una road map chiara e un calendario vincolante per il completamento del processo di integrazione, opponendosi a qualsiasi struttura di sicurezza parallela nelle aree curde. Organizzazioni per i diritti umani, come HRW e SNHR, insistono sulla necessità che la nuova Siria non ripeta i modelli di impunità del passato: chiedono la preservazione delle prove dei crimini commessi dal regime Assad, ma anche l’indagine sulle violazioni commesse da tutte le parti, inclusi SDF, milizie tribali, SNA sostenuto dalla Turchia e le stesse forze governative post‑Assad.
Conclusione: un equilibrio fragile
Oggi, a fine gennaio 2026, la questione curda in Siria si trova su un crinale sottile: da un lato, un accordo che promette integrazione, riconoscimento linguistico e partecipazione politica; dall’altro, una realtà militare in cui la SDF ha perso gran parte dei territori e delle risorse che le garantivano autonomia e potere negoziale. Le prossime settimane saranno decisive per capire se il cessate il fuoco reggerà, se l’integrazione avverrà in modo inclusivo o punitivo.