Omar e Salman, un appello per le voci di pace dell’Iraq

Da settimane centinaia di giovani iracheni scendono in piazza contro la corruzione, per chiedere riforme, diritti umani, un cambiamento profondo nella politica. I loro volti pieni di speranze, i loro sogni, i loro progetti ricordano molto quelli dei giovani che nel 2011 hanno animato le piazze siriane. Anche in Iraq la risposta del governo è una sanguinosa repressione, che è già costata la vita a oltre 450 persone. Le colleghe Sara Manisera  e Arianna Pagani sono da poco tornate dal loro ultimo viaggio nel Paese mediorientale. Sono state in quelle piazze, con quei giovani e li hanno intervistati, raccontando le loro storie in diversi reportage. Tra i protagonisti delle loro interviste due giovani attivisti, di cui si sono perse le tracce da giorni. Diario di Siria si unisce all’appello per la loro liberazione. Ecco cosa mi ha raccontato Sara.
Omar Kadhem Al Ameri e Salman Khairallah, due nomi, due giovani, due simboli dell’Iraq di oggi: chi sono e cosa rappresentano?
Omar e Salman sono due giovani iracheni, due cittadini impegnati nella società civile, il primo è un difensore dei diritti umani, il secondo un ambientalista esperto di acqua, di tigri ed Eufrate. Sono due giovani che credono che un altro Iraq sia possibile.
Qual è la situazione che hai trovato in Iraq durante il tuo ultimo viaggio?
Ho visto una generazione di giovanissimi con il cellulare in una mano e la bandiera irachena dall’altra, uniti, senza divisione confessionali o etniche per chiedere diritti. Ho visto una piazza pacifica e colorata. Ho visto gli iracheni riappropriarsi degli spazi pubblici. Ho visto un popolo unito in piazza per i diritti.
Come è cambiato il Paese rispetto alla prima volta che lo hai visitato?
L’Iraq non è cambiato negli ultimi anni. Bisogna ricordare che l’Iraq e un paese che ha subito conflitti e interferenze straniere negli ultimi 30 anni. Solo dal 2003 l’Iraq ha subito l’invasione americana, la guerra su base settaria, l’instaurarsi di Daesh.
Ma al tempo stesso e nata una generazione che respinge l’odio settario E che vuole costruire un altro Iraq.
Nei tuoi viaggi sei spesso circondata da giovani come te: cosa hanno di diverso rispetto ai giovani italiani?
Non hanno niente di diverso i coetanei in Iraq. Forse sono molto più consapevoli di ciò che avviene nel mondo. La grande differenza è il passaporto. Un giovane iracheno che vuole viaggiare ha una grande difficoltà.
Perché, secondo te, da questa parte del Mediterraneo continua ad arrivare un’immagine tanto stereotipata rispetto ai popoli del Medio Oriente?
L’immagine è stereotipata perché la narrazione e sempre la stessa: conflitto e guerra. Raramente si raccontano le esperienze della società civile, i giovani, come vive la popolazione, la cultura o l’arte. Si appiattisce la narrazione e si porta avanti uno stereotipo. E questo fa sì che si creino polarizzazioni e divisioni.
Lanciamo un appello per Omar e Salman
 #الحرية_لسلمان_وعمر
#نريدـولدنا
#WITH_IRAQIS
#FreeOmarandSalman
Le anime più pacifiche della piazza non devono e non possono essere silenziate. Abbiamo bisogno di una coalizione internazionale per difendere questi giovani pacifici che credono che un altro Iraq sia possibile.

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