Finanziamento del terrorismo in Siria: storica condanna contro l’azienda francese Lafarge

Il 13 aprile 2026 la Corte penale di Parigi ha pronunciato una delle sentenze più significative nella storia giudiziaria francese recente, riconoscendo la multinazionale Lafarge colpevole di aver finanziato il gruppo Stato islamico e altre organizzazioni jihadiste in Siria tra il 2013 e il 2014. La decisione, attesa da anni, arriva al termine di un procedimento complesso che ha intrecciato geopolitica, interessi economici e responsabilità penali di un gigante industriale europeo.

Secondo la ricostruzione dei giudici, confermata da più fonti francesi, tra cui Le Parisien e 20 Minutes, la filiale siriana “Lafarge Cement Syria” avrebbe versato complessivamente tra 4,7 e 5,6 milioni di euro a tre diverse organizzazioni jihadiste, tra cui lo Stato islamico, per garantire la continuità operativa del cementificio di Jalabiya, un impianto costato 680 milioni di dollari e inaugurato nel 2010, un anno prima dell’inizio della guerra civile siriana. La presidente del tribunale, Isabelle Prévost-Desprez, ha definito questo sistema di pagamenti “essenziale” per permettere allo Stato islamico di consolidare il controllo sulle risorse naturali della regione e finanziare operazioni terroristiche, incluse quelle pianificate in Europa.

Il procedimento giudiziario ha preso forma nel 2016, quando una serie di inchieste giornalistiche – tra cui un articolo di Le Monde del 21 giugno 2016 – rivelò gli accordi problematici tra la multinazionale e i gruppi armati che controllavano l’area attorno allo stabilimento. Nello stesso anno il Ministero dell’Economia francese presentò una denuncia per violazione delle sanzioni europee contro il regime siriano e per rapporti economici con organizzazioni terroristiche. Nel 2017 la procura di Parigi aprì formalmente un’indagine, seguita dalle denunce di Ong come Sherpa e da undici ex dipendenti siriani della società.

Durante il processo, celebrato tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’accusa ha sostenuto che la scelta di mantenere aperto lo stabilimento, mentre tutte le altre multinazionali lasciavano la Siria nel 2012, rispondeva a un’unica logica: il profitto. Il procuratore nazionale antiterrorismo ha definito la strategia di Lafarge “ahurissante de cynisme” cinismo sconcertante, sottolineando che l’ex amministratore delegato Bruno Lafont avrebbe impartito “direttive chiare” per mantenere attiva la produzione a ogni costo. Lafont è stato condannato a sei anni di carcere con esecuzione immediata, mentre l’ex direttore operativo Christian Herrault ha ricevuto una pena di cinque anni. Altri sei dirigenti hanno ricevuto condanne comprese tra 18 mesi e sette anni.

La società è stata condannata alla multa massima prevista, pari a 1,125 milioni di euro, oltre a una sanzione doganale di 4,57 milioni per violazione delle sanzioni internazionali. La sentenza francese segue quella statunitense del 2022, quando Lafarge aveva ammesso di aver fornito supporto materiale a organizzazioni terroristiche e accettato di pagare una multa di 778 milioni di dollari.

La cronologia dell’affaire Lafarge mostra come la vicenda sia stata segnata da una progressiva emersione di responsabilità. Nel settembre 2016 il Ministero delle Finanze francese ha presentato una denuncia per violazione dell’embargo sul petrolio siriano. Nel 2019 le Forze democratiche siriane, sostenute dagli Stati Uniti, hanno sconfitto militarmente lo Stato islamico, mentre in Francia proseguivano le indagini. Il 16 ottobre 2024 i giudici istruttori ordinarono il rinvio a giudizio della società e di otto dirigenti. Il processo si è concluso nell’aprile 2026 con la condanna definitiva in primo grado.

Resta aperto il capitolo più grave: l’indagine per complicità in crimini contro l’umanità, ancora in corso. Secondo il Dipartimento di Giustizia statunitense, Lafarge avrebbe persino cercato di ottenere dall’Isis un vantaggio competitivo sui concorrenti attraverso una accordo di ripartizione dei ricavi, un’accusa che, se confermata anche in Francia, potrebbe ridefinire i confini della responsabilità penale delle imprese nei contesti di guerra.

Holcim, che ha acquisito Lafarge nel 2015, continua a dichiarare di non essere stata informata delle operazioni condotte in Siria prima della fusione. Ma la sentenza del 2026 segna un precedente che va oltre il singolo caso: per la prima volta un tribunale europeo riconosce che una grande azienda occidentale ha finanziato consapevolmente un’organizzazione terroristica per proteggere i propri interessi industriali. Una decisione che apre interrogativi profondi sul ruolo delle imprese nei conflitti contemporanei e sulla necessità di rafforzare i meccanismi di controllo e trasparenza nelle zone di guerra.