Uno studente mi ha chiesto…

Selection_114Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Sono un poeta che ha prestato la sua anima alla morte

DSCN5511Per amor di Siria

Sono un poeta che ha prestato la sua anima alla causa di un popolo che muore. Alla causa del suo popolo, alla causa di quei figli dell’umanità dimenticata che è stata madre e sorella di tanti popoli e culture. Sono un poeta che non sa più cantare ma con la testa china scrive epitaffi su fosse comuni. 

Vorrei scrivere di cose belle. Vorrei liberare la mia mente da tanto orrore e lasciar fluire le parole, lasciar amoreggiare gli occhi con le bellezze del creato, impregnare il mio spirito del profumo del mare… ma l’indifferenza non mi appartiene e credo che morirò per quello che è stato un profondo amore. Ho amato e bramato con il mio popolo la libertà e con il mio popolo ogni giorno muoio di mille morti. Mi uccide l’impotenza, mi uccide l’onere di sopravvivere a bambini che non hanno mai assaporato la dolcezza della vita. Mi soffocano le parole che non riesco a gridare, mi opprime il peso di tutti quei morti innocenti che non trovano nemmeno chi li pianga.

Sono una scrittrice di incompiute pregne di sentimento e lasciate lì in sospeso, come in un limbo tra la vita e la morte, in attesa che arrivi il tempo di scrivere. In attesa che l’incubo finisca. Ma quando finirà temo che il mio inchiostro si sarà asciugato e le mie parole saranno finite in fondo a quello stesso mare che ho contemplato in adorazione nei tempi in cui ho osato sognare…