Fonte : UN resolution urges reparations for slavery’s ‘historical wrongs’
Il 25 marzo 2026, nella sede delle Nazioni Unite a New York, l’Assemblea Generale ha approvato una risoluzione destinata a ridefinire il dibattito globale sulla memoria della schiavitù. Con 123 voti favorevoli, 52 astensioni e tre contrari, il testo presentato dal Ghana definisce la tratta transatlantica degli africani ridotti in schiavitù come “il più grave crimine contro l’umanità”. L’annuncio del risultato ha suscitato un lungo applauso nell’aula, mentre il ministro degli Esteri ghanese, Samuel Okudzeto Ablakwa, ha parlato di un momento “storico e profondamente morale”, sottolineando che la comunità internazionale ha scelto “la memoria sul silenzio e la dignità sull’oblio”.
La presidente dell’Assemblea Generale, Annalena Baerbock, ha ricordato che la schiavitù rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti umani della storia, mentre il Segretario Generale António Guterres ha invitato gli Stati a rimuovere le barriere che ancora oggi impediscono alle persone di origine africana di esercitare pienamente i propri diritti. Il voto, pur non vincolante, apre un nuovo capitolo nel dibattito globale sulle riparazioni, sulla restituzione dei beni culturali sottratti durante il colonialismo e sulle eredità del razzismo sistemico.
I voti contrari: Stati Uniti, Israele e Argentina
Le opposizioni sono state poche ma politicamente significative. Gli Stati Uniti hanno espresso una posizione nettamente critica attraverso il vice ambasciatore Dan Negrea, che ha dichiarato che Washington non riconosce un diritto legale alle riparazioni per torti storici che, all’epoca in cui furono commessi, non erano considerati illegali dal diritto internazionale. Negrea ha inoltre contestato l’idea di classificare la tratta come “il più grave” crimine contro l’umanità, sostenendo che una simile formulazione rischia di creare una gerarchia tra tragedie storiche che il diritto internazionale non contempla. Israele e Argentina non hanno diffuso dichiarazioni articolate, ma la loro opposizione si inserisce in un quadro di forte cautela verso testi che possano aprire la strada a interpretazioni retroattive delle responsabilità storiche o a richieste di compensazioni economiche.
Le astensioni: l’Europa, il Regno Unito e altri Paesi occidentali
La frattura più ampia si è manifestata nelle 52 astensioni, che hanno coinvolto la maggior parte dei Paesi europei, il Regno Unito, il Giappone e altri Stati dell’area occidentale. La posizione europea è stata espressa in una dichiarazione comune letta dalla vice rappresentante permanente di Cipro, Gabriella Michaelidou, e riportata da fonti internazionali in inglese. L’Unione Europea ha riconosciuto la tratta degli schiavi come una tragedia storica di proporzioni immense, ma ha espresso riserve sulla formulazione della risoluzione. L’UE ha giudicato problematico il riferimento alla tratta come “il più grave” crimine contro l’umanità, ritenendo che una simile espressione introduca una gerarchia giuridica non prevista dal diritto internazionale. Ha inoltre manifestato preoccupazione per il linguaggio relativo alle riparazioni, considerato troppo ampio e privo di un quadro operativo chiaro, e ha sottolineato che il processo negoziale non è stato sufficientemente inclusivo.
L’Italia non ha rilasciato dichiarazioni autonome, ma ha aderito integralmente alla posizione comune dell’Unione Europea. Secondo quanto riportato dalle fonti internazionali, Roma ha condiviso le riserve espresse dagli altri Stati membri, in particolare sulla formulazione giuridica della risoluzione e sulla necessità di evitare interpretazioni retroattive del diritto internazionale. L’Italia ha inoltre espresso cautela rispetto al riferimento alle riparazioni, ritenendo che il tema richieda un approccio più equilibrato e negoziato. L’astensione italiana, dunque, non mette in discussione la gravità storica della schiavitù, ma riflette una posizione giuridica e procedurale coerente con quella dell’UE.
Le richieste africane in tema di riparazioni
Il voto del 25 marzo 2026 ha offerto ai Paesi africani l’occasione per rilanciare con forza il tema delle riparazioni. Le richieste non si limitano a un risarcimento economico, ma comprendono un insieme articolato di misure che spaziano dalla restituzione dei beni culturali sottratti durante il colonialismo alla cancellazione del debito estero, dalla creazione di fondi per lo sviluppo alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali. Molti leader africani sostengono che la tratta transatlantica abbia privato il continente di decine di milioni di persone, generando un impatto demografico, economico e sociale che continua a farsi sentire ancora oggi. La perdita di intere generazioni di giovani, spesso i più forti e i più qualificati, viene descritta come una ferita strutturale che ha compromesso la capacità di sviluppo di molte regioni africane.
La risoluzione del 25 marzo 2026 mette in scena un intreccio complesso tra memoria storica e geopolitica contemporanea. La condanna della tratta transatlantica come “il più grave crimine contro l’umanità” rappresenta un passo simbolico di enorme portata, ma il modo in cui gli Stati si sono schierati rivela che la memoria non è mai neutrale. Per i Paesi africani, il voto è un atto di riconoscimento e di riparazione morale; per molti Paesi occidentali, un terreno minato che intreccia responsabilità storiche, diritto internazionale e timori di rivendicazioni economiche; per diversi regimi autoritari, un’occasione per rafforzare la propria legittimità morale sul piano internazionale, pur continuando a violare i diritti fondamentali al proprio interno. La memoria della schiavitù diventa così uno spazio di competizione simbolica, dove il passato viene mobilitato per definire posizioni politiche nel presente. La legittimità morale, in questo contesto, non deriva solo dal voto espresso, ma dalla coerenza tra le dichiarazioni e le pratiche interne degli Stati. È qui che emergono le contraddizioni più evidenti: chi difende le vittime della schiavitù del passato, ma reprime le libertà nel presente, rischia di trasformare la memoria in uno strumento di propaganda. Allo stesso tempo, chi si astiene per ragioni giuridiche o procedurali deve confrontarsi con la percezione di una distanza emotiva rispetto a una tragedia che continua a segnare la vita di milioni di persone. Il voto del 25 marzo 2026, dunque, non chiude un capitolo: lo apre. E mostra che la memoria della schiavitù, lungi dall’essere un tema del passato, è uno dei campi di battaglia morali e politici del nostro tempo.