Pubblicato su Kritica.it l’11 marzo 2026
“Nella guerra Israele-Iran il ruolo della Siria è un dilemma, fra le ambiguità del governo transitorio e l’odio popolare verso l’ex Asse della Resistenza.
Il sangue umano ha sempre lo stesso colore, ma quello dei carnefici e quello delle vittime hanno pesi diversi. Non per questo i sentimenti che accompagnano la caduta di un tiranno sono un inno alla morte; piuttosto un’espressione di sollievo, la gioia per la fine di un incubo, anche nella consapevolezza del contesto incerto che si crea, e che il sangue chiama sempre altro sangue. Sono sentimenti antichi quanto l’umanità, eppure fragili. Si chiede moderazione a chi ha conosciuto solo oppressione, si pretende neutralità dove la morale dovrebbe essere ferma e condivisa. Vale nel caso di numerosi popoli: da quello iraniano, a quello palestinese, a quello siriano, a tanti altri, e vale di certo nel caso di questa guerra Israele-Iran. “Chi ha le mani nel fuoco non è come chi ha le mani nell’acqua”, recita un proverbio siriano. In tempi in cui la violenza dei potenti si traveste da ordine, e la propaganda tenta di appiattire ogni giudizio, critica e dissenso, resta un dovere non smarrire l’etica, non accettare discorsi che ignorano il peso del sangue versato…”
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