Le madri siriane e la sfida della trasmissione della cittadinanza

Una nuova ricerca del Harmoon Center for Contemporary Studies, un istituto di ricerca scientifica indipendente, affronta la questione del diniego del diritto delle madri siriane a trasmettere la propria nazionalità ai figli, una delle forme di discriminazione legislativa più radicate nel sistema giuridico siriano. Nel documento, pubblicato online il 9 febbraio 2026, si analizza la questione come un test cruciale del principio di uguaglianza di cittadinanza durante l’attuale fase di transizione. Il lavoro del ricercatore Ibrahim Daraji evidenzia che siamo – ancora – di fronte a una situazione di discriminazione che non è più un dettaglio tecnico né un’anomalia marginale, ma un “difetto strutturale in contrasto con la logica della riforma legale” e con i principi costituzionali della fase di transizione. La questione si colloca in un momento politico cruciale: l’adozione dell’Annuncio Costituzionale del 2025, l’avvio di un processo di ricostruzione istituzionale e l’emergere di nuove dinamiche sociali che emergono dopo la guerra iniziata nel 2011. Migliaia di bambini sono nati in esilio, sono senza documenti, senza una paternità attribuita ufficialmente. In questo contesto, il tema della cittadinanza diventa un banco di prova della volontà dello Stato di costruire una cittadinanza inclusiva, paritaria e non discriminatoria.

Qui una sintesi dei punti salienti del documento:

1 – Un’eredità legislativa che riproduce il patriarcato

Il report ricostruisce l’evoluzione storica della normativa sulla cittadinanza in Siria, dalla legge ottomana del 1869 ai decreti del Mandato francese, fino al Decreto Legislativo n. 276 del 1969, tuttora in vigore. La norma chiave è l’articolo 3, che stabilisce, che il figlio nato da padre siriano è automaticamente siriano, ovunque nasca, mentre il figlio nato da madre siriana lo diventa solo se nato in Siria e se il padre non è legalmente riconosciuto. L’autore mostra come questa scelta non sia neutrale: è il risultato di una visione patriarcale della famiglia e della cittadinanza, che attribuisce al padre il ruolo di “capo” dell’appartenenza nazionale.

2 – Le giustificazioni ufficiali: fragili, incoerenti, non più sostenibili

Il report analizza criticamente le giustificazioni avanzate negli anni dai governi siriani:

a) La tutela della causa palestinese

Si è sostenuto che permettere alle madri siriane sposate con palestinesi di trasmettere la cittadinanza avrebbe indebolito il principio del “diritto al ritorno”. L’autore dimostra che questa argomentazione è politicamente selettiva e giuridicamente infondata, perché non esiste un nesso diretto tra cittadinanza dei figli e status politico dei palestinesi e la discriminazione colpisce tutte le donne siriane, non solo quelle sposate con palestinesi.

b) La paura della doppia cittadinanza

Un argomento debole, perché la legge consente la doppia cittadinanza in molti altri casi, soprattutto per i figli di padre siriano nati all’estero.

c) La “protezione della struttura familiare”

Un’argomentazione paternalista che presuppone che il padre debba determinare l’identità giuridica dei figli. Il report conclude che nessuna di queste giustificazioni supera un esame di coerenza costituzionale o di compatibilità con gli standard internazionali.

3 – Il Decreto n. 13: un passo avanti… ma selettivo

Il Decreto n. 13 del 2026, che ha regolarizzato la situazione di una parte degli apolidi curdi, è presentato come un segnale di apertura.
Tuttavia, l’autore sottolinea che: il decreto affronta un problema reale, ma non tocca la discriminazione di genere; introduce una logica di riforma frammentata, che risolve singoli casi senza affrontare la radice del problema; crea un precedente: se lo Stato può correggere un’ingiustizia storica, perché non correggere quella che colpisce le donne siriane? Il report definisce questa scelta una “trattazione selettiva del dossier cittadinanza”, che rischia di indebolire la credibilità dell’intero processo di riforma.

4 – Il nuovo quadro costituzionale: la discriminazione è ora incostituzionale

L’Annuncio Costituzionale del 2025 introduce principi chiari: uguaglianza tra uomini e donne, divieto di discriminazione, centralità dei diritti umani. In questo contesto, la normativa attuale sulla cittadinanza entra in conflitto diretto con il nuovo quadro costituzionale. Il report afferma che la discriminazione non è più solo un problema sociale o politico, ma un problema di costituzionalità.

5. L’assenza di un controllo costituzionale effettivo

Il report evidenzia che la Siria non dispone, al momento, di una Corte costituzionale pienamente operativa e indipendente. Di conseguenza, i tribunali ordinari non possono dichiarare incostituzionale la legge sulla cittadinanza; le madri siriane non hanno strumenti giuridici efficaci per contestare la discriminazione; la riforma deve necessariamente passare dal legislatore, non dalla giurisprudenza.

6 – L’impatto sociale dopo il 2011: una crisi invisibile

Il conflitto siriano ha trasformato la questione della cittadinanza in un’emergenza sociale: matrimoni misti in contesti di esilio e migrazione; difficoltà di registrazione civile; padri assenti, dispersi o non riconosciuti; bambini nati all’estero senza documenti; aumento dei casi di apatridia o rischio di apolidia. Molti di questi bambini sono siriani nella vita quotidiana, ma non lo sono per la legge. Il report descrive questa condizione come una forma di “esclusione legale che produce esclusione sociale”.

7. La riforma come parte della giustizia transizionale

L’autore inserisce la questione della cittadinanza nel quadro più ampio della giustizia transizionale: eliminare la discriminazione significa riparare un danno strutturale; garantire la parità nella cittadinanza è una forma di non ripetizione; la riforma contribuisce a ridefinire la cittadinanza come appartenenza inclusiva, non come privilegio patriarcale. La riforma, quindi, non è solo un atto tecnico, ma un gesto politico e simbolico verso una Siria più equa.

 8. La proposta di riforma: semplice, chiara, attuabile

Il report suggerisce una modifica diretta e lineare dell’articolo 3: “È siriano chi nasce da padre o madre siriana, ovunque avvenga la nascita.” Una formula che allinea la Siria agli standard internazionali; elimina la discriminazione di genere; semplifica l’applicazione amministrativa; riduce il rischio di apolidia; rafforza la coesione sociale.

Il report si chiude con un messaggio forte: la riforma del diritto di cittadinanza non può più essere rinviata. È un obbligo costituzionale, un imperativo sociale e un passo essenziale per ricostruire la Siria su basi di uguaglianza, dignità e inclusione.