Pace e libertà per il popolo siriano – Roma, 20 maggio 2017

1224a9362bcc40fea71bb6290f12c89f_18Da oltre sei anni la Siria è teatro di violenze e orrori indicibili. Le pacifiche manifestazioni popolari per  libertà e la giustizia  sociale sono state represse con inaudita ferocia dal regime del clan Assad, che nulla ha risparmiato al popolo siriano in termini di crudeltà non esitando ad usare armi chimiche.
Ad oggi, i morti si contano a centinaia di migliaia, tra cui tanti bambini,  e gli sfollati, in patria e all’estero, a milioni, mentre incalcolabili sono le distruzioni. Il regime di Assad, sostenuto da Russia e Iran,  è anche il principale responsabile della nascita e dello sviluppo del terrorismo di Daesh e di altre bande criminali e reazionarie  che contribuiscono alla guerra ed alle sofferenze dei Siriani. A tutto ciò si aggiungono gli interventi e i bombardamenti delle diverse potenze che mirano alla spartizione della Siria, incuranti delle sofferenze del popolo.
La spirale bellica infligge sofferenze inaudite alle popolazioni della zona e alimenta la violenza e il terrorismo in tutto il mondo, con una catena infernale di attentati di cui sono vittime persone innocenti di diverse provenienze e credo.
E’ora di reagire, è ora di  mobilitarsi! Facciamo appello a tutte le persone che amano la pace, a chi crede nei valori di rispetto, convivenza e accoglienza umana, alle tante persone impegnate nel volontariato solidale, alle forze e alle realtà pacifiste a mobilitarsi unitariamente a fianco delle popolazioni siriane. Vogliamo gridare che i Siriani, gli Egiziani, i Palestinesi e tutti i popoli del Medio Oriente sono nostri fratelli e hanno diritto sacrosanto alla libertà, all’autodeterminazione ed alla dignità, senza alcuna discriminazione etnica e religiosa.

Via il regime criminale di Bashar Al Assad!  Pace, libertà e giustizia per il popolo siriano!

Portare di fronte a un tribunale internazionale Bashar Al Assad e tutti i responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità!

Con il popolo siriano contro guerra e terrorismo!

Stop ai bombardamenti e apertura di corridoi umanitari per portare soccorso alle popolazioni civili!

Contro le destre xenofobe e razziste, contro il decreto Minniti-Orlando. Accoglienza, senza condizioni, per tutti i profughi e gli immigrati!

Autodeterminazione, libertà e dignità per tutti i popoli del Vicino Oriente!

SABATO 20 MAGGIO MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA

Per adesioni: aromaperlasiria@libero.it

Amer Ahmad Dachan, Germano Monti, Fouad Roueiha, Alberto Savioli, Joseph Halevi, Piero Maestri, Shadi Hamadi, Riccardo Cristiano, Amedeo Ricucci, Lorenzo Declich, Selvaggia Lucarelli, Savina Tessitore, Laura Tangherlini, Cinzia Nachira, Riccardo Bella, Asmae Dachan, Riccardo Bellofiore, Aboulkheir Breigheche, Nair Magnaghi, Beatrice Brignone, Sami Haddad, Maria Laura Bufano, Tania Pensabene, Paolo Pasta, Samantha Falciatori, Federico Stolfi, Loretta Facchinetti,  Aya Homsi, Valerio Peverelli, Anna Foggia, Alessandra Moscatelli, Antonietta Benedetti, Camilla Cojaniz, Johannes Waardenburg, Silvia Moroni, Giovanna De Luca, Souheir Katkhouda, Manuela Giuffrida, Chiara Denaro, Yasmine Accardo, Patrizia Zanelli , Marta Bellingreri, Alessio Mamo, Arianna Carbonara, Erika Capasso, Stefania Aloi, Annalisa Tasinato, Marina Centonze, Ibtisam Rimani, Liliana Verdolin, Cristina Atzeri, Laura Seoni, Raffaella Piazzi, Marina Barausse, Francesco D’Introno, Manuela Regina , Loretta Pagani, Angela Ciambrone, Seconda Pagani, Anna Maria Crispino, Elena Zin, Liliana Boccarossa, Liliana Vernengo, Arianna Parisato, Munira Vauall, Mary Rizzo, Stefano Catone, Hamadi Zribi, Patrizia Mancini, Francesco Tronci,  Debora Del Pistoia, Chiara Rizzo, Fabio Ruggiero, Gloria Merlino, Annalisa Ruozzi, Chaimaa Fatihi, Stefano Bettuzzi, Giulia Zanetti, Sandro Brugiotti, Diego Brandolin, Franco Casagrande, Emanuele Calitri, Ilaria Righi, Fiorella Sarti, Simona Concutelli, Flavia Pacini, Mutaz Smsmieh, Gianna Guglielmino, Roberta Milani, Alessia Vincenzi, Antonio Ronchi, Nicola Gandolfi, Marinella Fiaschi, Fabia Foppiano, FIlippo Mancini, Giuseppe Bianchini, Michele Focaroli, Lamia Ledrisi, Mattia Giampaolo, Franco Ragusa, Franca Bei Clementi, Donatella Quattrone, Said Mehboub, Claudio Moratto, Nibras Breigheche, Elisabetta Lelli, Fabia Floris, Roberto Dati, Filomena Annunziata, Giovanni Ciccone

Rose di Damasco, Associazione Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo Siriano ONSUR ITALIA, Associazione per la pace tra i popoli, Comitato Nour, Karama Napoli, Giovani Musulmani Italiani, Comitato Khaled Bakrawi, Associazione Insieme per la Siria Libera, Studenti Unior pro Rivoluzione siriana, Comitato permanente per la Rivoluzione siriana, Corrente Umanista Socialista

La Siria e la primavera spezzata

IMG_20160304_185806Questo anticipo di primavera interrotto mi fa pensare ai sogni rubati con la violenza, a quelle speranze di un’umanità in cerca di pace, di un’armonia autentica tra le  persone, di una giustizia sociale. Sogni distrutti in nome del potere e di una dilagante demagogia.

Quei canti di libertà soffocati nel sangue spezzano il cuore, ma guardando i giovani che come usignoli scendevano e continuano a scendere a petto nudo nelle piazze, armati soli delle proprie voci e del proprio desiderio di libertà, qualche barlume si speranza sembra farsi strada.

La primavera non può cancellare quasi mezzo secolo di oscurità. Serviranno molte albe e molti tramonti, tanti giorni che si rincorreranno sui calendari appesi a pareti che continuano a crollare. La strada è in salita, i germogli fioriscono solo schiudendosi, i frutti maturano solo quando i petali danzano a terra cullati dal vento.

La Siria è piena di germogli e  quando splende il sole, o quando la luna rischiara il cielo, anche coperta di macerie, la Siria è bellissima. Adornata dei vessilli di libertà che rendono omaggio a chi, in nome della libertà, è caduto come un fiore ancora chiuso.

Perdere il proprio sogno è come sopravvivere a una persona cara, è come essere morsi al petto e vedersi strappare strati di pelle e carne; la ferita non si richiude e continua a bruciare. Ma le persone che amiamo continuano a vivere dentro di noi e intorno a noi, proprio come il sogno di libertà, che sarà vivo finché avremo respiro.

E mentre scrivo queste parole vedo sorridere quelle schiere di giovani che non ci sono più, e tra loro anche il mio angelo che ha la luce nel suo nome perché lei stessa era luce…

 

 

Né di Assad, né di Isis, la Siria ai siriani

10987682_10153083648378627_143165034559428180_n15 marzo 2015: oggi ricorre il IV anniversario dall’inizio delle violenze in Siria. Inizia il quinto anno di ingiustizie e atrocità ai danni della popolazione e ancora non si vede l’uscita da questo tunnel. L’unica certezza, attualmente, è che in Siria si sta consumando la più grande emergenza umanitaria del nuovo secolo, con più di metà della popolazione senza un tetto sopra la testa e che si è rifugiata in tendopoli, campi profughi, rifugi per sfollati. Milioni di persone ormai dipendono solo dagli aiuti umanitari e spesso questi ultimi non riescono a raggiungere alcune zone, in particolare le città sotto assedio. Oltre al danno, la beffa, perché l’indifferenza politica e mediatica su questa tragedia ha lasciato spazio a un vuoto di conoscenza che lentamente si è riempito di pregiudizi, mezze verità e propaganda. Dal nulla alla divulgazione quotidiana (senza verifica alcuna) di notizie, filmati e proclami dell’Isis, tanto che oggi buona parte dell’opinione pubblica crede che Assad sia l’unica salvezza contro questa formazione terrorista. Si riabilita l’immagine del carnefice in giacca e cravatta perché sembra migliore rispetto ai carnefici barbuti e ci si dimentica delle vittime.

Di certo non era questo lo scenario che immaginavano i siriani nel 2011 quando hanno violato, dopo quasi mezzo secolo, l’ordine di coprifuoco, riempiendo pacificamente le piazze per chiedere islahat, riforme e horrye, libertà. La goccia che fece traboccare il vaso fu il drammatico episodio dei bambini di Dar’à, arrestati, torturati e uccisi per aver scritto sul muro della loro scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”, riprendendo lo slogan che veniva ripetuto in quel periodo nelle piazze di molti paesi arabi. Da allora ogni giorno manifestazioni, cortei, attività pacifiche di giovani siriani desiderosi di un cambiamento radicale che portasse alla fine della tirannia e all’inizio di una nuova era per il popolo siriano.

Cosa è rimasto di quel movimento dal basso fatto di giovani, donne e uomini, che hanno creduto veramente di rovesciare il tiranno con la sola forza delle loro voci, dei loro balli, dei loro disegni e delle proprie foto e video camere? Molte delle anime della rivoluzione siriana non ci sono più: uccise senza pietà, recluse nelle carceri del regime, dove si pratica la tortura, fuggite. Chi è rimasto in vita ha spesso dovuto fare i conti con i nuovi nemici della Siria, quei mercenari che stanno conducendo una guerra per procura nelle città siriane, contribuendo a distruggere il patrimonio umano e culturale di questa terra millenaria. Ma la fiamma della libertà arde ancora e gli attivisti siriani ripetono oggi quella stessa parola che nel marzo 2011 ha riempito le piazze siriane: horrye, libertà. Se allora si chiedeva libertà solo dal regime della dinastia degli Assad, oggi si chiede libertà contro il regime e contro Isis. Perché la Siria è dei siriani, di tutti i siriani, di tutte le etnie e religioni.

Ora sta anche ai siriani all’estero, al mondo del volontariato e dell’associazionismo tenere viva quella fiamma, mantenere alta l’attenzione su questa tragedia. Davanti agli occhi lo scenario è desolante. Dopo quattro anni il paese è un’infinita distesa di macerie, ma quello che il silenzio ha distrutto è ben più grave: l’anima dei siriani, quel senso di unione e coesione sociale per cui si cantava “al sha’ab al sury wahed”, “ il popolo siriano è uno e indivisibile”, che oggi è fortemente minacciato dalla deriva settaria. Da un lato il regime non esita a strumentalizzare le minoranze religiose come quella cristiana, che come tutto il resto del popolo ha subito i bombardamenti e l’assedio, per ergersi a baluardo della laicità, mentre i terroristi distruggono tutto ciò che capita loro a tiro infangando il nome dell’islam del quale si sono indebitamente appropriati. Religiosi e religioni usati da una parte e dall’altra per alimentare la propria propaganda. Un’ulteriore offesa allo spirito laico della rivoluzione siriana che proprio nella sua laicità vedeva uniti i figli del popolo in tutte le loro diversità, etniche, religiose e culturali.

Mentre ci fermiamo a ricordare questo anniversario, il regime continua i bombardamenti, Isis continua a uccidere, la resistenza siriana annaspa e il caos segna sovrano. Inizia il quinto anno di genocidio.

Homs, località di Baba Amr, manifestazione del 28 ottobre 2011

Bombardamenti su Homs, località Baba Amr, 22 febbraio 2012

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L’odore della morte, il profumo di un figlio – Parte 2 –

1414919_10201729802878235_857438684_nLo sguardo dolce, la voce pacata, la gestualità composta, come di chi non abbia mai conosciuto la sofferenza e che nasconde invece un dolore che non può essere consolato. Abu Dawud lo incontro una sera, quando finisce di lavorare. Delle attività economiche che aveva gli resta solo una piccola bottega: i bombardamenti gli hanno portato via tutto, ma non la dignità e l’altruismo. Prima e dopo il lavoro si occupa di sfollati e bisognosi. La corrente non c’è, parliamo di fronte alla luce prodotta da un piccolo generatore, che però illumina bene. Posso guardarlo in viso mentre parla. Non lo interrompo mai, non ho neppure bisogno di fargli domande: è coinciso, ma mentre lo ascolto riesco a vedere ciò che racconta. C’è un’atmosfera irreale nell’aria. Davanti a me c’è un uomo siriano che ha passato nelle carceri di assad più di vent’anni: arrestato ancora sedicenne mentre usciva da una moschea dopo la preghiera del venerdì, ha subito torture, umiliazioni, privazioni, senza mai venire processato, né incriminato. Arrestato senza un perché, come accade spesso nella Siria della dinastia degli assad. Lo osservo e mi chiedo dove abbia trovato la forza di ricominciare a vivere, lavorare e affermarsi, sposarsi e avere una famiglia dopo tutto quello che ha subito. La detenzione ingiustificata e le torture hanno scalfito il suo corpo, ma non la sua anima. Accetta di farsi intervistare e mentre lo osservo noto una profonda cicatrice sopra il suo occhio destro. Ne noto un’altra sul braccio; mi dice che ne ha su tutto il corpo. Molti giornali queste interviste non le vogliono: “non sono equidistanti”, non danno voce all’altra parte, mi dicono. “Equidistanziatevi” voi allora, rispondo io, come se assad avesse bisogno delle mie parole per la sua propaganda. Per fortuna esiste internet e le testimonianze che ho raccolto non sono oggetto di trattativa. Io le persone continuo a guardarle negli occhi, a sedermi vicina a loro e ad ascoltare dalla loro voce ciò che sta accadendo in Siria e che nessuno vuole vedere. Allora Dio benedica internet e lo spazio libero di un blog che mi permette di dar voce a questi innocenti.

Per tutto il tempo in cui l’ho ascoltato ho scritto, cercando di cogliere ogni suo gesto, ogni espressione del suo viso; non sono riuscita a trattenere le lacrime. Mi sono messa nei suoi panni, nei panni della moglie, nei panni del suo compianto figlio Dawud, nei panni di ogni siriano rimasto in Siria a subire questo genocidio, che ha cercato di reagire e rendersi utile, che ha lottato per difendere se stesso e gli altri, per tenere alta la bandiera della libertà e della dignità che ha smosso le coscienze dei siriani dopo oltre quarant’anni di regime.  Per me un giornalista dovrebbe fare anche questo, provare empatia, altrimenti il suo racconto sarebbe una cronaca sterile e distratta. La narrazione dei fatti non deve escludere la comprensione profonda del contesto, dei protagonisti. Abu Dawud trova la forza di farmi una battuta: “Non ho mai visto una giornalista che piange mentre fa un’intervista, ma forse è colpa mia, perché non avevo mai parlato con una giornalista prima d’ora”. Poi si scurisce in volto e aggiunge: “le lacrime delle haraer, donne libere – espressione usata per indicare le donne che si sono dichiarate oppositrici del regime di assad – sono ciò che più faceva male a Dawud. Il giorno in cui ha deciso di partire era appena tornato dal funerale di una famiglia uccisa dai cecchini mentre cercava di fuggire verso il confine: tre bambini e loro padre. La donna, ferita ma sopravvissuta, piangeva disperata e pregava Dio di prendere la sua anima e riportare in vita i figli. Quel giorno Dawud ha giurato che non avrebbe mai più guardato impassibile le lacrime di una donna siriana. Non ha potuto vedere le lacrime della madre…

Quando Dawud ha deciso di unirsi all’Esercito Siriano Libero sua madre e io gli abbiamo dato il nostro ridah, la nostra benedizione. Non aveva ancora prestato il servizio militare e non aveva mai preso un’arma, ma il suo desiderio di andare a combattere per difendere i civili dalle incursioni dell’esercito di assad in città era forte. Non è mai stato un violento, non l’ho mai neppure sentito gridare. Non potevo immaginare che un giorno mio figlio sarebbe diventato un combattente. Pensavo che dopo vent’anni passati senza un motivo, senza un processo, nelle prigioni di assad, senza mai vedere la mia famiglia, subendo torture e umiliazioni, la mia vita avrebbe preso un nuovo indirizzo. Invece, dopo che hafez al assad si era preso vent’anni della mia vita, suo figlio stava per prendersi la vita del mio primogenito. Dawud è stato ucciso pochi mesi dopo il suo ingresso nell’Esl. Nel periodo in cui era stato al fronte si era occupato soprattutto di scortare i feriti e i civili verso il confine. La mattina in cui che è morto mi hanno contattato subito tramite il walkie talkie. Lo abbiamo seppellito come si fa con i martiri, con tutti i suoi vestiti addosso; il suo sangue profumava di gelsomino. Un profumo che mi è rimasto sulle mani e nelle narici per giorni, che contrastava con l’odore della morte che ci circondava, di cadaveri intrappolati da settimane sotto le macerie senza che nessuno riuscisse a raggiungerli, di corpi abbandonati dai cecchini lungo le strade come esca per colpire nuove vittime, di gatti e cani morti colpiti dalle schegge. Dopo qualche tempo sono andato al fronte, nel luogo dove aveva passato gli ultimi giorni della sua vita. Volevo raccogliere i suoi effetti personali, portare a casa, soprattutto per sua madre, qualcosa che avesse indossato prima di morire, qualcosa che portasse ancora il suo odore. Forse quello è stato il momento più difficile per me: quelle erano le ultime cose di Dawud, l’ultimo passaggio su questa terra della sua breve vita. Mi hanno accolto i suoi compagni e uno di loro mi ha portato i pochi oggetti che gli appartenevano. Ho stretto subito al petto quel fagotto, ma la mia delusione è stata grande: pensando di fare una cosa giusta, i suoi amici avevano lavato tutto. Del respiro e dell’odore di mio figlio non era rimasto nulla. Mi era rimasto solo l’odore della morte, il profumo di Dawud era sparito per sempre con lui”.

NB: Foto di archivio scattata lo scorso anno ad Aleppo

Docufilm sulla strage alla scuola di Ein Jalun: quando si uccide l’infanzia

30 maggio 2014 – Aleppo

scuola aleppo 30 maggio 2014Il 30 maggio 2014, durante l’offensiva dell’aviazione militare del regime siriano contro la città di Aleppo è stata colpita da una bomba-barile la scuola di Ein Jalun. Quel giorno a scuola c’era gran fermento: i ragazzi dovevano inaugurare la mostra “Basmet amal”, “L’impronta della speranza”, una raccolta di disegni a cui avevano lavorato con impegno per raccontare i propri sentimenti e la loro voglia di vivere e non arrendersi. Quando l’ordigno ha colpito la scuola, i ragazzi stavano finendo di allestire la mostra; 21 tra studenti e insegnanti sono rimasti uccisi sul colpo. 18 bambini sono rimasti feriti.

I disegni preparati per la mostra si sono macchiati di sangue e le speranze di quegli scolari e dei loro maestri sono andate in frantumi insieme ai muri della scuola. L’intervento della “Protezione Civile Libera” (quella auto-organizzata e non sostenuta dalle autorità, che di fatto impediscono alla Protezione Civile di intervenire nelle zone bombardate, ha permesso l’estrazione dei corpi delle vittime e il soccorso dei feriti. I bambini hanno assistito a scene infernali, proprio nel giorno in cui volevano dare una svolta al loro progetto di riscatto e rinascita.

Nel video, che ricostruisce la storia della scuola, ci sono anche delle interviste ad alcune delle studentesse rimaste uccise (contrassegnate in bianco e nero). In tutti i loro interventi parlano di voglia di non arrendersi alla logica della violenza, del desiderio di lottare per il loro futuro usando l’arma dello studio con le armi della morte usate dal regime e dai suoi alleati.

La scuola di Ein Jalun, ad Aleppo, era stata inaugurata il 30 dicembre del 2012 da un gruppo di insegnanti volontari e volontarie che hanno voluto impegnarsi per dare ai bambini e alle bambine della zona l’opportunità di studiare. L’istituito, infatti, era fermo da oltre un anno a causa dell’inizio della repressione dell’esercito di assad, che sta impedendo ad un’intera generazione di bambini siriani di studiare.

assad e il suo esercito devono essere fermati e processati per crimini contro l’umanità. La fine delle vite e delle speranze di migliaia di bambini non può essere accettata dal mondo come se fosse un effetto collaterale di una lotta per il potere assurda e disumana.

I giovani di Damasco contro le #BloodElections: operazione #011

1897971_1487276464839460_1237180827587477775_n30 maggio 2014 – Damasco

Operazione #011

Campagna di iniziative pacifiche dalla capitale Damasco

Per contrastare le bugie e le falsità che sta diffondendo il regime nell’ambito della Campagna elettorale  “Sawa” (insieme) – ribattezzate elezioni del sangue #BloodElections – un gruppo di giovani attivisti e attiviste hanno realizzato un sondaggio nel cuore della capitale Damasco. L’iniziativa è denominata #o11.

“Per quanto ci assedierete, la nostra voce non verrà mai repressa”.

Testimonianze:

1 – “In teoria io dovrei votare per questo regime e votare nuovamente bashar al assad, per la seconda volta, perché lui è l’unica persona che deve vincere le elezioni. C’è una costruzione che ormai ha 10 anni, dal 2004 al 2014, il dipartimento di matematica presso la facoltà di scienze, ebbene non hanno ancora finito di costruirlo. Dai, nel giro di 50 anni, quando prenderà il potere hafiz al assad junior, forse sarà terminato”.

2 – “Io sono diverso da tutti gli attivist – il tono è sarcastico – i, io voglio prendere parte a questa festa nazionale. Questa festa a cui prenderanno parte tutti i cittadini per votare il dottor bashar al assad. Questo medico che adesso ci darà la democrazia. Uccideremo i bambini e li metteremo tutti in un’urna elettorale. Ma noi, qui ad Al Ghouta, abbiamo un problema: non abbiamo nemmeno un’urna elettorale, né un seggio, non ne abbiamo. Se giri per tutta Al Ghouta non ne trovi. Chissà se se ce ne manderà con i suoi aerei, visto che ogni giorni li usa per mandarci regali. Potrebbe legare ad un barile un’urna ad esempio e farcelo gettare da uno dei suoi aerei. Se volesse mandarne due di urne, va bene ugualmente, ma che le mandi grandi. Li mandi quanto prima, qui la gente fa a gara per votare. Cosa dobbiamo fare noi, abbiamo solo lui… Dio lo maledica”.

3 – “Le elezioni di una singola persona, non abbiamo alternative… bashar hafiz al assad … Dio mio – sgnignazza – .

4 –  Dichiarazione rilasciata all’interno del Palazzo Alatham a Damasco: “Che razza di elezioni sono queste? Prima dovrei riconoscere questo regime per poi eleggerlo”.

5 – “Ma quali elezioni, si tratta solo di una farsa. E poi come la mettiamo con il sangue dei martiri e il grido dei prigionieri? Lasciaci in pace, basta pagliacciate. Io non voterò.

6 – Dichiarazione rilasciata all’interno della Moschea degli Omayadi a Damasco: “Mio fratello è rimasto ucciso durante un funerale a Kafar Susa. Ridatemi mio fratello e tutti gli altri martiri come lui. Poi fate le elezioni che volete”.

7 – “Perché mai dovremmo votare per lui? Per i martiri che sono caduti in questi tre anni? O per i detenuti che ci vengono restituiti ormai cadaveri? Per quale ragione dovrebbe rimanere bashar?”.

8 – “Se tu dovessi votare, per quale ragione dovremmo votarlo?  Siamo senza elettricità, né acqua corrente, né cibo, siamo ridotti alla fame. Tante donne sono state stuprate”.

9 – “Perché mai dovrei votare per questo regime che ha ucciso, che ha fatto fuggire migliaia di persone, che ha commesso crimini, ha ucciso mio fratello. E ora, dovrei votarlo? Perché mai dovrei votarlo? Cosa ci ha dato il regime per votarlo e per sostenerlo? O per dire, ok, siamo con lui. Cosa?”.

10 – “Certamente non prenderò parte alle elezioni. Di quali elezioni parliamo mentre la gente sta morendo?”.

11 – Località Baramakah – “Elezioni? Cosa significa elezioni? Assolutamente, non voterò”.

12 – “Noi eravamo soliti manifestare qui, all’interno della Moschea, era la nostra espressione di persone libere. Non prenderemo parte alle elezioni di bashar al assad. Non vogliamo questo regime. Il punto di cui il regime è più orgoglioso nel suo programma elettorale sono sicuramente i 600 bambini uccisi in una sola ora ad Al Ghouta”.

13 – “Di quali elezioni sta parlando? Prima non dovrebbe avere il pieno controllo del Paese? Quelli che hanno in controllo ora sono quelli di hales e abu alfadel alabbasi (terroristi di daesh e sciiti iraniani), la guardia repubblicana iraniana, le forze curde al nord, e le forze sciiti richiamate da tutto il mondo per dar man forte alle milizie di assad che sono impegnate a tormentare i civili nel cuore di Damasco. Perché non va a fare le elezioni nel suo quartiere e in quello vicino? Gli basterà”.

14 – “Ma quali elezioni vuole fare, se mio padre è stato ucciso, mio fratello arrestato e mio zio è caduto martire. Ma quali elezioni? Sono elezioni illegittime”.

15 – “Che Iddio ce ne salvi, ma quali elezioni? Noi qui a Qudsia siamo tutti contro assad. Lui ci ha uccisi, ci ha costretto alla fuga, ha distrutto le nostre case. Non ci ha permesso di vivere come tutte le persone del mondo, allora perché mai dovremmo eleggerlo? Perché?Esiste una persona razionale qui a Qudsia che lo voterebbe? Noi siamo contrari a tutto ciò”.

16 – “Stiamo per metterci a tavola, cosa c’è di meglio di un pranzo con il sottofondo dei Mig?”.

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#International_Homs_day – a tre anni dal massacro dell’orologio, per non dimenticare

International day Homs 18 aprile 201418 aprile 2011 – Homs

Ricorre oggi, 18 aprile 2014, il terzo anniversario di una strage che si è consumata a Homs per mano dell’esercito di bashar al assad contro i giovani riuniti nella principale piazza della città, ribattezzato come “Massacro dell’orologio”.

Centinaia di persone, soprattutto ragazzi, avevano violato il regime di coprifuoco –  in vigore da oltre 40 anni –  che vietava ogni assembramento pubblico, dato vita ad un sit in pacifico di protesta, in solidarietà con le vittime cadute in altre città siriane e, in particolare, con le famiglie dei giovani uccisi  il giorno prima nel quartiere di Bab Al Siba’a, nella zona antica di Homs.

I manifestanti si erano riuniti intorno al monumento simbolo della città, avevano pregato all’aperto per rendere omaggio alle vittime e poi avevano deciso di restare in quella piazza e parlare, far sentire il loro dissenso e le loro richieste, in modo pacifico. Le guide spirituali della zona avevano cercato di dissuadere i giovani, di invitarli a interrompere il sit e lasciare che fossero solo alcuni rappresentanti a portare le loro richieste alle autorità, temendo che la reazione del regime di fronte a quella numerosa piazza che rivendicava i propri diritti non si sarebbe fatta attendere. Ma tra i giovani non c’era nessuna volontà di chinare nuovamente la testa: stavano manifestando pacificamente e altrettanto pacificamente chiedevano un cambiamento.

Poche ore dopo il tramonto è accaduto quello che alcuni temevano: le forze del regime hanno fatto irruzione nella piazza, aprendo il fuoco sui manifestanti inermi. Ci fu una strage. Oltre alle vittime che caddero sotto il colpo delle armi, decine di giovani vennero uccisi negli ospedali, altrettanti vennero arrestati, torturati e poi condannati a morte.

Il massacro dell’orologio ha segnato un punto di non ritorno nella storia della Siria e della rivolta siriana contro il regime di assad. Homs è una delle città più colpite dai bombardamenti; buona parte della sua popolazione è fuggita, migliaia sono le vittime e chi è ancora in vita subisce un assedio che dura da oltre 670 giorni. A Homs sono state scritte alcune delle pagine più dolorose del genocidio siriano: dal massacro di Baba Amr alla trappola degli accordi di Ginevra2, che di fatto ha consegnato nelle mani del regime centinaia di giovani che si trovavano nella zona assediata. A Homs si sono spenti migliaia di giovani che con i loro nomi, i loro gesti, i loro racconti hanno fatto sapere al mondo cosa accade in Siria. A Homs è nata la prima web community di citizen reporter @LensYoungHomsi, che ha mostrato al mondo le immagini di morte e devastazione che il regime ha volutamente censurato. A Homs sono stati uccisi, tra gli altri, l’imam Safwan Masharqa e il religioso gesuita Padre Francis, due religiosi simbolo della lotta non violenta, che fino all’ultimo hanno deciso di rimanere vicini alla propria comunità di fedeli stremata dall’assedio. A Homs abbiamo assistito a scene di resistenza non violenta che fanno storia e allo stesso tempo abbiamo visto la ferocia inaudita di cui sono capaci un regime sanguinario e i suoi alleati.

#Homs non deve morire.

#SaveHoms #International_Homs_day

**https://www.facebook.com/LensYoungHomsi?fref=ts

Video 1: Immagini amatoriali inedite degli istanti in cui il regime aprì il fuoco sui manifestanti inermi riuniti nella piazza dell’orologio.

Video 2: Un documentario che ricostruisce i drammatici istanti del massacro dell’orologio.