Perché accolgo e rilancio l’appello del Papa

Su_Santidad_Papa_Francisco (1).jpgLo scorso 14 settembre, durante una messa in ricordo di padre Jaques Hammel, barbaramente ucciso a Rouen, in Francia, Papa Francesco ha rivolto un appello: Quanto mi piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”.  Le parole del Pontefice, pronunciate con dolore e coraggio, sono un’esortazione che non ho potuto non accogliere e rilanciare. Da credente e da teologa, infatti, non mi stancherò mai di dire che tutte le barbarie e i crimini che vengono commessi in nome di Dio, in nome di Allah, non sono altro che una bestemmia, un’offesa ai valori e agli insegnamenti della fede. Uccidere bambini, civili disarmati e innocenti, religiosi e persino animali e piante è considerato dall’islam haram, peccato, anche in contesti di guerra.

Da troppi anni stiamo assistendo a un uso blasfemo e strumentale del nome di Allah, tanto che è stata sdoganata l’espressione “terrorismo islamico”, che oltre a ferirci come credenti, costituisce di per sé un ossimoro. Il terrorismo è l’opposto della fede, non una sua espressione. L’islam oggi è diventato una sorta di brand per le multinazionali del terrore, che usano il nome e la simbologia di questa religione per attirare adepti e per crearsi una bandiera sotto la quale operare. L’islam è diventato una copertura che incarna l’immagine del nemico perfetto nascondendo la realtà di militari e funzionari di servizi collusi, miliziani e contractors, trafficanti di armi e di esseri umani, poteri nascosti che stanno ridisegnando la geopolitica del Medio Oriente e gli equilibri e le alleanze internazionali. Questa copertura in molti casi è sostenuta da religiosi corrotti e politicizzati, che indottrinano giovani in cerca di un’identità e di un riscatto e inquinano le loro menti con l’odio e la propaganda. Tutto questo forse rappresenta il peggior incubo per i fedeli, che vedono macchiata per sempre la propria immagine e la propria identità. Cos’è tutto questo, se non opera del diavolo, che è l’incarnazione del male, della corruzione, della falsità? Ecco perché io abbraccio e faccio mio il pensiero di Papa Francesco. Uccidere in nome di Dio è satanico, è opera del demonio, è amal al-shaytan.

In Siria e in Iraq, dove Daesh/Isis ha iniziato a operare tra il 2013 e il 2014, conosciamo bene di cosa sono capaci i terroristi. Si sono insediati nella lotta di un popolo che chiedeva libertà e diritti umani, sono penetrati nel tessuto sociale fingendosi sostenitori dei partigiani per poi mostrarsi in tutta la loro crudeltà. Massacri, esecuzioni, stupri, pulizia etnica, distruzione del patrimonio storico e artistico. Sono il rovescio della medaglia delle azioni del regime che bombarda il suo stesso popolo, distrugge le sue stesse città, tortura i suoi stessi cittadini, li costringe alla fame, alla malattia e all’esilio. Anche tutto questo è demoniaco, disumano, terribile. Il resto del mondo ha poi conosciuto le atrocità di cui sono capaci questi criminali e ci sono state centinaia di vittime innocenti.

Per sconfiggere il terrorismo non servono bombardamenti, serve ben altro, iniziando dal blocco dei loro finanziamenti e della fornitura di armi e dall’interruzione dell’acquisto del petrolio iracheno e siriano su cui Daesh/Isis ha messo le mani. Andrebbero poi immediatamente bloccati tutti i loro canali di propaganda e chiuse le loro reti di comunicazione. È assurdo continuare a dare loro visibilità e spazio, condividendo i loro proclami e lasciando che facciano proseliti. La battaglia contro questo male, il male del secolo, è infatti anche culturale. I giovani devono avere gli strumenti per difendersi dai cattivi maestri ed evitare di diventare manovalanza di questa grande organizzazione criminale. Bisogna salvare i ragazzi da questi sussurri di satana.

Padre Hammel, descritto da tutti come uomo di dialogo e fratellanza, di fronte ai suoi giovani assassini aveva detto: “Vattene Satana”. Un’esortazione forte, carica di significato. Nei suoi carnefici l’uomo ha visto l’incarnazione del male, del demonio, di quello che islamicamente chiamiamo shaitan e contro il quale chiediamo continuamente rifugio in Dio. È stato ucciso mentre celebrava la messa, in un contesto consacrato. Ha dato una grande lezione di devozione, amore e coraggio. Il suo martirio mi ricorda quello di un religioso musulmano siriano che io non dimenticherò mai. Si tratta di Sheikh Safwan Masharqa, ucciso nel quartiere di Al Waer, a Homs, il 20 dicembre del 2013 mentre era sul pulpito della moschea di Omar. Questo mite religioso era grande amico di padre Francis Van Der Lugt , ultimo missionario a Homs, ucciso  il 10 aprile del 2013. Quando capì che i bombardamenti miravano proprio verso il pulpito, ha rivolto un appello alla misericordia di Dio, contro il male, continuando a pregare mentre i fedeli impauriti gridavano. È stata la sua ultima celebrazione. Questi religiosi sono il simbolo del vero significato della fede, che è amore e sacrificio. Contro chi uccide in nome di Dio, ascoltando satana.

 

#Not_in_our_name: le guerre e il terrorismo stanno uccidendo il dialogo

1397298_611763265539907_779226832_oDi fronte al clima di odio, terrore, paura che stiamo vivendo in questi giorni diventa imperativo fermarsi e ristabilire alcuni concetti fondamentali, per evitare di farsi trascinare dal vortice del caos mediatico e politico.

Le notizie che giungono dalla Siria e dall’Iraq, sulle persecuzioni delle minoranze cristiane e yazidi, da parte di Isis stanno scuotendo l’opinione pubblica mondiale. Non è accettabile, né moralmente, né civilmente, né religiosamente, che una persona o un gruppo di persone vengano minacciate e subiscano violenza per la loro appartenenza etnica e/o religiosa e ogni atto che sia contrario al principio universale dell’uguaglianza tra esseri umani è da condannare senza riserva alcuna.

Il rispetto della sacralità della vita umana è alla base di ogni società civile e deve essere il presupposto su cui fondare ogni ragionamento e ogni azione.

Oggi il dialogo, la fratellanza, la solidarietà, l’umana vicinanza vengono fortemente minacciati. Si rischia di veder bruciati, insieme a case, luoghi di culto, monumenti e libri, anche secoli di convivenza, rispetto e confronto. La Siria e l’Iraq sono infatti la culla delle religioni monoteiste e della civiltà e sono da sempre un esempio di tolleranza, fratellanza e apertura all’altro, con tutte le difficoltà che si sono presentate nel tempo. Ed è proprio da questo punto che bisogna partire: i drammatici accadimenti di questi giorni non devono farci dimenticare che la convivenza serena e fraterna tra cristiani e musulmani in questi due paesi dura da secoli, da quando, cioè, sono nate e si sono sviluppate queste due grandi civiltà. È un errore storico attribuire il merito della pacifica e costruttiva convivenza ai regimi che governano questi due paesi. Tutt’altro: le loro politiche hanno comportato l’inasprimento dei rapporti tra le diverse comunità che compongono le rispettive società civili, creando un clima di tensione che è l’avamposto del settarismo.

La situazione in Iraq e Siria negli ultimi anni è diventata quantomeno drammatica: la guerra scatenata contro l’Iraq nel 2003 e di fatto mai finita (quella che è stata venduta al mondo come guerra per esportare la democrazia) e la repressione del regime di Damasco contro quello che dovrebbe essere il suo stesso popolo, iniziata nel 2011 dopo quarant’anni di dominio della dinastia degli Assad , hanno provocato centinaia di migliaia di morti. Son due situazioni diverse, ma le conseguenze sulla popolazione e sugli equilibri sociali sono tristemente simili. Di fatto la guerra, i bombardamenti, gli stupri, i sequestri, la tortura, le violenze sono l’humus in cui nascono e crescono i germogli malefici del terrorismo. Sono in molti ad approfittare della situazione di generale caos per condurre guerre parallele e fare i propri interessi e gli interessi dei loro mandanti. Il caso di Daesh/Isis, il famigerato Stato islamico di Siria e Levante, ne è una prova. Orde di barbari mercenari si sono infiltrati nei due paesi, armati e formati da potenze straniere e di fatto sostenuti e lasciati liberi dai governi dei due paesi e approfittando della situazione di totale anarchia, sono diventati una potenza. Da più di un anno i siriani gridano che Isis non è contro Assad, ma contrasta, stupra e uccide i suoi oppositori e soprattutto bestemmia e calunnia l’islam dicendo che opera in nome della fede. Nessuno ha dato ascolto ai siriani, anzi, parte della politica e della stampa ha continuato a etichettare Isis come ribelli anti-Assad, cosa del tutto falsa perché In Siria Isis si muove e opera solo dove le truppe governative si sono ritirate e apre il fuoco, perseguita e massacra i civili e gli oppositori al regime.

Oggi Isis è una potenza militare che spaventa e di fronte all’escalation della sua violenza, che ha portato in Iraq all’avvicinamento a zone dove sorgono giacimenti petroliferi, sembra che il mondo si stia svegliando. Nessuno ha mosso un dito per i civili siriani (+ dell’80 per cento musulmani), uccisi da questi barbari, arrivando persino a negare il massacro, ma oggi che si grida alla persecuzione delle minoranze, in Siria come in Iraq, scatta l’allarme. Passerebbe quindi il messaggio che se a morire è la maggioranza musulmana poco importa, ma guai a toccare gli altri. Così facendo si fa solo il gioco di Isis che vuole creare tensione e fomentare l’odio settario. In questo quadro i regimi cantano vittoria, spacciandosi come tutori delle minoranze e la già inaccettabile morte di innocenti viene persino strumentalizzata.

È necessario, quindi, fermarsi e fare chiarezza:

1- In Siria la principale causa di morte sono i bombardamenti aerei operati dal regime siriano, che colpiscono in maniera scellerata e indiscriminata tutta la popolazione, distruggendo e uccidendo a prescindere dalla fede e dall’etnia; ad oggi si contano oltre 200 mila vittime in 41 mesi, di cui oltre 18 mila sono bambini sotto i 16 anni. In Siria muoiono musulmani, cristiani, laici, atei, curdi e armeni da oltre 3 anni. E’ un genocidio che colpisce l’intera popolazione.

2- In Iraq persino l’Onu ha smesso di contare i morti, ma ormai più fonti affermano che sarebbero circa un milione; i cristiani sono tra il 5 e l’8% della popolazione, hanno subito e subiscono le sofferenze e le atrocità che subiscono tutte le altre componenti sociali. Con l’avanzata di Isis la loro situazione è persino peggiorata e sono iniziate le minacce, le persecuzioni casa per casa con tanto di marchiatura in stile nazista. Alle persecuzioni contro gli yazidi si sta dando una valenza religiosa, ma in realtà Isis è interessata ad occupare le loro terre per mettere mani sui giacimenti petroliferi.

3- Isis non rappresenta il sentimento, i valori, i principi dell’islam, tutt’altro: Isis va definito per quello che è, ovvero un gruppo (anche se si definisce Stato) di terroristi mercenari il cui operato è contrario alla fede islamica. Isis sta uccidendo i musulmani in Siria e in Iraq e sta uccidendo con loro le altre componenti etniche e religiose. Isis strumentalizza, mortifica e bestemmia il nome di Dio. L’unica divinità a cui risponde Isis è il denaro. Isis non rappresenta i siriani, non rappresenta gli iracheni, non rappresenta l’islam.

4-Isis è formata da mercenari stranieri che non hanno nulla a che spartire con la causa del popolo siriano che si è opposto a quasi mezzo secolo di tirannia, né con la causa del popolo iracheno che ormai lotta per la sua sopravvivenza dopo anni di genocidio. Isis è una creatura dei servizi segreti internazionali che trova sostegno in diverse monarchie e stati stati finalizzata a “creare scompiglio”, a condurre guerre per procura. Per approfondire di leggano questi articoli: http://www.sirialibano.com/tag/isis, http://www.pagina99.it/news/mondo/6681/Che-succede-in-Iraq.html, http://popoffquotidiano.it/2014/08/11/hillary-clinton-lisil-e-roba-nostra-ma-ci-e-sfuggito-di-mano/, http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=107832&typeb=0.

5 – La strategia della falsa informazione sta mietendo tante vittime: foto spacciate per quello che non sono (seguirà un mio articolo sulla bufala della decapitazione dei bambini cristiani) stanno provocando reazioni anche dall’alto, tra i potenti del mondo. Basterebbe un minimo di attenzione e professionalità per verificare l’origine e la matrice di una foto e di una notizia, ma quella mediatica è una guerra che i regimi e i terroristi combattono senza esclusione di colpi e la stampa disattenta e persino complice ne diventa un amplificatore.

Per chi ha fede, per chi crede, per chiunque abbia una coscienza e un minimo di onestà intellettuale sembra persino scontato dover ribadire che non esiste una guerra in nome di Dio, che nulla e nessuno può giustificare la persecuzione, la minaccia, l’offesa e l’uccisione di un innocente. Non cadiamo nel tranello dell’odio settario, non smettiamo di dialogare, non lasciamo che i seminatori di conflitto prevalgano sui costruttori di ponti. Ci vuole tanta determinazione e tanto coraggio, soprattutto ora, ma è proprio di fronte a queste difficoltà che il mondo dei credenti delle diverse religioni e la società civile tutta, laica, atea, debbono stringersi le mani e far sentire che la vera forza è il dialogo e l’impegno per la pace. Non si tratta di buonismo, anzi: è molto più impegnativo ribadire le ragioni del dialogo e tendere verso l’altro che ergere muri e chiudersi nell’inferno dell’odio.

Volendo immaginare un manifesto dei siriani, degli iracheni, dei musulmani che in questo momento vengono associati erroneamente e ingiustamente al terrorismo bisogna ripetere all’infinito: “no, non in nostro nome”. I cristiani sono nostri fratelli, gli esseri umani di ogni religione ed etnia sono nostri fratelli.

Come autrice di questo blog, come siriana, come musulmana lo ripeto anche io e propongo la campagna: “Not_in_our_name”, per dire no alle persecuzioni, alle false notizie, ai seminatori di odio.

Padre Paolo Dall’Oglio, dodici mesi di silenzio

PAolo-dalloglio-rapito-5Sono passati dodici mesi dal sequestro in Siria di Padre Paolo Dall’Oglio, religioso gesuita italo-siriano. Dodici mesi in cui si sono alternati, nei cuori e nelle menti di chi l’ha conosciuto, stimato e amato, silenzio, ansia, preoccupazione, frustrazione e speranza. La speranza di riaverlo presto tra noi, di rivederlo all’opera, impegnato nel dialogo, deciso a far arrivare al mondo la voce della Siria, forte nella sua volontà di costruire ponti tra popoli e confessioni. Padre Paolo Dall’Oglio è la perfetta incarnazione di un ponte che collega occidente e mondo arabo, un romano doc folgorato dalla Siria, un cristiano consacrato, “innamorato dell’islam, credente in Gesù”, come lui stesso ama descriversi. Un anello di congiunzione di cui si sente terribilmente la mancanza, perché nessuno come lui ha saputo capire i siriani e la loro voglia di libertà e cambiamento e li ha saputi tradurre al mondo occidentale tramite le sue parole e la sua testimonianza. Un pellegrino del dialogo, coraggioso, determinato, generoso.

Siamo in molti a sentirci in qualche modo orfani in questa attesa, siamo in molti a scrivere stanotte, perché Padre Paolo ognuno l’ha vissuto a modo suo, ognuno lo ricorda con un aneddoto, ognuno ne sente la mancanza per una ragione o per l’altra, ognuno ha una foto scattata con lui nel periodo in cui è rientrato in Italia, che conserva gelosamente.

Dodici mesi di lontananza sono tanti, sono troppi per la famiglia, gli amici, i conoscenti, per i suoi compagni in questo pellegrinaggio della vita tra due mondi. Dodici mesi dolorosi perché in questo lungo periodo la Siria che lui tanto ama ha continuato a soffrire e morire nell’indifferenza generale e le voci del male e della discordia che ha sempre combattuto si sono fatte sempre più forti, soffocando i sussurri degli innocenti e il loro desiderio di un mondo libero per tutti.

Torna presto fratello Paolo, torna presto Padre Paolo, il mondo ha bisogno di ascoltarti, l’Italia e la Siria hanno voglia di riabbracciarti e di sentirsi di nuovo più vicine grazie a te, grazie alla tua voce decisa e potente, ma allo stesso tempo gentile e rassicurante. Una voce del bene, una voce che da troppo tempo non ascoltiamo.

#Siria: Isis e l’infibulazione dei cervelli

1512389_10152114831072270_2104092952_nCosa può legittimare e giustificare il silenzio del mondo di fronte al genocidio in corso in Siria, che in 40 mesi ha causato più di 200 mila vittime accertate, tra cui oltre 15 mila bambini? Nulla, assolutamente nulla e allora è importante creare un capro espiatorio. L’aviazione di bashar al assad sta bombardando le città siriane con i barili Tnt, distruggendo interi quartieri, ospedali, acquedotti, scuole e luoghi di culto, provocando la fuga di oltre 4 milioni di persone (3 milioni si trovano nella condizione di profughi nei paesi limitrofi e circa 1 milione sono partiti per altre destinazioni) e generando 9 milioni di sfollati interni (gente senza più una casa) “perché sta colpendo i terroristi”. Già, perché secondo quanto riportano i media siriani e chi sostiene ancora il regime di Damasco in Siria è scoppiata un’improvvisa epidemia di terrorismo che ha contagiato i bambini, le donne, i giovani, gli anziani, per cui tutti meritano di morire. Via allora, si rada al suolo l’intero paese, si proceda con l’arresto, la tortura e l’uccisione degli oppositori pacifici e di quelli che hanno disertato per non uccidere il proprio stesso popolo e al contempo si liberino tutti quei criminali detenuti da anni per reati legati al terrorismo. Questi ultimi si sono organizzati, sono stati pagati e armati, con il bene placito del regime e la complicità di servizi segreti internazionali e governi che hanno tutto l’interesse a mantenere lo stato di instabilità sociale, politica, economica in Siria.

E così i civili siriani, che nel 2011 hanno dato il via ad un movimento pacifico, laico, eterogeneo, comprensivo di tutte le componenti etniche e religiose della società siriana, oggi si trovano a dover subire i bombardamenti e le incursioni del regime da un lato e dall’altro le aggressioni, le violenze, le barbarie dei terroristi di daesh/isis il cui capo si è anche autoproclamato califfo.

I media internazionali che alla Siria non hanno mai riservato lo spazio che questo dramma richiede, i media che hanno sempre giustificato il fatto di non condividere e diffondere video girati da citizen reporter che documentano in tempo reale la situazione negli ospedali da campo, nelle città colpite dai barili, nelle tendopoli perché “non si possono verificare le fonti”, continuano a citare le agenzie del regime e a dare la più ampia visibilità possibile a isis e al suo capo criminale al baghdady (evidentemente considerato attendibile). In questo modo, sulla Siria si sente solo parlare del giuramento di assad per il prossimo settennato e al contempo delle minacce alle minoranze religiose e alle donne del famigerato isis/califfato. Quindi? La conclusione, per chi della Siria sa poco o nulla, sarà quella di dire che “assad non è poi così male e così cattivo ed è sempre meglio lui che i terroristi fondamentalisti persecutori”. Concetti che vengono ripetuti e argomentati anche da personaggi nostrani…

In questo quadro delirante trovano voce solo quelle che per milioni di siriani e di donne e uomini liberi nel mondo – che non ci stanno a farsi prendere in giro – sono le due facce della stessa medaglia: assad e il suo terrorismo di stato, isis e il terrorismo internazionale in finti abiti religiosi. A tal proposito basta ammirate le vignette disegnate da artisti siriani, come quelli di Kafranbel (https://www.facebook.com/kafrev?fref=ts) per capire cosa pensi veramente la Siria su questo argomento.

Non ci si dimentica di nulla? Già, ma è una dimenticanza “collaterale” … in fondo cosa sono milioni di civili inermi? Da che mondo è mondo in ogni conflitto sono i civili, gli ultimi, i dimenticati a pagare e lo fanno in silenzio, per cui anche ai siriani tocca la stessa sorte. Qualcuno sa quante persone sono cadute ieri in Siria? No, perché i media non ne parlano, non fa più notizia, non ha mai fatto notizia (non dimentichiamo che l’Onu ha cessato la conta dei morti e questo la dice lunga…). Nessuno mostra le immagini dei bombardamenti, che arrivano incessantemente attraverso la rete, nessuno mostra le immagini dei civili pelle e ossa nelle città assediate, nessuno raccoglie le denunce dei medici che di fronte a più di 1 milione di feriti, tra cui circa 650 mila mutilati e a migliaia di casi di malati oncologici, diabetici ecc. rimasti senza cure non sanno più cosa fare, nessuno ascolta gli appelli delle donne che non hanno più nemmeno acqua potabile per dissetare i propri figli. La gente non deve sapere del dolore e delle sofferenze dei civili. La Siria deve morire e deve farlo in silenzio.

Si alzano così solo le bandiere e gli inni all’odio; le preghiere per la pace e le richieste d’aiuto cadono nel vuoto. Così l’alter ego del regime, isis/califfato si è invece guadagnato le copertine dei media di tutto il mondo con la sua nuova uscita: infibulazione alle donne di Iraq e Siria. Come se le donne di questi due paesi non abbiano già subito abbastanza: senza più una casa, senza più alcun sostegno, stuprate, rese vedove, costrette a tumulare i propri figli a causa delle violenze del regime, ora si trovano minacciate da questa nuova barbara, disumana, blasfema sentenza. Blasfema, sì, perché ormai dovrebbero saperlo anche i muri che l’infibulazione è una pratica abominevole che nulla ha a che vedere con l’islam, ma evidentemente dire che è un insegnamento del Profeta (bestemmia) è funzionale ad alimentare il clima di odio anti-islamico e a ritrarre il criminale al baghdady come l’incarnazione dell’”islam fondamentalista, persecutore misogino e criminale che il bravo assad combatte a suon di bombe”.

È evidente che questi criminali non conoscono la Siria e i siriani se pensano che avranno campo libero nel voler allungare le loro insulse mani sulle donne: gli uomini e le donne siriani pagheranno anche con la vita pur di non farli avvicinare. Ma in fondo è quello che loro vogliono, nuove vittime, nuove morti. L’infibulazione non fa parte della cultura siriana ed è un’abominevole violenza che non trova alcun riscontro negli insegnamenti dell’islam e questo bisogna ripeterlo fino allo sfinimento perché la gente capisca. Bisogna che la politica, la società civile, gli intellettuali comprendano che questi terroristi sono funzionali ai regimi liberticidi e che catalizzando su se stessi e sui loro deliri l’attenzione del mondo tolgono importanza al dramma taciuto di un popolo che continua a morire sotto le bombe, che continua a fuggire e che spesso, cercando di raggiungere l’Europa, non trova altro che la morte in mare.

Ma la cosa forse più importante è che la notizia di questo decreto, ripresa, amplificata, pubblicata e commentata ovunque, si basa su un fake. A tal proposito si legga la ricostruzione minuziosa e approfondita del collega Lorenzo Trombetta: http://www.sirialibano.com/short_news/infibulate-tutte-le-donne-come-un-falso-fa-notizia.html. L’ennesima bufala mediatica, come quella della crocifissione dei cristiani (vedi http://www.diariodisiria.wordpress.com/2014/05/10/siria-sulla-croce-lumanita-intera/) costruita ad arte per distogliere la già flebile attenzione sul dramma dei civili e alimentare nella gente la convinzione che in Siria sia in atto un’offensiva contro le minoranze a cui il regime si trova a dover rispondere. Naturalmente molti discutibili personaggi hanno colto la palla al balzo per far parlare di sé denunciando questo famigerato proclama, pur non essendosi mai interessati al genocidio in atto da più di tre anni in Siria.

Anche in questo caso, le macchinazioni del regime e dei suoi sostenitori, compresi quindi coloro che questi mercenari barbari li stanno pagando, hanno prodotto un’infibulazione dei cervelli e delle coscienze della gente. Quella gente che ora grida giustamente contro l’infibulazione ma che in 40 mesi non si è accorta degli stupri e delle torture subite dalle donne, persino dalle bambine per mano degli uomini di assad. Quella gente che ora applaude soddisfatta dicendo “come volevasi dimostrare, l’alternativa ad assad è solo il terrorismo fondamentalista”. Quella stessa gente che è pronta a gridare il suo dissenso per altri drammi che si stanno consumando nel mondo, come il genocidio a Gaza, ma che sulla morte quotidiana di civili siriani non si pronuncia e arriva persino a negare ciò che sta accadendo.

La Siria sta morendo con i suoi figli, i suoi giovani, le sue donne e i suoi uomini, la sua storia, le sue città. Non fingiamo di non saperlo. Bisogna gridare contro l’infibulazione e contro tutti i crimini commessi ai danni dei civili, ma non farlo a spot, farlo prendendo una posizione ferma e urgente, chiedendo che si parli del dramma dei civili e si ascoltino le loro voci, senza lasciarle soffocare dalle grida dei violenti guerrafondai. I piccoli angeli morti nella sacralità delle loro case, i giovani uccisi in piazza mentre cantavano libertà, gli innocenti inghiottiti dal mare mentre tentavano di fuggire dalla morte, meritano rispetto e considerazione, non di finire nel dimenticatoio o, peggio ancora, di essere inseriti nell’elenco degli “effetti collaterali di una guerra”. La guerra è crimine contro l’umanità intera.

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#Siria, sulla croce, l’umanità intera

1399182009-ipad-267-0Uomini crocefissi, bendati, esposti allo sguardo disattento dell’umanità intera. La terribile immagine che li ritrae fa presto il giro del mondo, corredata di didascalia: cristiani crocefissi in Siria. Il 2 maggio arrivano le parole del Papa: “Ho pianto quando ho visto le immagini di cristiani crocefissi in un certo paese non cristiano”. I media dormienti sul dramma siriano, sulle oltre 150 mila vittime, i 9 milioni di sfollati interni, i 3 milioni di profughi, i bombardamenti quotidiani, d’improvviso si svegliano e tutti parlano di Siria, per gridare alla persecuzione dei cristiani, alcuni tornando persino a tessere le lodi di bashar al assad quale tutore delle minoranze contro la minaccia del terrorismo fondamentalista. Media iraniani, anch’essi ferrei sostenitori di assad, dicono invece che le persone crocefisse siano sciiti, gridando a loro volta alla persecuzione, omettendo di dire che da tre anni le milizie hezbollah, così come quelle di al qaeda, si sono infiltrate in Siria per combattere una loro guerra parallela, ai danni dell’inerme popolazione civile.

Le persone su quelle croci sono state vittime di un’atrocità ignobile, da condannare. Ma su quelle croci, dopo essere stati uccisi, non c’erano dei cristiani, bensì dei musulmani sunniti. Lo hanno affermato fonti locali, smentendo sul web quanto circolava ormai in modo inarrestabile sul circuito mediatico internazionale, che evidentemente non si è preoccupato di fare la dovuta verifica delle fonti, ma ha preferito alimentare la paura della deriva settaria, con l’inevitabile aggravarsi della disaffezione dell’opinione pubblica sul dramma siriano. Tramite contatti locali, avviando le dovute verifiche, io stessa ho avuto la conferma che non si trattava di cristiani – anche se la cosa non è di certo meno grave – e il 4 maggio ho twittato: “#Siria: uomini uccisi e crocefissi in piazza dai terroristi dell’isis. I media parlano di cristiani, ma sono giovani musulmani della resistenza”.

Nello stesso giorno il collega @Fouad Roueiha scriveva sulla sua pagina Facebook Houna Souria: “Ho realizzato un’intervista con uno degli animatori della campagna “الرقة تذبح بصمت Raqqa is Being Slaughtered Silently” (Raqqa viene sgozzata nel silenzio). Eccovene un breve riassunto.
Le esecuzioni risalgono a tre giorni fa, dodici in tutto di cui sette solo nella città di Raqqa, le altre nei dintorni e tutte per mano di ISIL. Tra i 7 di Raqqa, 5 erano minorenni e dopo la fucilazione (cui hanno assistito anche i famigliari, inermi) i cadaveri sono stati restituiti, il più giovane aveva 12 anni.  I due crocefissi erano adulti, si trattava di due combattenti dell’esercito libero arrestati tempo addietro, i loro corpi sono stati esposti in piazza per tre giorni, appesi a quelle croci.L’accusa per tutti era quello di aver tentato di piazzare ordigni in città (accusa destituita di ogni fondamento, i 5 minori erano civili e gli altri due erano prigionieri), e si trattava di mussulmani sunniti, per quel che conta(…)”.

Una puntuale e precisa ricostruzione dei fatti è arrivata l’8 maggio sul sito SiriaLibano di Lorenzo Trombetta, che tra l’altro riporta le parole di un sacerdote intervistato dall’Agenzia Fides “Tali notizie servono a diffondere terrore, soprattutto hanno l’obiettivo di innescare una guerra settaria”. http://www.sirialibano.com/short-news/quando-morire-i-cristiani.html

Dunque ad essere crocifissi in Siria sono stati siriani sunniti. Qualcuno si sente forse meglio? Non so chi piangerà per loro, se mai arriverà una rettifica, una dichiarazione che dica che la loro è comunque una morte ingiusta, atroce, che fa piangere, anche se non fanno parte di una minoranza. In mezzo a tanto clamore e tanta confusione mediatica, in mezzo a tanta strumentalizzazione, c’è una sola certezza: la popolazione siriana, in tutte le sue componenti etniche e religiose, continua ad essere massacrata nel silenzio e nell’indifferenza nel mondo. Si parla di Siria solo con riferimento alle armi chimiche e alla deriva settaria, trascurando gli allarmi che riguardano la situazione dei civili, in particolare dei bambini. Intanto, assad il prossimo 3 giugno, dopo le ennesime elezioni farsa, si autoproclamerà presidente della Siria, continuerà ad occupare la sua poltrona mentre i civili muoiono, fuggono, soffrono per le privazioni. Il regime usa la fame come arma e ogni giorno sgancia sui centri abitati decine di barili esplosivi, mentre le bande di terroristi armati proseguono impunite a sterminare la popolazione e la resistenza armata è sempre più fragile, ma tutto ciò non fa rumore.

E allora dico: su quella croce, in Siria, è finita l’umanità intera. Ci sono finiti in primis i siriani in Siria, quelli che nel 2011 hanno dato vita alle manifestazioni pacifiche per chiedere la fine del regime e che hanno subito per questo una sanguinaria repressione; ci sono finiti anche quelli che, vittime della loro paura, sono rimasti succubi del potere centrale: gli uni, come gli altri, hanno pagato con il sangue e oggi non hanno più una patria. Ci sono finiti i siriani della diaspora, che dopo mezzo secolo di regime e oltre tre anni di genocidio ancora non sanno dialogare serenamente, né costruire un’opposizione forte, pluralista, unita. Ci sono finite le persone che hanno rinunciato ad indignarsi, a provare a cercare una verità che andasse oltre le ideologie, guardando al dramma siriano dal punto di vista dei civili inermi, assistendo, invece, immobili al loro genocidio. Ci è finita la verità, che come in ogni guerra è la prima vittima ad essere sacrificata. Su quella croce, che al di là dello specifico significato religioso, indegnamente strumentalizzato e offeso dalle azioni dei terroristi, è diventata per molti il simbolo del sacrificio e della passione, sono finiti il sogno di libertà del popolo siriano e con esso il sogno di una lotta pacifica e disarmata per rovesciare un tiranno.

Cosa fare, allora, per capire cosa accade in contesti così complessi? Bisogna partire dal ripudio di tutti gli integralismi, gli estremismi, i fanatismi, di qualunque tendenza siano e ragionare come figli di una stessa umanità, con tutte le sue sfumature, per evitare che civili inermi vengano strumentalizzati e continuino a pagare per i giochi di potere. Voglio dire che la Siria è anche un paese cristiano, essendo stato la culla delle più antiche comunità cristiane del mondo, così come è un paese islamico, con l’80 per cento della popolazione di fede musulmana sunnita, ma soprattutto è un Paese maidani, termine che letteralmente significa civile, con cui i siriani indicano un modello di società pluralista, partecipata, ugualitaria e laica. Ho fatto mie, parafrasandole, le parole del caro Padre Paolo Dall’Oglio, perché sono “Innamorata di Gesù e credente nell’Islam”, pensando a lui e a tutti quelli che credono, amano, rispettano l’altro e vengono perseguitati, minacciati, uccisi da chi strumentalizza il nome di Dio. Per il bene di tutti, per rendere onore a chi è morto per la libertà, per rendere onore a chi è morto senza un nome, senza un perché, dobbiamo lavorare per un’unica finalità: il rispetto dei diritti umani, quale fondamento di ogni libertà e di ogni società civile.

 

L’appello dei famigliari di Padre Paolo Dall’Oglio, a nove mesi dal sequestro – video

PAolo-dalloglio-rapito-5“A nove mesi dal sequestro del gesuita italiano Padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria il 29 luglio 2013, i familiari fanno un appello per la sua libertà: «Chiediamo a chi lo detiene di dare a Paolo la possibilità di tornare alla sua libertà e ai suoi cari e a tutte le istituzioni di continuare ad adoperarsi in tal senso».
Father Paolo’s family is calling for his release, 9 months after he was abducted in Raqqa, Syria.
نداء من عائلة الأب باولو من أجل إطلاق سراحه بعد مرور تسعة أشهر على اختطافه في مدينة الرقّة في سوريا
Neuf mois après l’enlèvement du jésuite italien le Père Paolo Dall’Oglio, enlevé en Syrie le 29 Juillet 2013, les membres de sa famille font un appel pour sa libération: «Nous demandons à ceux qui le détiennent de donner à Paolo la possibilité de reprendre sa liberté et de revenir à ses proches, et à toutes les institutions de continuer à travailler dans ce sens».*
*Dalla pagina Facebook di Ziad Majed
Libertà per Padre Paolo, libertà per tutte le persone sequestrate in Siria, libertà per tutti gli innocenti nelle carceri del regime siriano.
Il popolo siriano è uno, il popolo della rivolta contro il regime è un popolo di pace, rispetto e convivenza.
Padre Paolo è uno di noi, un italo-siriano, uomo di dialogo, di coraggio. Un uomo di pace.

 

Padre Francis: il dolore e la preoccupazione nel giorno del suo non compleanno

1947541_659365824135676_4684202481187896481_n10 aprile 2014 – Homs

Hanno pubblicato in rete questa foto per ricordarlo così, solare, sorridente, vivo. È l’omaggio che i giovani media-attivisti della città assediata di Homs hanno voluto fare a padre Francis, il religioso gesuita assassinato tre giorni fa. Il suo omicidio ha aggiunto dolore e sconforto nei cuori dei giovani impegnati nell’attivismo pacifico che a Homs, nonostante l’assedio che dura da oltre 670 giorni, non hanno mai rinunciato ai propri valori, al proprio spirito e al senso di coesione. Nel commento alla foto i giovani hanno scritto: “Ci commuove che il giorno del tuo non compleanno sia anche il terzo giorno della tua scomparsa”. Secondo la cultura siriana, infatti, al terzo giorno dal decesso di una persona si interrompono i rituali delle condoglianze e si lascia che la famiglia del defunto elabori il suo lutto privatamente. “È come se Abuna Francis ci avesse lasciato un messaggio di speranza, di rinascita “-  scrivono.

Il religioso di origine olandese, in Siria da oltre 35 anni, si trovava nel suo monastero all’interno di uno dei 13 quartieri assediati della città vecchia di Homs. Ce lo avevano fatto conoscere proprio i media-attivisti con i loro video, raccogliendo anche le sue denunce sulla gravissima emergenza umanitaria nella zona e sulla necessità di aprire corridoi umanitari. Padre Francis, insieme ai suoi colleghi musulmani della zona assediata, aveva partecipato attivamente alle operazioni di parziale evacuazione dei civili attuate in conseguenza dei colloqui di Ginevra2, stilando una lista di casi prioritari tra i fedeli della sua parrocchia, che necessitavano di urgente sostegno e cure. (Vedi anche https://diariodisiria.wordpress.com/2014/02/09/padre-francesco-la-voce-dei-gesuiti-di-homs-video/)

“La sua morte – raccontano i giovani in un collegamento Skype – ci ha ricordato un’altra esecuzione, quella dell’imam Safwan Masharqa ( https://diariodisiria.wordpress.com/2013/12/21/ucciso-il-religioso-simbolo-di-homs-sheikh-safwan-masharqa-video/), ucciso sul pulpito mentre parlava ai fedeli proprio della sacralità della vita umana. Uccidere le guide spirituali del popolo significa condannare le persone assediate alla solitudine e soprattutto seminare odio, sospetto, alimentando le derive settarie. Chi ha interesse a uccidere religiosi che da decenni convivono e guidano le rispettive comunità di fedeli nel reciproco rispetto? Chi ha interesse a farlo proprio ora, in questa situazione di grave emergenza esistenziale? L’uccisione di Abuna è una punizione del regime per le sue posizioni contro l’assedio e la violenza. Abuna Francis era un figlio di Homs, come noi – dicono amareggiati – “.

I media-attivisti non hanno dubbi: ad uccidere il religioso sono stati sicari del regime. Quest’ultimo grida all’esecuzione per mano di bande terroristiche. Di fatto il governo di Damasco non è nuovo ad esecuzioni mirate contro personaggi considerati “scomodi”. Il pensiero degli italo-siriani corre verso un altro religioso, padre Paolo Dall’Oglio, che manca al nostro sguardo da oltre 7 mesi. La  preoccupazione per lui, come per tutte le persone di cui non si ha più notizia, cresce di giorno in giorno.