Capire la Siria: 90 secondi a Darayya – video

Darayya.jpgIl gruppo di sostegno internazionale alla Siria “The Syria Campaign” ha diffuso nei giorni scorsi un video di 90 secondi che racconta la drammatica situazione della città di Darayya.

Immagini di una città devastata dai bombardamenti, la cui popolazione, circa ottomila persone, è stata condannata anche all’assedio. Un’arma terribile, subdola, che in Siria colpisce un milione di persone e che provoca malnutrizione, fame, fino a una lenta morte.

Novanta secondi per capire cosa sta accadendo in Siria e da cosa cercano di fuggire ogni giorno migliaia di donne, bambini, anziani.

 

 

 

Diario da Lesbo – Le nuove deportazioni

Foto e testo di Alessandra Aldini

P3200025 (1).jpg“Arrivano notizie della firma dell’accordo EU/Turchia. Potranno iniziare le deportazioni, e con loro l’Europa non sarà accogliente. Possibile che accada tutto ciò nella cara e vecchia Europa? Non vogliamo credere che finisca tutto così ed allora continuiamo il nostro lavoro di catalogazione e selezione dei vestiti e di tutto l’occorrente arrivato in dono a Lesbo dal resto del Mondo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
di Alessandra Aldini

Dopo qualche ora decidiamo di andare a fare un giro per vedere la situazione nei campi e passare del tempo con i migranti. Ad Afghan Hill incontriamo un distinto signore marocchino che ci racconta di essere stato costretto a partire perché, con il suo lavoro di fabbro, non riusciva più a mantenere la famiglia. Piange perché sognava di giungere in Italia da un amico che avrebbe potuto aiutarlo a trovare un lavoro ma, arrivato a Lesbo, non riesce più a proseguire il viaggio. E’ bloccato in quel centro perché non ha diritto di rimanere in Europa. Piange e mi dice che lui non tornerà mai indietro per veder morire di fame la sua famiglia ma, piuttosto, morirà in quel campo.

Si avvicinano in molti per conoscerci e per raccontare le proprie storie: ci sorridono e ci stringono la mano. Tra di loro un ragazzo cattura la mia attenzione. Ha la testa china perché si vergogna del pianto che non riesce a trattenere. Giro lo sguardo altrove, voglio lasciarlo almeno libero di trovare la sua intimità anche in un campo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Torniamo a casa e ci prepariamo alla notte in spiaggia a supporto di Erci, squadra di soccorso internazionale, Proemaid, Gfire, Proactiva, vigili del fuoco spagnoli che da mesi si danno il turno sulle spiagge per aiutare l’approdo dei gommoni. Giungiamo intorno alle 5 ed è subito un pugno allo stomaco. C’è la gente appena arrivata e ci sono tre lembi di spiaggia dove i medici di MSF soccorrono tre uomini in arresto cardiaco. 20 interminabili minuti fino a che, guardando gli sguardi di alcuni di loro, scopriamo che uno di loro non ce l’ha fatta. L’uomo, insieme agli altri due, aveva portato verso la riva quel piccolo gommone.

Ci concentriamo sugli altri migranti ed io inizio ad aiutare una giovane mamma e le sue tre figlie piccolissime, una di loro è particolarmente disperata, trema, non riesce a smettere di piangere e continua a chiamare la mamma che non ha neppure la forza di risponderle. Cerco di abbracciarla e consolarla e dopo qualche interminabile minuto capisce di essere in salvo e mi dona un sorriso. La donna si presenta e presenta le sue figlie. E’ sola e si chiama Raja, che in arabo significa sperare.

P3200034.jpgPasso ad aiutare un’altra mamma che mi chiede di tenere in braccio la sua bimba mentre si cambia i vestiti bagnati. La prendo, piange la piccola, non mi conosce e vuole la mamma. Le cade il cappellino di lana ed io rimango impietrita. Ha una parte del viso e del cuoio capelluto ustionati atroce testimonianza delle bombe al fosforo sganciate dalla Russia in aiuto ad Hassad il dittatore. Non riesco a respirare, ma so che debbo andare avanti per aiutarli. La coccolo, le canto una ninna nanna e il suo sguardo spaventato finalmente si rasserena.

Appena finiamo di aiutare questo gruppo giungono notizie di un altro avvistamento. Corriamo per aiutare e, per caso, vengo inserita nella catena umana che aiuta nello sbarco. Accolgo tra le mie braccia un piccolo che la mamma ha affidato ai soccorritori per poter scendere. Lo guardo, sta bene e mi scruta. Chissà cosa ricorderà di tutto questo.

Il giorno dopo, passate molte ore da quella notte che non potremo dimenticare mai, riusciamo finalmente a parlarne. Per me, Arianna, Carla, Francesco e Giacomo il mare e le sue onde non saranno più la stessa cosa.”

 

 

Diario da Lesbo – Dove naufragano i diritti umani

P3200015.jpgIl secondo giorno a Lesbo – Foto e testo di Alessandra Aldini

Sveglia alle 5 per raggiungere i gruppi di controllo delle spiagge. Diluvia. Inutile andare perché i migranti non arriveranno visto che con il maltempo i rischi aumentano. Non bastano gli assalti della polizia turca, anche il mare in tempesta. Sì, avete capito bene. Ho parlato di assalti dei turchi perché è proprio quello che ci racconta un giovane migrante. I turchi intercettano i gommoni e se serve spaccano i motori delle imbarcazioni stracolme di migranti o peggio, si avvicinano con le barche con il solo fine di arrecare ulteriori danni. Del resto il patto con Erdogan è questo. L’Europa paga e i migranti non debbono attraversare il mare.

P3200039 (1).jpgDecidiamo quindi di aspettare qualche ora per ritornare ai magazzini poiché là il lavoro non manca, mentre mancano volontari visto che non piace a nessuno passare ore ed ore a catalogare e smistare montagne di vestiti. Nessuno ti vede, non hai contatti con i migranti e la visibilità non esiste. Per questo Un Ponte per… ha garantito agli organizzatori dei magazzini la presenza dei suoi volontari.

Durante il lavoro ad un certo punto i nostri occhi incrociano gli occhi di due giovani mamme siriane. Hanno in braccio due piccoli fagottini di pochi mesi e ci sono anche i loro giovani mariti. Sono fortunati perché sono insieme ed anche per noi è una buona giornata: con loro possiamo dare il meglio di noi. Troviamo tutine per i più piccoli, cappellini, maglioni per le giovani mamme e giacconi per i papà. Vengono da Homs, sono provati ma vogliono andare avanti. Non sanno dell’accordo Ue/Turchia e vogliono arrivare nel Nord Europa. Inutile parlar loro delle scelte europee, non ci crederebbero. Li aiutiamo e ci sorridono. Anche noi oggi abbiamo avuto il nostro momento di gloria.

P3200035.jpgDopo pranzo decidiamo di visitare il Campo di “Afghan Hill” che in questi giorni ospita centinaia di migranti. Pakistani, marocchini, algerini, afgani, tutti quelli che non hanno possibilità di accedere alla registrazione. Diversi mesi fa si sono organizzati occupando un uliveto ed i volontari indipendenti venuti ad aiutarli hanno trattato un affitto per il terreno. Hanno organizzato un campo dove si può mangiare, avere vestiti puliti, ma non ci si può lavare. Del resto a chi può interessare tutto ciò se non al gruppo di indipendenti?

C’è anche uno spazio adibito ai giochi con i bimbi ma mancano i nomi famosi delle potenti Ong che diramano comunicati stampa sulle condizioni dei migranti. Loro sono altrove. Pochi metri più avanti nell’Hotspot e nel campo dedicato esclusivamente ai siriani. Li non è possibile entrare né tanto meno fotografare. Sono impenetrabili. L’Hotspot, circondato da filo spinato, ricorda il confine ungherese. Essere accolti dai volontari indipendenti ad “Afghan Hill” e passare davanti all’Hotspot offre la dimensione di quanto sta avvenendo ai migranti. Da una parte forze di polizia, Frontex e l’immobilismo delle grandi ONG, dall’altra i popoli d’Europa e i popoli erranti.”

Bambini siriani condannati a morire di fame

Khaled Fadl Allah Al Ghouta20 feb 2016I medici del Centro Ospedaliero di Al Ghouta hanno lanciato l’ennesimo allarme sulle conseguenze della malnutrizione a cui è costretta la popolazione civile, in particolare i bambini, a causa dell’assedio.

La denuncia dei dottori parla di decine di bambini e anziani in pericolo di vita. A ulteriore prova delle loro parole e della gravità della situazione è stata pubblicata la foto di un bimbo di nome Khaled Fadlallah, di due anni e mezzo, ridotto pelle e ossa dalla mancanza di nutrimento. Il piccolo ha sviluppato problemi respiratori e cardiaci ed è in stato di shock. I medici assicurano che il bambino non ha nessun problema congenito e che il suo stato è dovuto proprio alla totale mancanza di cibo.

Cbu7bJ-WwAAl_9-La situazione è altrettanto grave a Darayya, come denuncia l’attivista Hadi Al Abdallah. La città, su cui sono stati sganciati oltre 6500 barili bomba, è sotto assedio da 1185 giorni e la fame sta facendo lentamente e atrocemente morire i civili inermi.

Decine di famiglie hanno organizzato un sit-in esponendo cartelli in arabo e in inglese per denunciare la gravità della condizioni in cui sono costrette.

 

 

Aleppo non deve morire

Aleppo - Masjed Oumai.JPGSono giorni terribili per Aleppo, una delle più antiche città della Siria, cuore economico del Paese, oltre che simbolo di una cultura millenaria. La metropoli è sotto il fuoco spietato e congiunto del regime siriano e dell’aviazione russa e gli abitanti che hanno resistito alle barrel bombs per cinque anni ora sono in fuga, non si sa per dove, così come non si sa se mai troveranno accoglienza.

Aleppo sta morendo. Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere per lei un epitaffio, ma è rimasto un’incompiuta… Aleppo non deve morire. Il dramma di questa città si sta consumando davanti agli occhi di tutti, ma la politica continua a percorrere strade volutamente annodate e chiuse e la tragedia umanitaria assume proporzioni sempre più grandi. Nessun pudore per i tuttologi dell’ultima ora, che Aleppo non saprebbero nemmeno indicarla su una cartina geografica, ma non esitano a schierarsi e assumere l’atteggiamento di tifosi estremisti. Nessuna pietà per le centinaia di migliaia di civili che continuano a morire e per quelli che prendono i figli in braccio e cercano di correre via, lontano. IMG_0154.JPG

Ho lasciato l’epitaffio come bozza e stasera voglio ripubblicare ciò che ho scritto nell’agosto 2013, dopo il mio primo viaggio in questa città. Parole che sono ancora così tristemente attuali, anche se sono passati già tre anni. Aleppo è la città delle mie origini e vederla esanime mi fa rivivere quella sensazione dolorosissima che si prova quando si perde un familiare. Ma Aleppo non deve morire…

Quando arrivo ad Aleppo è ormai notte. La città è immersa nel buio più profondo e le uniche luci sono quelle di cassonetti incendiati e di alcuni generatori. L’aria è irrespirabile: è l’odore della morte  che avvolge il centro abitato. Il buio è interrotto solo dagli spari; raffiche di mitra ed esplosioni scandiscono la notte. Alla luce del sole scopro intorno a me macerie e devastazione. Fa uno strano effetto vedere bambini che camminano in strada, anziani seduti a fumare, donne e uomini che si muovono furtivi. Fa uno strano effetto rendersi conto che la gente lotta disarmata per sopravvivere. Anche i cecchini si sono svegliati e sparano, feriscono, uccidono. Inizio la mia prima intervista con un volontario della Protezione Civile che, a mani nude, scava alla ricerca dei corpi intrappolati sotto il peso delle loro stesse case piegate dalle bombe. Sentiamo un urlo. Ho la fotocamera appesa al collo e la handycam ancora in borsa. Le accendo entrambe, le metto in funzione: hanno trovato il corpo di una donna. Era lì da una settimana. Le prime immagini che immortalo sono quelle di giovani intenti a recuperare i corpi senza vita di civili uccisi senza pietà da ordigni illegali. I cadaveri sono ormai irriconoscibili; una striscia di nastro adesivo con su scritta la data e il luogo di ritrovamento  diventa l’unico segno distintivo. È la Siria di oggi: la terra dei gelsomini coperta di fosse comuni. Nelle zone di periferia, immense tendopoli in mezzo agli uliveti fanno da riparo a milioni di sfollati. Negli ospedali da campo i feriti sanguinano a terra senza neppure un letto. I bambini non vanno a scuola da tre anni e con i loro occhi grandi ti interrogano senza farti domande. Quando sorridono, tutto intorno sembra tacere…”.

La nebbia, una buona compagna di viaggio

image

L’auto procede lentamente verso l’aeroporto, sfidando i muri di nebbia che all’alba ostacolano la vista e rendono difficile il percorso.
La prima tappa del viaggio è finita. La prossima direzione è Istanbul, dove ci sono oltre 800mila siriani registrati e altrettanti che si muovono nella clandestinità, in attesa di proseguire la loro fuga verso il nord Europa.
Il conducente è  di poche parole e dopo il buongiorno e due battute sul meteo si concentra silenziosamente sulla guida. Per me è meglio così, non ho nessuna voglia di parlare, sono presa da mille pensieri e sto cercando di riordinare mentalmente le testimonianze, soprattutto femminili, che ho raccolto fino a quattro ore prima. Il sonno qui non trova spazio.
Non si vede davvero nulla, ma quel tratto ormai lo conosco. A questo incrocio, proseguendo verso sinistra, si arriva al Ma’abar, uno dei valichi di frontiera che separa Turchia e Siria. Qui, invece, nel tratto dove la montagna che fa da barriera naturale è più  basa,  c’è la torretta con il militare di guardia; a questa altezza il blindato mimetico fa continuamente  avanti e indietro per pattugliare il confine e impedire gli ingressi clandestini. Ma quel flusso umano non si ferma davanti a nulla, e poche decine di chilonetri più a ovest, mi hanno raccontato alcuni testimoni, nonostante  i cecchini, la gente supera il filo spinato e si lascia alle spalle la Siria, e c’è anche chi fa il percorso inverso. Avrei voluto provarci anche io, tornare a distanza di un anno e cinque mesi in quella che un tempo era chiamata la terra dei gelsomini, e che ora si è trasformata in un lento fiume di sangue. Ma la Siria per ora è offlimits.
Di testimonianze  da raccogliere, ormai, da questa parte del filo spinato ce ne sono centinaia di migliaia e raccontano la complessità di un dramma che ha assunto proporzioni enormi. Le voci dei siriani che ho incontrato sono pacate, ma urlano vicende strazianti. Testimoni e vittime di crimini indicibili. Riparto con la valigia piena di appunti e fotografie, ma il peso maggiore è nel cuore. Credo che ancora non siano state coniate parole adatte a descrivere lo sguardo di chi è sopravvissuto a una guerra, soprattutto se si tratta di un bambino. Dovrò trovarle per non consegnare all’oblio le loro vicende umane…
La nebbia, intano, continua a salire, ma oggi è buona compagna di viaggio.

La picccola Picasso siriana “Ma io non so disegnare…”

image

I lunghi capelli rossi raccolti in una coda di cavallo, il foglio bianco che resta per più di mezz’ora immacolato, mentre quelli dei compagni si colorano velocemente. La bimba, che chiameremo Maryam, stringe tra le dita la lunga matita che le è  appena stata consegnata, ma resta immobile. Le viene chiesto perché  non stia disegnando e lei, dopo attimi di imbarazzo, si scioglie in un pianto soffocato. “Io non so disegnare. Non so come si fa”.
Huda, l’educatrice del progetto “Child again”, che dall’Italia sostiene le scuole temporanee in Siria e al confine, si siede accanto a lei e, dopo averla rincuorata, inizia a farla giocare con matite e colori, facendole prendole confidenza.
Maya, l’insegnante mi spiega che la bimba, di circa 9 anni, non è mai andata a scuola e che, da circa quattro anni, si sposta di villaggio in villaggio con la famiglia per fuggire ai bombardamenti. È arrivata in questa città  di confine da solo un mese e da appena una settimana è stata iscritta a scuola per la prima volta. La piccola ha diversi traumi fisici, ma sono sopratutto quelli psicologici che le creano dolore. Alla fine della giornata ha disegnato, con l’incoraggamento dell’educatrice, solo una serie di quadrati. Finalmente, però, sorride soddisfatta.  Si lascia persino fotografare.
Mi vengono in mente, e forse per la prima volta ne capisco il senso più  profondo, le parole di Pablo Picasso che, interrogato da un ufficiale nazista che gli chiedeva se avesse compiuto lui quell’orrore,  riferendosi a un quadro del maestro, rispose: “No, l’avete fatto voi”.
Quei quadrati sparsi su un  foglio non sono frutto della fantasia di Maryam. Sono l’orrore di cinque  anni di violenze in Siria, cinque anni che hanno segnato una generazione, derubandola della sua infanzia e spensieratezza.
Discutiamo su questo e altri casi particolari con le insegnanti e una di loro, che è  anche madre, dice: “almeno qui e ora nessuno li bombarda e nessuno di assedia. Il peggio per loro è passato: pensiamo ai bambini nelle città  siriane assediate, pensiamo ai bambini di Madaya che stanno morendo di stenti”.