Generazione senza padri – Recensione

Non potevo che partire dal capitolo “Scrivere della Siria (senza poter andare in Siria)” per recensire il libro “Generazione senza padri. Crescere in guerra in Medio Oriente”, di Gaja Pellegrini – Bettoli, pubblicato da Castelvecchi Editore ad aprile 2019. L’autrice affida a quelle pagine il racconto delle difficoltà di non poter entrare nel Paese mediorientale e descrivere dall’interno le conseguenze della guerra sulla popolazione civile. Un rammarico, il suo, condiviso e sentito da chi segue la Siria da anni, e come reporter sente tutto il peso e il limite di non poter essere lì come testimone dei fatti. Le pagine di questo volume si contraddistinguono anche per l’autenticità nel raccontare i momenti difficili e gli ostacoli che incontrano i reporter che operano in alcune zone del mondo.

L’opera raccoglie reportage e interviste realizzate tra il 2012 e il 2017, quando ha iniziato a lavorare in Medio Oriente e Nord Africa come freelance, andando in Algeria, Libano, Israele, Gaza, Cisgiordania, Siria e Iraq. La giornalista esordisce scrivendo “Questo libro è personale (…) Il mio scopo è di offrire una finestra sulla quotidianità che ho potuto osservare in Medio Oriente e spero che, alla fine della lettura di queste pagine, avrete sostituito, come è successo a me, alcune certezze con delle domane, non le mie, ma le vostre”. Il volume, infatti, non ha la pretesa di essere un saggio giornalistico che indaga la realtà dei Paesi elencati, ma offre uno spaccato sull’esperienza personale dell’autrice, sulla sue impressioni e perplessità, sui suoi incontri, sulle sue scoperte rispetto a un mondo lontano e vicino allo stesso tempo.

Quelli che racconta Gaia sono viaggi in città contese, attraversate da guerre, rivolte, terrorismo, radicalizzazione, sequestri, luoghi dove vivono donne, uomini e bambini, “generazioni senza padri”, che cercano di resistere in un contesto certamente non facile. L’autrice parte dalla ricostruzione del sequestro in Algeria della una cooperante sarda Rossella Urru, scrivendo poi di Beirut, Gaza, Mosul, Gerusalemme, senza limitarsi alla cronaca delle vicende che hanno attraversato queste città, ma addentrandosi nel vissuto di civili, giornalisti, attivisti, artisti, ma anche politici e militari, vittime e carnefici che hanno offerto punti di vista inediti al grande pubblico occidentale.

La ricchezza di questo libro è tutta nel desiderio della reporter di mediare, tradurre, spiegare realtà che spesso vengono frettolosamente dipinte da una narrazione viziata dalla retorica, e che invece meritano di essere viste da un punto di vista diverso. Gaja Pellegrini -Bettoli cita, in un passaggio, Bob Woodward: “Il dilemma centrale nel giornalismo è che non si ignora quello che non si sa” e l’approccio usato dalla reporter è proprio quello di offrire suggestioni, non dettare verità, per questo vale la pena leggerlo. Ci sono voci di bambini, giovani donne e anziani nelle pagine che scorrono velocemente, sguardi nuovi che si uniscono allo sguardo dell’autrice.

Si davano il turno perché dopo qualche giorno lavorando in quelle condizioni avevano bisogno di uscire da Mosul e riposarsi per almeno ventiquattro ore. Io facevo avanti e indietro con loro. quando si è stanchi, la tensione e le emozioni ti attraversano senza lasciare spazio per filtri. Si vede chi sei: tu vedi chi sei“. (Mosul, l’etica del giornalismo al fronte, pag 100)

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