Il mio incontro con Papa Francesco

img-20160922-wa0060“Voi scrivete la prima bozza della storia”: è una delle prima frasi che Papa Francesco ha pronunciato nel suo discorso davanti ai giornalisti italiani, ricevuti in udienza privata lo scorso 22 settembre 2016. È una considerazione bellissima, su cui tante volte ho riflettuto e che ora assume i tratti di una vera e propria missione, da onorare ogni giorno.

La delegazione è numerosa, ci sono anche io, invitata dai colleghi che conoscono la mia stima e ammirazione per il Pontefice e il mio fermo e convinto impegno in favore del dialogo e contro il fanatismo. Mi hanno fatto il più bel regalo di sempre.

Sono seduta in quinta fila, lo vedo entrare e riesco a osservarlo per tutto il tempo. Quando pronuncia il suo discorso si alza in piedi. Le sue parole sono un’esortazione a un impegno impregnato di etica. Ho dimenticato il mio immancabile taccuino e prendo appunti sul retro dei bigliettini da visita che ci siamo scambiati con alcuni colleghi. Il Pontefice ci esorta a fermarci e riflettere, ad amare la verità, a vivere con professionalità e a rispettare la dignità umana. Il Santo Padre ci ricorda che il giornalismo può diventare un’arma di distruzione, ma anche uno strumento di costruzione. Sono concetti con cui mi confronto ogni giorno e che motivano il mio impegno professionale. È come se aspettassi da sempre di ascoltare queste parole.

Arriva l’atteso momento dei saluti. Non so se tutti i presenti potranno stringere la mano a Papa Francesco; aspetto indicazioni e mentalmente ripenso alle parole che vorrei dirgli e sui cui rifletto da alcuni giorni. Fanno alzare anche la fila in cui sono seduta. Il cuore mi batte forte, mi sembra un sogno che sta per realizzarsi. Vicino al Pontefice c’è il presidente dell’Ordine Iacopino che mi presenta. Sono davanti al Papa, gli stingo la mano e gli dico “Grazie per tutto quello che fa per la Siria. La mia penna e la mia vita sono al servizio della pace. Io sono con lei e condivido il suo impegno”. Il Pontefice mi ascolta e mi sorride e poi mi dice: “Insieme, dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme”. Sono stati pochi istanti, ma mi sono sembrati lunghi, intensi. Di certo hanno cambiato per sempre la mia vita.

Esco dal Vaticano col sorriso, gli occhi lucidi dall’emozione, il cuore che batte forte e soprattutto un nuovo slancio, una spinta a vivere con sempre maggiore intensità e passione il mio lavoro. Sono una musulmana praticante e oggi ho conosciuto il massimo esponente della Chiesa cristiana, ma ho conosciuto soprattutto un uomo di nome Francesco. Un gesuita come Padre Paolo Dall’Oglio, che noi italo-siriani tanto amiamo. Semplice, umile, umano, che parla guardando gli altri negli occhi, con un un tono di voce pacato, ma che con le sue parole è capace di far muovere le montagne. In questa vicinanza umana trova pace la mia anima che di fronte alle tante sofferenze che stiamo vivendo è continuamente alla ricerca di una speranza. “Insieme”, mi ha ripetuto il Papa e queste parole si sono scolpite nel mio cuore come una nuove missione. Nel congedarsi il Pontefice ci ha benedetto e ci ha chiesto di pregare per lui. Io lo farò sempre.

 

 

Perché accolgo e rilancio l’appello del Papa

Su_Santidad_Papa_Francisco (1).jpgLo scorso 14 settembre, durante una messa in ricordo di padre Jaques Hammel, barbaramente ucciso a Rouen, in Francia, Papa Francesco ha rivolto un appello: Quanto mi piacerebbe che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”.  Le parole del Pontefice, pronunciate con dolore e coraggio, sono un’esortazione che non ho potuto non accogliere e rilanciare. Da credente e da teologa, infatti, non mi stancherò mai di dire che tutte le barbarie e i crimini che vengono commessi in nome di Dio, in nome di Allah, non sono altro che una bestemmia, un’offesa ai valori e agli insegnamenti della fede. Uccidere bambini, civili disarmati e innocenti, religiosi e persino animali e piante è considerato dall’islam haram, peccato, anche in contesti di guerra.

Da troppi anni stiamo assistendo a un uso blasfemo e strumentale del nome di Allah, tanto che è stata sdoganata l’espressione “terrorismo islamico”, che oltre a ferirci come credenti, costituisce di per sé un ossimoro. Il terrorismo è l’opposto della fede, non una sua espressione. L’islam oggi è diventato una sorta di brand per le multinazionali del terrore, che usano il nome e la simbologia di questa religione per attirare adepti e per crearsi una bandiera sotto la quale operare. L’islam è diventato una copertura che incarna l’immagine del nemico perfetto nascondendo la realtà di militari e funzionari di servizi collusi, miliziani e contractors, trafficanti di armi e di esseri umani, poteri nascosti che stanno ridisegnando la geopolitica del Medio Oriente e gli equilibri e le alleanze internazionali. Questa copertura in molti casi è sostenuta da religiosi corrotti e politicizzati, che indottrinano giovani in cerca di un’identità e di un riscatto e inquinano le loro menti con l’odio e la propaganda. Tutto questo forse rappresenta il peggior incubo per i fedeli, che vedono macchiata per sempre la propria immagine e la propria identità. Cos’è tutto questo, se non opera del diavolo, che è l’incarnazione del male, della corruzione, della falsità? Ecco perché io abbraccio e faccio mio il pensiero di Papa Francesco. Uccidere in nome di Dio è satanico, è opera del demonio, è amal al-shaytan.

In Siria e in Iraq, dove Daesh/Isis ha iniziato a operare tra il 2013 e il 2014, conosciamo bene di cosa sono capaci i terroristi. Si sono insediati nella lotta di un popolo che chiedeva libertà e diritti umani, sono penetrati nel tessuto sociale fingendosi sostenitori dei partigiani per poi mostrarsi in tutta la loro crudeltà. Massacri, esecuzioni, stupri, pulizia etnica, distruzione del patrimonio storico e artistico. Sono il rovescio della medaglia delle azioni del regime che bombarda il suo stesso popolo, distrugge le sue stesse città, tortura i suoi stessi cittadini, li costringe alla fame, alla malattia e all’esilio. Anche tutto questo è demoniaco, disumano, terribile. Il resto del mondo ha poi conosciuto le atrocità di cui sono capaci questi criminali e ci sono state centinaia di vittime innocenti.

Per sconfiggere il terrorismo non servono bombardamenti, serve ben altro, iniziando dal blocco dei loro finanziamenti e della fornitura di armi e dall’interruzione dell’acquisto del petrolio iracheno e siriano su cui Daesh/Isis ha messo le mani. Andrebbero poi immediatamente bloccati tutti i loro canali di propaganda e chiuse le loro reti di comunicazione. È assurdo continuare a dare loro visibilità e spazio, condividendo i loro proclami e lasciando che facciano proseliti. La battaglia contro questo male, il male del secolo, è infatti anche culturale. I giovani devono avere gli strumenti per difendersi dai cattivi maestri ed evitare di diventare manovalanza di questa grande organizzazione criminale. Bisogna salvare i ragazzi da questi sussurri di satana.

Padre Hammel, descritto da tutti come uomo di dialogo e fratellanza, di fronte ai suoi giovani assassini aveva detto: “Vattene Satana”. Un’esortazione forte, carica di significato. Nei suoi carnefici l’uomo ha visto l’incarnazione del male, del demonio, di quello che islamicamente chiamiamo shaitan e contro il quale chiediamo continuamente rifugio in Dio. È stato ucciso mentre celebrava la messa, in un contesto consacrato. Ha dato una grande lezione di devozione, amore e coraggio. Il suo martirio mi ricorda quello di un religioso musulmano siriano che io non dimenticherò mai. Si tratta di Sheikh Safwan Masharqa, ucciso nel quartiere di Al Waer, a Homs, il 20 dicembre del 2013 mentre era sul pulpito della moschea di Omar. Questo mite religioso era grande amico di padre Francis Van Der Lugt , ultimo missionario a Homs, ucciso  il 10 aprile del 2013. Quando capì che i bombardamenti miravano proprio verso il pulpito, ha rivolto un appello alla misericordia di Dio, contro il male, continuando a pregare mentre i fedeli impauriti gridavano. È stata la sua ultima celebrazione. Questi religiosi sono il simbolo del vero significato della fede, che è amore e sacrificio. Contro chi uccide in nome di Dio, ascoltando satana.

 

Esilio dalla Siria – recensione

hamadi-esilio-cover-WEB.jpgPassare dal sogno e dalla speranza di raggiungere “La Felicità araba” all’amara e dolorosa realtà del “L’esilio dalla Siria”. Si potrebbe sintetizzare così il percorso umano e letterario del giovane scrittore italo-siriano Shady Hamadi. È il racconto in prima persona di una tragedia che tocca l’autore negli affetti, nella memoria, nelle radici. Una tragedia che coinvolge e sconvolge l’intero popolo della Siria, “orfano di compassione e solidarietà”.

Le parole di Hamadi sono un appello composto e disperato, un manifesto contro l’indifferenza che rende l’umanità spettatrice e complice della morte di un popolo insorto per chiedere libertà e diritti umani. L’autore illustra con lucidità e ricchezza di dettagli i fatti che hanno scandito gli ultimi anni della vita in Siria, dalla nascita del movimento non violento che chiamava alla democrazia e alle riforme, alla violenta e sanguinosa repressione, dalla nascita del movimento terrorista Daesh alle ingerenze politiche e militari di Paesi stranieri, fino alla diaspora e all’interruzione della conta dei morti.

Stop_Blood_in_Syria.jpg“Esilio dalla Siria” è la fotografia di una nazione che sta morendo sotto il peso delle bombe, nel silenzio della diplomazia e della società civile internazionale. Un lamento dignitoso e sofferto per un lutto collettivo, che è al contempo personale, perché Hamadi ha sangue siriano e quel sangue brucia.

L’autore fa un atto di grande generosità aprendo il suo cuore, affidando alle pagine del suo libro i pensieri e i sentimenti di un giovane italo-siriano che assiste impotente alla fine di un sogno, che è anche la fine di un popolo, il suo popolo. Emozioni che trapelano in ogni ricordo, in ogni considerazione, in ogni analisi. L’uomo ferito e l’analista brillante si uniscono per offrire ai lettori uno spaccato umano, intimo e profondo di una crisi, quella siriana, che è ormai entrata nel suo sesto anno.

Hamadi ricorda in molti passaggi una delle voci più belle e autorevoli che hanno raccontato il calvario della Siria, padre Paolo Dall’Oglio, che manca allo sguardo di parenti e amici da tre lunghi anni. È come se il silenzio forzato del gesuita italo-siriano racchiuda in sé il lutto e la desolazione di tutti i civili inermi e di tutti coloro che ancora credono nel valore della parola e della vita umana.

Shady Hamadi – Esilio dalla Siria