L’addio all’ultimo pediatra di Aleppo

Dott Maaz Wasim Muhamed Aleppo 27 aprile 2016Il suo nome e il suo volto resteranno scolpiti per sempre nella memoria di centinaia di famiglie siriane. Mohamed Wassim Moaz aveva 36 anni ed era l’ultimo pediatra rimasto ad Aleppo. Aveva deciso di restare nella sua città per occuparsi dei bambini che ogni giorno si svegliano sotto la minaccia delle bombe. Non aveva paura di morire, raccontano i colleghi che lo hanno conosciuto, ma solo una grande sete di giustizia e una profonda umanità.

Mohamed è rimasto ucciso nel bombardamento scellerato che ha colpito l’ospedale Al Quds, sostenuto da Medici Senza Frontiere. Insieme a lui sono caduti i colleghi Ahmad Almohamed e il collega Ahmad Yesin, oltre a due infermieri. L’offensiva ha provocato più di una ventina di vittime nell’ospedale. In tutta la città di Aleppo si contano, solo negli ultimi tre giorni, centinaia di morti a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti del regime di Bashar Al Assad e dell’aviazione russa.

Con Mohamed se ne va, per migliaia di bambini rimasti ad Aleppo, anche la fragile speranza di poter ricevere cure adeguate. Si spegne, così, l’ultimo barlume di umanità in una città che sta subendo i peggiori crimini di sempre. I colleghi di Mohamed affidano al web il proprio dolore e il proprio ricordo. “Passavamo almeno sei ore al giorno insieme”, racconta il dottor Hatem. “Era amichevole, gentile e amava scherzare con tutto lo staff. Vorrei che venisse ricordato per la sua bravura e umanità”.

Colpire gli ospedali e i medici è contro tutte le convezioni internazionali, ma in Siria ormai è diventata un’abitudine. In tutto il Paese sono centinaia gli ospedali bombardati dall’aviazione governativa, che continua indisturbata a fare stragi di innocenti. Secondo l’Organizzazione dei Medici per i Diritti Umani in Siria sono stati uccisi, dal 2011 al 2015, almeno 610 tra medici e infermieri, con 183 strutture sanitarie colpite. Dati confermati anche dal Syrian Network for Human Rights che ha denunciato l’uccisione di 445 medici e la distruzione di 256 tra ospedali e punti di soccorso.

Viene naturale chiedersi cosa farebbero Al Assad e i suoi sostenitori, i fedelissimi e gli alleati, se i loro figli avessero bisogno di un medico, l’ultimo in città, ma questo medico non ci fosse… perché loro stessi lo hanno ucciso. Domanda retorica.

Mentre Aleppo brucia e gli aerei continuano a distruggere ciò che resta della millenaria città, sui social sono stati lanciati gli hashtag #NotATarget #Bombing_hospitals_war_crime #Aleppo_is_burning e #Save_Aleppo.

 

Ancora stragi di civili ad Aleppo – Video shock

339D959300000578-3562398-image-a-70_1461855305645Fumo, macerie, sangue, vittime e feriti: l’ennesima strage di civili si è consumata poche ore fa ad Aleppo,  a seguito di un bombardamento dell’aviazione governativa.

L’offensiva ha provocato oltre ottanta morti, tutti civili, ma il bilancio è destinato a salire. Sono stati colpiti i quartieri di Bustan Al Qasr e Al Kallase e molte case si sono piegate su se stesse sotto il peso degli ordigni. Sono intervenute, come sempre, le squadre del Difaa al Madani, la Protezione Civile, che nei giorni scorsi hanno pianto la morte di cinque dei loro volontari, uccisi in un bombardamento.

Negli ultimi giorni l’offensiva sui civili si è fatta particolarmente feroce. Tra gli obiettivi colpiti ieri c’è anche l’ospedale Al Quds, sostenuto da tempo dall’associazione internazionale Medici Senza Frontiere (MSF). Almeno 27 vittime, tra cui il dottor Mohamed Wassim Moaz, l’ultimo pediatra operante ad Aleppo.

Media attivisti locali hanno diffuso in rete video che documentano i drammatici istanti successivi alle deflagrazioni.

Attenzione, + 18, immagini molto forti

 

Foto: @AFP

 

Capire la Siria: 90 secondi a Darayya – video

Darayya.jpgIl gruppo di sostegno internazionale alla Siria “The Syria Campaign” ha diffuso nei giorni scorsi un video di 90 secondi che racconta la drammatica situazione della città di Darayya.

Immagini di una città devastata dai bombardamenti, la cui popolazione, circa ottomila persone, è stata condannata anche all’assedio. Un’arma terribile, subdola, che in Siria colpisce un milione di persone e che provoca malnutrizione, fame, fino a una lenta morte.

Novanta secondi per capire cosa sta accadendo in Siria e da cosa cercano di fuggire ogni giorno migliaia di donne, bambini, anziani.

 

 

 

C’era un nido di rondini sul mio balcone

RONDINIUna mattina di quattro o cinque anni fa, annaffiando le piante sul balcone, mi sono accorta che una rondine stava facendo il nido sotto il tetto di casa mia. Sono rimasta a osservarla a lungo, indaffarata com’era a costruire quella che sarebbe diventata la sua dimora. Quell’uccello, quella mamma migrante, aveva scelto la nostra casa per far nascere i suoi cuccioli. In un certo senso ne ero onorata. I miei figli ed io aspettavamo con ansia di vederli affacciarsi e intanto ci godevamo il volo della rondine madre e il suo canto. Un piccolo guscio schiuso caduto a terra ci ha dato l’annuncio del lieto evento.

Il balcone era animato, ma la presenza del nido abitato significava anche dover fare i conti con lo sporco che, inevitabilmente, quegli uccellini provocavano. Non era più possibile sedersi prima di aver pulito e disinfettato tutto. Una bella scocciatura, ma la tenerezza che quegli uccellini avevano portato con sé ci ripagava di tutto. La storia si è ripetuta per quattro o cinque primavere. Quando sentivamo cantare sul balcone, sapevamo che la rondine era tornata nella sua casetta.

Era già iniziata la repressione in Siria e le nostre vite erano state profondamente segnate. Ogni giorno arrivavano notizie di vittime e case distrutte, di violenze e orrori e quel nido, in qualche modo, era una parentesi di speranza. Quest’anno è arrivata la primavera, ma il nido non c’è più. Il padrone di casa, stanco di tutti quei nidi sparsi sotto il tetto, ha deciso di abbatterli. Anche quello sopra il mio balcone. Adesso ho un balcone pulito, posso sedermi senza paura di essere sporcata, non ci sono macchie da rimuovere e spazi da disinfettare. Tranne i fiori che stanno facendo i conti con il tempo instabile, adesso il mio balcone è privo di vita.

C’era un nido di rondini sul mio balcone, una mamma uccello-migratore che aveva scelto la casa mia e dei miei figli per dare alla luce i suoi di figli, per dare loro riparo e nutrimento. Non aveva avuto bisogno di permessi e concessioni, la rondine era arrivata libera e in libertà era tornata, puntuale, stagione dopo stagione. Ora non verrà più da noi. Nessun muro per respingerla, ma un malefico bastone che ha distrutto il suo nido… per “motivi ambientali”. E le case in Siria continuano a crollare. E i migranti annegano. E i muri si innalzano…

Siria, medici nel mirino e interventi underground- Video

Cf6zAqpWcAAeEaQ.jpgSulle pagine internet che raccontano il dramma della Siria è stata diffusa la foto a lutto di Hasan Al Araj, medico originario di Kafar Zeita, in provincia di Hama. Camice bianco, con lo stetoscopio appeso al collo e la mascherina abbassata, la foto è stata condivisa da attivisti per i diritti umani e da associazioni di medici che si battono per la salvezza dei colleghi in Siria, come il Sams, Syrian American Medical Society.

13001316_1006351772747957_2261722158784864748_nHasan è rimasto ucciso mentre era in auto, ma non è stato ancora accertato se a colpire la vettura sia stata l’aviazione russa o governativa. Era l’ultimo cardiologo sopravvissuto nella città di Hama e operava al Maghara Central Hospital. Viene definito un leader della società civile per il suo impegno in favore dei suoi concittadini e per aver organizzato le attività del piccolo ospedale, che per mesi ha garantito assistenza anche a migliaia di sfollati. Insieme al suo staff ha prestato soccorso alle vittime degli attacchi con armi chimiche.

medical-toll-en.jpgSono oltre 600, secondo il Syrian Network for Human Rights, i medici rimasti uccisi in Siria negli ultimi cinque anni; 553 sono stati uccisi dalle Forze governative e 19 dall’Isis. Molti ospedali sono stati distrutti dai bombardamenti  e le condizioni in cui operano chirurghi e infermieri sono assolutamente precarie.

 

CgDopsMUkAAtIyEAd Aleppo, ad esempio, anche ieri è stato aperto il fuoco contro un’ambulanza che correva in soccorso di civili feriti a seguito di un bombardamento. Alcuni medici hanno raccontato in un video , diffuso anche dalla BBC, che sono costretti a operare sottoterra, in ambienti non favorevoli e con la continua minaccia dei bombardamenti, nonostante il cessate il fuoco.

Il mio viaggio a Molenbeek su Panorama

20160325_161612Quando arrivo a Molenbeek come inviata di Panorama, nel quartiere dove sono nati e dove si sono nascosti i terroristi delle stragi di Parigi e Bruxelles, piove abbondantemente.  È mattino presto e c’è poca gente in giro. La prima persona con cui parlo è una donna. Ha paura per i suoi figli che crescono in quel quartiere. L’ultimo a raccontarmi le sue angosce e il suo dolore è un barista, che vorrebbe chiudere e andare via, ma non saprebbe di cosa vivere.

Pochi giorni non bastano per sciogliere il bandolo della matassa e capire tutte le dinamiche che portano un giovane nato e cresciuto in Europa a diventare terrorista, ma camminare in quelle strade, ascoltare quella gente, cogliere e interpretare gli sguardi, i gesti, i silenzi mi ha aiutata ad approfondire una realtà complessa e tristemente attuale.

Qui il reportage completo: Molenbeek, nella tana dei terroristi pubblicato sul sito di Panorama.

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Diario da Lesbo – Le nuove deportazioni

Foto e testo di Alessandra Aldini

P3200025 (1).jpg“Arrivano notizie della firma dell’accordo EU/Turchia. Potranno iniziare le deportazioni, e con loro l’Europa non sarà accogliente. Possibile che accada tutto ciò nella cara e vecchia Europa? Non vogliamo credere che finisca tutto così ed allora continuiamo il nostro lavoro di catalogazione e selezione dei vestiti e di tutto l’occorrente arrivato in dono a Lesbo dal resto del Mondo.

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di Alessandra Aldini

Dopo qualche ora decidiamo di andare a fare un giro per vedere la situazione nei campi e passare del tempo con i migranti. Ad Afghan Hill incontriamo un distinto signore marocchino che ci racconta di essere stato costretto a partire perché, con il suo lavoro di fabbro, non riusciva più a mantenere la famiglia. Piange perché sognava di giungere in Italia da un amico che avrebbe potuto aiutarlo a trovare un lavoro ma, arrivato a Lesbo, non riesce più a proseguire il viaggio. E’ bloccato in quel centro perché non ha diritto di rimanere in Europa. Piange e mi dice che lui non tornerà mai indietro per veder morire di fame la sua famiglia ma, piuttosto, morirà in quel campo.

Si avvicinano in molti per conoscerci e per raccontare le proprie storie: ci sorridono e ci stringono la mano. Tra di loro un ragazzo cattura la mia attenzione. Ha la testa china perché si vergogna del pianto che non riesce a trattenere. Giro lo sguardo altrove, voglio lasciarlo almeno libero di trovare la sua intimità anche in un campo.

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Torniamo a casa e ci prepariamo alla notte in spiaggia a supporto di Erci, squadra di soccorso internazionale, Proemaid, Gfire, Proactiva, vigili del fuoco spagnoli che da mesi si danno il turno sulle spiagge per aiutare l’approdo dei gommoni. Giungiamo intorno alle 5 ed è subito un pugno allo stomaco. C’è la gente appena arrivata e ci sono tre lembi di spiaggia dove i medici di MSF soccorrono tre uomini in arresto cardiaco. 20 interminabili minuti fino a che, guardando gli sguardi di alcuni di loro, scopriamo che uno di loro non ce l’ha fatta. L’uomo, insieme agli altri due, aveva portato verso la riva quel piccolo gommone.

Ci concentriamo sugli altri migranti ed io inizio ad aiutare una giovane mamma e le sue tre figlie piccolissime, una di loro è particolarmente disperata, trema, non riesce a smettere di piangere e continua a chiamare la mamma che non ha neppure la forza di risponderle. Cerco di abbracciarla e consolarla e dopo qualche interminabile minuto capisce di essere in salvo e mi dona un sorriso. La donna si presenta e presenta le sue figlie. E’ sola e si chiama Raja, che in arabo significa sperare.

P3200034.jpgPasso ad aiutare un’altra mamma che mi chiede di tenere in braccio la sua bimba mentre si cambia i vestiti bagnati. La prendo, piange la piccola, non mi conosce e vuole la mamma. Le cade il cappellino di lana ed io rimango impietrita. Ha una parte del viso e del cuoio capelluto ustionati atroce testimonianza delle bombe al fosforo sganciate dalla Russia in aiuto ad Hassad il dittatore. Non riesco a respirare, ma so che debbo andare avanti per aiutarli. La coccolo, le canto una ninna nanna e il suo sguardo spaventato finalmente si rasserena.

Appena finiamo di aiutare questo gruppo giungono notizie di un altro avvistamento. Corriamo per aiutare e, per caso, vengo inserita nella catena umana che aiuta nello sbarco. Accolgo tra le mie braccia un piccolo che la mamma ha affidato ai soccorritori per poter scendere. Lo guardo, sta bene e mi scruta. Chissà cosa ricorderà di tutto questo.

Il giorno dopo, passate molte ore da quella notte che non potremo dimenticare mai, riusciamo finalmente a parlarne. Per me, Arianna, Carla, Francesco e Giacomo il mare e le sue onde non saranno più la stessa cosa.”