Diario da Lesbo – I parte

Sono ore drammatiche per migliaia di profughi siriani sull’isola di Lesbo. Il sogno di proseguire la fuga verso il nord Europa si sta frantumando insieme a ciò che resta della solidarietà umana. Presto inizierà quella che i volontari del soccorso internazionale che sono intervenuti sull’isola chiamano “la deportazione” verso la Turchia.

Pubblico la testimonianza di due volontarie italiane, Alessandra Aldini e Arianna Torre, che stanno prestando la propria assistenza a donne, bambini e anziani stremati. Nel team di volontari italiani ci sono anche Carla Aldini e Francesco Fiore.

di Alessandra Aldini e Arianna Torre – Foto di Alessandra Aldini

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Ph: Alessandra Aldini

“Sveglia alle 7 e partenza verso i magazzini. Incontriamo la Grecia, l’Irlanda, La Spagna, la Repubblica Ceca, gli Stati Uniti negli sguardi dei volontari che ci corrono incontro felici di poter contare anche sul nostro impegno. Tanta la voglia di aiutare in quelle montagne di indumenti che aspettano di essere di nuovo utili perché a Lesbo è ciò che avviene. Un vecchio calzino riprende vita in un piccolo siriano. Una sciarpa colorata si trasforma in un hijab e la maglietta del Manchester la divisa di un giovane afgano.

 

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Ph: Alessandra Aldini

Lavoriamo per ore insieme e per capirci non serve conoscere l’inglese perché le affinità prendono il sopravvento ed i nostri sguardi si incrociano attraversando quegli spazi immaginando un’altra Europa. Accatastiamo, dividiamo e cataloghiamo. Soddisfatti lasciamo i magazzini consapevoli di aver dato il massimo; a conferma di ciò il sorprendente e piacevole episodio di due simpatiche volontarie spagnole che giunte in fretta e furia cercano abiti per una neonata arrivata con il papà al campo di Pikpa (uno dei centri per rifugiati gestito da volontari indipendenti) senza la mamma bloccata in Turchia. Ci diamo appuntamento per la mattina successiva perché nel pomeriggio l’emergenza si sposta al porto.

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Ph Alessandra Aldini

Arriviamo alle 17 e nel momento stesso in cui iniziamo ad aiutare e ci guardiamo intorno ci rendiamo subito conto che decine di volontari non sono sufficienti a risolvere il dramma di una guerra. Bambini ancora a piedi nudi, donne senza cappotti, giovani ragazze che si avvicinano timide alla ricerca di un supporto per la propria igiene intima. La vita racchiusa in qualche busta ed un piccolo zaino. Non ridono, non hanno voglia di scherzare ma ringraziano perché ogni piccolo gesto ai loro occhi è un dono inestimabile. I bambini, invece, nonostante tutto, corrono, ridono, mangiano dolciumi e indossano un sorriso.

 

Ore 20 la partenza per Atene. Un’altra tappa verso la serenità

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Ph: Alessandra Aldini

L’Europa di Tsipras non è poi così diversa dalle frontiere chiuse che obbligano migranti e profughi ad attendere. Costretta ad accogliere a causa del suo splendido mare che non accetta cancelli, sceglie la linea dell’assenza istituzionale e della presenza di esercito e forze di polizia che vivono con fastidio i volontari che battono le strade dell’isola

È buio, si torna a casa e la sveglia è pronta per le 5. Inizia il nostro nuovo giorno in spiaggia aspettando gli sbarchi. E intanto l’Europa offre miliardi di euro per non vederne più”.

La Siria e la primavera spezzata

IMG_20160304_185806Questo anticipo di primavera interrotto mi fa pensare ai sogni rubati con la violenza, a quelle speranze di un’umanità in cerca di pace, di un’armonia autentica tra le  persone, di una giustizia sociale. Sogni distrutti in nome del potere e di una dilagante demagogia.

Quei canti di libertà soffocati nel sangue spezzano il cuore, ma guardando i giovani che come usignoli scendevano e continuano a scendere a petto nudo nelle piazze, armati soli delle proprie voci e del proprio desiderio di libertà, qualche barlume si speranza sembra farsi strada.

La primavera non può cancellare quasi mezzo secolo di oscurità. Serviranno molte albe e molti tramonti, tanti giorni che si rincorreranno sui calendari appesi a pareti che continuano a crollare. La strada è in salita, i germogli fioriscono solo schiudendosi, i frutti maturano solo quando i petali danzano a terra cullati dal vento.

La Siria è piena di germogli e  quando splende il sole, o quando la luna rischiara il cielo, anche coperta di macerie, la Siria è bellissima. Adornata dei vessilli di libertà che rendono omaggio a chi, in nome della libertà, è caduto come un fiore ancora chiuso.

Perdere il proprio sogno è come sopravvivere a una persona cara, è come essere morsi al petto e vedersi strappare strati di pelle e carne; la ferita non si richiude e continua a bruciare. Ma le persone che amiamo continuano a vivere dentro di noi e intorno a noi, proprio come il sogno di libertà, che sarà vivo finché avremo respiro.

E mentre scrivo queste parole vedo sorridere quelle schiere di giovani che non ci sono più, e tra loro anche il mio angelo che ha la luce nel suo nome perché lei stessa era luce…

 

 

Horrie, la libertà ha un nome di donna

313647_419595811447761_946571561_nSia in lingua araba, che in italiano, la parola libertà è femminile. Non è un caso; è un messaggio, un segno. Oggi, che in molti Paesi del mondo si celebra la festa della donna, voglio dedicare una riflessione a tutte le donne che lottano e vivono in nome della libertà.

A quelle donne che non cedono a compromessi e affrontano i percorsi tortuosi e in salita a testa alta. A quelle donne che sanno trasmettere amore e altruismo anche nei contesti più ostili. A quelle donne i cui pianti soffocati fanno da ninnananna a orfani indifesi. A quelle donne che anche sotto le bombe riescono a dare la vita. A quelle donne che con le loro piccole mani spostano gli ostacoli più grandi, quelli della mente e del cuore. A quelle donne che ti guardano negli occhi e ti raccontano il viaggio complesso, sofferto, ma anche felice del vivere quotidiano. A quelle donne che trasformano il loro dolore in ricerca di armonia e il loro disagio in opportunità.

Ho conosciuto donne dalla forza straordinaria nella mia vita e ognuna di loro mi ha insegnato molto. Parlano tutte con un tono di voce delicato, ma le loro parole hanno più forza del fragore delle armi. Bisogna solo imparare ad ascoltarle. Io credo che il cambiamento di cui oggi ha bisogno il mondo passi proprio attraverso lo sguardo e l’impegno femminile. Dobbiamo riprenderci gli spazi di confronto e dialogo che nessuno ha il diritto di negarci. Dobbiamo difendere la nostra dignità umana, religiosa e lavorativa ad ogni costo. Possiamo farlo solo insieme, condividendo il senso più profondo della parola libertà.