Bambini siriani condannati a morire di fame

Khaled Fadl Allah Al Ghouta20 feb 2016I medici del Centro Ospedaliero di Al Ghouta hanno lanciato l’ennesimo allarme sulle conseguenze della malnutrizione a cui è costretta la popolazione civile, in particolare i bambini, a causa dell’assedio.

La denuncia dei dottori parla di decine di bambini e anziani in pericolo di vita. A ulteriore prova delle loro parole e della gravità della situazione è stata pubblicata la foto di un bimbo di nome Khaled Fadlallah, di due anni e mezzo, ridotto pelle e ossa dalla mancanza di nutrimento. Il piccolo ha sviluppato problemi respiratori e cardiaci ed è in stato di shock. I medici assicurano che il bambino non ha nessun problema congenito e che il suo stato è dovuto proprio alla totale mancanza di cibo.

Cbu7bJ-WwAAl_9-La situazione è altrettanto grave a Darayya, come denuncia l’attivista Hadi Al Abdallah. La città, su cui sono stati sganciati oltre 6500 barili bomba, è sotto assedio da 1185 giorni e la fame sta facendo lentamente e atrocemente morire i civili inermi.

Decine di famiglie hanno organizzato un sit-in esponendo cartelli in arabo e in inglese per denunciare la gravità della condizioni in cui sono costrette.

 

 

Aleppo non deve morire

Aleppo - Masjed Oumai.JPGSono giorni terribili per Aleppo, una delle più antiche città della Siria, cuore economico del Paese, oltre che simbolo di una cultura millenaria. La metropoli è sotto il fuoco spietato e congiunto del regime siriano e dell’aviazione russa e gli abitanti che hanno resistito alle barrel bombs per cinque anni ora sono in fuga, non si sa per dove, così come non si sa se mai troveranno accoglienza.

Aleppo sta morendo. Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere per lei un epitaffio, ma è rimasto un’incompiuta… Aleppo non deve morire. Il dramma di questa città si sta consumando davanti agli occhi di tutti, ma la politica continua a percorrere strade volutamente annodate e chiuse e la tragedia umanitaria assume proporzioni sempre più grandi. Nessun pudore per i tuttologi dell’ultima ora, che Aleppo non saprebbero nemmeno indicarla su una cartina geografica, ma non esitano a schierarsi e assumere l’atteggiamento di tifosi estremisti. Nessuna pietà per le centinaia di migliaia di civili che continuano a morire e per quelli che prendono i figli in braccio e cercano di correre via, lontano. IMG_0154.JPG

Ho lasciato l’epitaffio come bozza e stasera voglio ripubblicare ciò che ho scritto nell’agosto 2013, dopo il mio primo viaggio in questa città. Parole che sono ancora così tristemente attuali, anche se sono passati già tre anni. Aleppo è la città delle mie origini e vederla esanime mi fa rivivere quella sensazione dolorosissima che si prova quando si perde un familiare. Ma Aleppo non deve morire…

Quando arrivo ad Aleppo è ormai notte. La città è immersa nel buio più profondo e le uniche luci sono quelle di cassonetti incendiati e di alcuni generatori. L’aria è irrespirabile: è l’odore della morte  che avvolge il centro abitato. Il buio è interrotto solo dagli spari; raffiche di mitra ed esplosioni scandiscono la notte. Alla luce del sole scopro intorno a me macerie e devastazione. Fa uno strano effetto vedere bambini che camminano in strada, anziani seduti a fumare, donne e uomini che si muovono furtivi. Fa uno strano effetto rendersi conto che la gente lotta disarmata per sopravvivere. Anche i cecchini si sono svegliati e sparano, feriscono, uccidono. Inizio la mia prima intervista con un volontario della Protezione Civile che, a mani nude, scava alla ricerca dei corpi intrappolati sotto il peso delle loro stesse case piegate dalle bombe. Sentiamo un urlo. Ho la fotocamera appesa al collo e la handycam ancora in borsa. Le accendo entrambe, le metto in funzione: hanno trovato il corpo di una donna. Era lì da una settimana. Le prime immagini che immortalo sono quelle di giovani intenti a recuperare i corpi senza vita di civili uccisi senza pietà da ordigni illegali. I cadaveri sono ormai irriconoscibili; una striscia di nastro adesivo con su scritta la data e il luogo di ritrovamento  diventa l’unico segno distintivo. È la Siria di oggi: la terra dei gelsomini coperta di fosse comuni. Nelle zone di periferia, immense tendopoli in mezzo agli uliveti fanno da riparo a milioni di sfollati. Negli ospedali da campo i feriti sanguinano a terra senza neppure un letto. I bambini non vanno a scuola da tre anni e con i loro occhi grandi ti interrogano senza farti domande. Quando sorridono, tutto intorno sembra tacere…”.

I diciotto anni di un figlio

madre-e-figlio-a18903122Il primo sogno è prendere la patente e andare in giro da solo, senza dover aspettare che qualcuno lo accompagni o un autobus che in un paesino di provincia non passa mai.  L’auto piena di amici, la musica preferita ad alto volume, il mondo da esplorare. Poi ci sono i documenti da poter firmare da solo e quel senso piacevole di indipendenza e responsabilità che fa sentire “grandi”. Diciotto anni è anche l’età del voto, della piena partecipazione alla vita pubblica, sociale e politica del Paese. Un bel Paese, anzi, il Bel Paese, l’Italia, dove diventare maggiorenni significa entrare nel mondo degli adulti, con tutte le responsabilità che ciò comporta. Anche la cartolina per il richiamo alle armi non arriva più. Ci si arruola solo se si vuole.

Per ogni genitore questo momento della vita di un figlio è un misto di emozione, incredulità, commozione. Ai nostri occhi saranno sempre i cuccioli di casa, ma ormai le gambe molto più lunghe delle nostre e le mani diventate grandi ci raccontano che anche i cuccioli crescono e non vedono l’ora di prendere il volo. E a noi non resta che incoraggiarli e sostenerli, affinché diventino adulti consapevoli, corretti, propositivi.

Mi chiedo come sarebbero andate le cose, invece, se io e i miei due figli fossimo nati in Siria. La lettera per il richiamo alle armi sarebbe arrivata ormai da mesi; la leva sarebbe durata almeno tre anni e il clima in caserma sarebbe stato quello ostile e minaccioso di un regime. Non è difficile immaginarsi cosa provino le famiglie siriane che in questi ultimi, terribili, cinque anni hanno visto i propri figli maschi avvicinarsi alla maggiore età. L’idea di vederli allontanare da casa per andare a combattere una guerra fratricida è diventata un incubo per tutti. Molti hanno deciso di farli fuggire, di mandarli all’estero per sottrarli alla minaccia delle armi. Altri hanno assistito all’arruolamento volontario dei figli ancor prima che arrivasse l’età prevista. Schierati con il regime o con gli insorti, a volte finiti persino nelle fila di gruppi terroristici, che fanno leva sul loro dolore, sul loro senso d impotenza, sul loro bisogno di giustizia e ne manipolano le menti e i cuori feriti. Ne ho incontrati di giovani così, che si sono fatti ingannare da questi criminali in abiti religiosi e che, quando si sono accorti delle loro reali intenzioni, del loro odio cieco e smisurato, della loro sete di potere e denaro che li spinge persino a strumentalizzare e bestemmiare il nome di Dio, hanno deciso di prenderne le distanze. Molti hanno pagato con la vita, altri, come quelli che ho conosciuto, sono stati volontariamente colpiti alla spina dorsale e sono rimasti completamente paralizzati. Il dolore è scritto nei loro occhi, nei loro sguardi fissi su immagini di violenza inaudita.

Avere diciotto anni in Siria e indossare la divisa del regime significa prepararsi a bombardare la propria città, essere pronti a uccidere un compagno di studi o di gioco perché schierato dalla parte degli oppositori. Significa onorare il culto della persona in nome del presidente, il dio della Siria, Bashar Al As’Ad e giurargli fedeltà eterna.

Diventare maggiorenni ed essere nelle fila dei ribelli, invece, significa vivere nella clandestinità, non avere esperienza, buttarsi nelle trincee o pattugliare posti di blocco con armi rudimentali, essere pronti a sparare e uccidere militari in divisa che possono essere i propri fratelli o amici, ma farlo con l’intenzione di proteggere i civili e portare la Siria alla liberazione dal regime e dai gruppi terroristici.

Non è bello essere giovani in Siria, così come non è bello essere bambini, essere donne, essere anziani. Il Paese sta morendo sotto la violenza degli ordigni e sotto il peso dello stallo della comunità internazionale, che sta giocando in Siria una partita per il controllo del territorio. Lo sta facendo sulla pelle dei civili e anche di quei giovani costretti alle armi, perché, ne sono certa, tutti preferirebbero pensare alla patente, al divertimento, a marinare la scuola, a conoscere ragazze carine… a vivere, semplicemente.

 

L’esodo da Aleppo, migliaia di civili in fuga

CaoEV7YW4AAoIKsSono migliaia i civili in fuga dal nord di Aleppo a causa della violenta offensiva scatenata nei giorni scorsi dall’aviazione russa e dalle forze del regime di Bashar Al Assad, sostenute dalle milizie di Hezbollah. Donne, bambini, giovani e anziani scappano con i mezzi propri, a volte anche a piedi, per cercare di sottrarsi ai bombardamenti indiscriminati che stanno colpendo i quartieri residenziali. La zona è già stata presa di mira anche dai miliziani dell’Isis, innescando un violento scontro con i ribelli.

img_53b1162c49316Un fiume umano sta lasciando ciò che resta della seconda città della Siria per raggiungere i villaggi del nord e la frontiera turco-siriana. Gli sfollati si sono riversati anche ad Azaz, cittadella di 30mila abitanti in provincia di Aleppo, spingendo i comitati locali ad organizzare una task force per aiutare i civili in fuga a raggiungere la periferia occidentale. Almeno 59 famiglie, circa 500 persone, sono partite oggi a bordo di pullman messi a disposizione dai comitati stessi con il sostegno della Mezza Luna Rossa e sono stati portati verso Afrin, una zona sotto il controllo curdo.

Immagini della partenza da Azaz

Il valico di Bab Assalam, alla frontiera turco-siriana, è stato aperto solo per accogliere i casi di estrema emergenza. In Turchia ormai si contano oltre 2 milioni e mezzo di profughi siriani e la situazione delle città al confine è al collasso. Le frontiere, per ora, restano chiuse. Per tamponare l’emergenza il governo di Ankara ha fatto costruire nuove tendopoli a cavallo tra il territorio turco e quello siriano, nella cosiddetta no man’s land, dove centinaia di siriani vengono stipati senza servizi primari, né assistenza, come denunciano i profughi stessi. “Non siamo animali, siamo esseri umani. Stiamo fuggendo da una guerra, chiediamo solo che venga rispettata la nostra dignità e che vengano aperte le frontiere”, grida una donna al microfono dell’Amc.

d8a2d8abd8a7d8b1-d8a7d984d982d8b5d981-d8a7d984d8b9d986d98ad981-d984d8add98a-d8a7d984d8a3d986d8b5d8a7d8b1d98a-d8a8d8b5d8a7d8b1d988d8aeLa situazione ad Aleppo, intanto, viene definita tragica. Solo una parte delle persone in fuga, infatti, trova aiuto, mentre migliaia di civili restano nelle loro case, dove ormai da settimane manca l’acqua corrente e si ricorre alle autobotti e ai pozzi. Alcuni medici di ospedali da campo hanno registrato nuovi casi di epatite, dovuti, secondo loro, proprio alle acque contaminate. Gli ultimi aggiornamenti da Aleppo parlano della morte di almeno quattro civili nel villaggio di Ma’arret Alartiq a causa dei bombardamenti russi, mentre le forze governative, con il sostegno di milizie iraniane, hanno fatto irruzione nel villaggio di Kafeen.