L’ottobre rosso in Siria: 40 massacri denunciati dal SNHR – Almeno 10 ad opera dell’aviazione russa

مجزرة صلاح الدين - حلب -30-10-2015Sono oltre 40, secondo il Syrian Network For Human Rights, i massacri commessi in Siria nel solo mese di ottobre 2015. Tra questi 10 ad opera dell’aviazione russa. Il bilancio è di 513 civili uccisi dal 1 al 31 ottobre.

مجزرة دوما-10-10-2015La denuncia arriva, come ogni mese, in base ai dati raccolti e rielaborati dal SNHR, grazie al contatto con i comitati di coordinamento locale che aggiornano quotidianamente il drammatico bilancio delle vittime e dei feriti nelle diverse città siriane.

مسجد-بحيان-حلب11Secondo il rapporto, pubblicato sul sito SNHR, dei ventinove massacri commessi dalle forze governative 24 si sono consumati in zone sotto il controllo dell’opposizione armata e 5 in zone sotto il controllo delle milizie di Daesh (Isis).  La città più colpita è Aleppo, con 13 stragi, seguita da Damasco, 11, Homs, 8, Idlib 5, Hama 2 e Deir Al Zour 1.  Delle 513 persone che hanno perso la vita il 43% erano bambini, 159, e donne, 62.

روضة- مرج السلطان - 29-10-2015Il rapporto è un vero bollettino di guerra online, con la cronaca giorno per giorno e i link alle foto delle stragi. Secondo un secondo rapporto, incentrato sul livello di distruzione registrato a seguito dei bombardamenti, nel solo mese di ottobre 2015 gli obiettivi civili colpiti sono stati 92, di cui 64 per mano del governo di Damasco, 16 ad opera dell’aviazione russa, 8 da vari gruppi armati e 4 da Isis. Sono stati rasi al suolo 26 tra ospedali e punti di soccorso, 12 scuole e persino 2 campi per sfollati,  la sede di una missione diplomatica e di una umanitaria.

روضة-مرج السلطان - 29-10-2015La Protezione Civile Siriana, che opera senza sosta nel soccorso delle vittime, denuncia che vengono colpiti deliberatamente obiettivi civili e che la violazione di tutte le convenzioni Onu è ormai all’ordine del giorno.

Tutto ciò accade mentre il regime di Bashar Al Assad continua la sua propaganda, sostenuto dalla Russia. Il dittatore siriano, che in tutti questi anni non ha speso una sola parola per le sue stesse vittime o per i milioni di profughi che a causa dei suoi stessi bombardamenti lasciano il Paese, ieri ha dichiarato, senza pudore alcuno, che “ciò che è accaduto a Parigi è una conseguenza della sbagliata politica estera francese”. L’Eliseo, va ricordato, è sempre stato pronto a sostenere l’opposizione anti-assad e le minacce del governo siriano erano arrivate già nel 2011, in modo aperto e senza giri di parole, quando, tramite il gran Muftì, Assad aveva dichiarato che si sarebbe vendicato con i suoi kamikaze sparsi in Europa, di quanti avessero intralciato i suoi piani.

Località Al Ghouta, le conseguenze dei bombardamenti russi su una scuola.

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L’informazione all’epoca del terrorismo

IMG-20151115-WA0011Non è mai facile raccontare notizie drammatiche, né tanto meno raccontare atti di terrorismo o di guerra. L’ho scoperto in questi cinque anni raccontando di Siria, denunciando stragi di innocenti e carneficine indescrivibili. L’ho scoperto andando lì e trovandomi davanti ai morti e ai feriti, davanti a madri che mi hanno raccontato di aver raccolto i resti dei propri figli a brandelli, davanti a bambini che mi hanno descritto l’esecuzione dei propri padri o l’orrore delle bombe sulla loro scuola, che hanno decimato i loro compagni.

Mi sono chiesta se era giusto pubblicare certe foto, se stessi violando la Carta di Treviso e il Codice Deontologico che distingue un giornalista da un comunicatore qualunque. Perché la guerra sconvolge ogni nostra certezza, deforma il nostro sguardo, la nostra stessa mentalità, ma non deve farci impazzire. Ci toglie il sonno e la serenità, ma non deve toglierci il giudizio e la ragione. Non deve farlo nemmeno il terrorismo. Ci ferisce al cuore, ci sconvolge, ci spaventa, fa vacillare ogni nostra certezza, ci fa sospettare di tutto e di tutti, ma non deve far venir meno quelli che sono i nostri valori, quella che è lo spirito su cui si fonda la nostra professione. La libertà e il dovere della denuncia sono altro rispetto alla calunnia, rispetto all’insulto gratuito, all’accusa infamante verso un’intera comunità di esseri umani.

Guardando le prime pagine dei giornali francesi dopo i drammatici fatti di Parigi e le prime pagine di tre quotidiani italiani, Libero, Il Messaggero e Il Giornale, si nota una differenza palese. Da un lato la denuncia, forte, inequivocabile, assolutamente condivisibile dei giornali francesi, dall’altro l’offesa gratuita di questi tre giornali italiani, che violano tutte le regole deontologiche della professione giornalistica. Le loro parole non aggiungono nulla alla notizia, ma istigano all’odio.

Sono numerose le iniziative  intraprese dai lettori e anche di colleghi giornalisti che non si riconoscono in simili comportamenti e che per questo hanno voluto fare la loro denuncia, che ho sottoscritto.

Ogni giorno da giornalista italo-siriana ringrazio Dio di essere nata in un Paese libero, dove per diventare giornalista bisogna formarsi, rispettare regole e codici e attenersi a quello che è la nostra vocazione professionale: raccontare e non avere paura di dire ciò che gli altri non dicono. Se fossi nata in Siria per scrivere avrei dovuto avere la tessera del partito Ba’ath, che regge il regime di Assad. Sarei stata una delle tante scriba al soldo del regime. In Italia, grazie all’impegno e al sacrificio di molti, non è così. Rispetto profondamente e sono grata a chi ci garantisce questa libertà e anche in questa occasione non mi piace che si generalizzi su tutta la nostra categoria, a causa degli errori di pochi.

Posso solo immaginare cosa significhi essere privati della propria libertà e per questo voglio difendere nel mio piccolo l’onore e la dignità della nostra professione, che si fonda sull’idea stessa di libertà. Lo faccio pensando a tutti quei colleghi, in Italia, in Siria e in ogni zona del mondo che per il loro coraggio hanno spesso pagato con la vita. Dobbiamo onorare la professione giornalistica anche per loro.

Il pianista di Parigi come il pianista di Yarmouk

740x350xparigi-imagine-john-lennon-740x330.png.pagespeed.ic.jy-uaBZRzTLe note di “Imagine”, di John Lennon, hanno riempito nel pomeriggio di oggi il cielo triste e grigio di Parigi. Un misterioso pianista si è fermato con il suo strumento davanti al Bataclan, il teatro dove ieri si è consumata la strage degli innocenti e ha iniziato a suonare le note di questa struggente canzone, che ha un significato toccante e di grande attualità.

“Immagina non ci siano nazioni – Non è difficile da fare – Niente per cui uccidere e morire …” .

Il  video ha fatto in pochi minuti il giro del mondo, facendo sciogliere in un pianto commosso e liberatorio quanti non hanno dormito stanotte, quanti sono rimasti incollati ai notiziari, quanti sono ancora increduli e scioccati per l’orrore vissuto dalla capitale francese in una notte di folle terrorismo. E mentre le madri e i padri di quei giovani piangono i propri figli uccisi senza pietà nei bar, nei ristoranti o al concerto degli ‘Eagle of death metal’, mentre c’è chi ancora aspetta notizie dei suoi cari feriti, quel concerto improvvisato suona come una carezza al cuore di un’intera nazione. Una carezza che prende alla sprovvista anche i fomentatori di odio che senza alcun rispetto per la morte scrivono sentenze e condanne a loro piacimento, puntando il dito contro innocenti.

downloadLe immagini del pianista di Parigi ricordano altre immagini di un pianista in un luogo devastato, martoriato, ferito al cuore dal terrorismo: le immagini del  Pianista di Yarmouk che abbiamo conosciuto nel febbraio 2014. Si trattava di un giovane rifugiato palestinese nel campo profughi alla periferia di Damasco, sconvolto da oltre tre anni di assedio e colpito al cuore dai bombardamenti del regime prima e dal terrorismo poi. Anche quel giovane aveva suonato uno strumento sgangherato scaldando il cuore di quelli che lo hanno ascoltato grazie al video caricato in rete.

Screenshot 2014-05-09 19.53.24-kWwD--673x320@IlSecoloXIXWEBProbabilmente questi due uomini non si sono mai conosciuti e mai si conosceranno, come forse non conosceranno il violinista di Sarajevo che ha suonato sulle macerie della biblioteca Vijecnica.

In questa notte di angoscia e dolore alle nostre preghiere uniamo il potere consolatorio e commuovente delle note di questi giovani uomini. Perché la voce dell’umanità non può e non deve essere quella delle armi, ma deve essere quella della poesia che si fa musica.

Il pianista di Parigi

Il pianista di Yarmouk

Imagine, di John Lennon

Strage di Parigi, il cordoglio e l’appello alle coscienze dell’umanità

IMG-20151114-WA0010-1Ho letto con dolore e angoscia la notizia dei terribili attentati che nella notte scorsa hanno colpito la città di Parigi. Un’ondata di atti criminali che ha provocato una strage di innocenti, con oltre centoventi vittime e quasi duecento feriti. Un colpo al cuore della capitale francese, che è un colpo al cuore di tutta l’umanità che resta attonita di fronte a tanta violenza e alla morte assurda di tanti innocenti.

Non si può che condannare con fermezza quanto accaduto, non si può che chiedere che si fermi una volta per tutte la mano di questi criminali che continuano a commettere indisturbati orrori in varie zone del mondo. Le immagini che arrivano da Parigi sono terribili e l’ondata di paura che hanno provocato rischia di durare a lungo. Il dolore dei familiari delle vittime e di tutti i francesi è il dolore di ognuno di noi.

Quella di Parigi è l’ennesima pagina di sangue firmata dall’organizzazione criminale terrorista che dal 2013 non fa che commettere stragi di innocenti. Isis, acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, un autoproclamato Stato che Stato non è, né tanto meno può definirsi islamico. Sconfessati da tutte le istituzioni religiose del mondo musulmano, questi folli fanatici strumentalizzano il nome dell’islam  per disegnare il profilo di un nemico perfetto. Farsi chiamare terroristi islamici, Stato islamico, significa, infatti, trasmettere all’immaginario collettivo l’idea che esiste un mondo musulmano che odia e che semina morte, quando le prime vittime di questi criminali sono proprio i musulmani, sterminati in Siria e in Iraq e additati come minaccia da un’opinione pubblica confusa, spaventata, vulnerabile.

Isis, come prima Al Qaeda, è una vera industria internazionale del terrore che si muove con logiche mafiose, commettendo stragi finalizzate a provocare vittime, ma al tempo stesso cambiare gli equilibri geo-politici del mondo. Dopo ogni attentato, infatti, si muove la macchina della guerra. Dopo ogni attentato si muove anche la macchina dell’odio. A pagare sono sempre gli innocenti.

Oggi tutti abbiamo paura. Paura che il terrorismo ci colpisca e paura che questa comprensibile ondata di odio finisca, però, per provocare reazioni folli, discriminando persone innocenti che non solo non hanno nulla a che vedere col terrorismo, ma che sono i primi a prendere le distanze e condannarlo. Come si fa, da persone razionali, ad attribuire al terrorismo una religione? E’ da folli, è fare il loro gioco, è dare voce alla loro propaganda.

Tutto il mio affetto, la mia vicinanza, la mia solidarietà oggi vanno a Parigi e alla Francia. Voglio anche lanciare un appello, l’ennesimo, alle coscienze di tutti noi: sostenere la campagna dell’odio contro i musulmani, additandoli tutti come colpevoli significa darla vinta a questi criminali, che la fanno sempre franca. Lancio un appello per restare tutti uniti, respingere la deriva estremista, fanatica e terrorista e prevenire allo stesso tempo atteggiamenti di odio verso innocenti. Non lasciamo che l’orrore che stiamo provando spinga a una caccia alle streghe contro il diverso, mentre la macchina del terrore continua indisturbata a portare a compimento i suoi progetti, mossa da logiche di potere e di controllo.

Il Cuore dell’Italia batte per Mayar

imageMayar è una bimba siriana di sei anni. Quando è nata la Siria era un Paese dove dal cielo scendeva solo la pioggia, dove i giardini pubblici erano pieni di bambini, le scuole e le strade erano affollate. I suoi giovani genitori sognavano per lei e i fratelli una vita tranquilla. Guardavano i figli dei milioni di profughi, soprattutto palestinesi e curdi, che abitano in Siria, fuggiti da guerre e persecuzioni e provavano tanta tenerezza; mai avrebbero immaginato quello che sarebbe successo anche in Siria.

Per Mayar e i suoi fratelli niente scuola, niente spensieratezza. La loro infanzia è segnata dalle barrel bombs che devastano Aleppo; i loro occhi vedono solo orrore, armi, distruzione. Convivono con la paura in una città dove viene volontariamente interrotta la fornitura di acqua ed energia elettrica, dove le scuole scampate alle bombe diventano dormitoi per sfollati, dove gli ospedali sono chiusi e mancano farmaci. Anche quei farmaci che, forse, potrebbero salvare la vita della piccola Mayar.

La piccola, infatti, ha una grave e rarissima malattia al fegato. Ad Aleppo, per lei, non ci sono speranze. Mayar è una di quei cinque milioni di bambini siriani colpiti e, spesso, condannati dal conflitto. Ma il padre e la madre non si vogliono arrendere. Amano troppo la figlia per lasciarla andare così. Scrivono una lettera accorata nella loro lingua, l’arabo, che cambia per sempre il loro destino. Quel messaggio viene inviato via web a un’associazione umanitaria che, prontamente, lo traduce in italiano.  “Ogni volta che vedo mia figlia soffrire senza poter far nulla – scrive l’uomo – muoio anche io piano piano con lei”.

L’appello viene raccolto il 10 ottobre 2015 da un’associazione che, dal 2013,  si occupa di solidarietà alla Siria e che si chiama, proprio “Cuore in Siria”. La fondatrice Claudia Ceniti dà il via a una mobilitazione straordinaria. Bisogna mettere in moto la macchina della solidarietà ma anche quella della burocrazia. La vita della bimba è in pericolo a causa della malattia, ma lo sono anche quelle dei suoi familiari, che vivono con lei sotto il cielo martoriato di Aleppo. Bisogna farli uscire dalla Siria. Servono permessi, servono soldi, servono garanzie. Si mobilita il web e attraverso Facebook vengono coinvolte molte persone, che si attivano su più fronti, anche nella raccolta fondi. Si mobilitano due testate nazionali, Il Giorno e La Stampa. Vengono coinvolti due parlamentari. In pochi giorni arrivano i permessi arrivano, i soldi necessari per il viaggio della famiglia, e la disponibilità di un medico torinese, pronto ad eseguire l’intervento. Il 30 ottobre la famiglia lascia Aleppo e, tra mille pericoli, raggiunge la frontiera turca. Ad accoglierli Claudia Ceniti e Federica Gamma, dell’associazione torinese “Ability Amo”, che si è unita al “Cuore in Siria” per riuscire a portare Myar in Italia e farla operare all’ospedale Regina Margherita – Le Molinette di Torino.

La bimba e la sua famiglia arrivano in Italia. Myar, i suoi due fratellini e i genitori sono al sicuro. Sotto il cielo di Torino arrivano solo raggi di sole, a volte pioggia e nebbia, ma qui non ci sono bombe. Possono dormire senza paura e scoprire il calore incondizionato dell’affetto di decine e decine di italiani che, senza aver mai visto la piccola, hanno preso a cuore il suo destino e hanno aiutato il “Cuore” ad aiutarli…

Ora Mayar dovrà affrontare il delicato intervento. I volontari che sono intorno a lei raccontano che sorride. Raccontano che i genitori vorrebbero ringraziare e abbracciare quanti li hanno aiutati. Sono stati felici di abbracciare Claudia, Federica e gli altri, di guardare negli occhi chi ha messo il suo tempo, il suo cuore e il suo impegno per salvare la piccola. Una squadra numerosa di donne e uomini, molti rimasti dietro le quinte, che hanno promesso che aiuteranno la piccola e la sua famiglia anche dopo l’intervento.

Tutti, ora, fanno il tifo per Mayar; il “Cuore” dell’Italia batte per lei.

Aylan e quella volta che il mondo ha urlato “Mai più”

9f4bab53-4f1a-4e36-b7d4-1dbe71b7e48d-2060x1236Sono passati solo tre mesi da quel 2 settembre 2015, quando l’immagine del piccolo Aylan Kurdi, riverso su una spiaggia turca dopo l’ennesima tragedia del mare, sembrava aver scosso le coscienze dell’umanità intera.

Nelle redazioni giornalistiche si è discusso animatamente sull’opportunità o meno di pubblicare la foto di quel piccolo innocente, col volto a terra, ucciso anche dall’indifferenza del mondo. Sono state citate in ballo le regole del giornalismo, la deontologia, la Carta di Treviso. La mattina dopo, anche in Italia, la maggior parte dei quotidiani sbatteva i prima pagina l’ultima, drammatica immagine di quel bimbo curdo nato in Siria, che dalla Siria martoriata dai bombardamenti stava fuggendo. Io ho pubblicato quelle drammatiche immagini per coerenza, perché sono quasi cinque anni che denuncio la morte di innocenti, pubblicando le loro immagini per dare loro un volto, una dignità che i soli numeri delle vittime non darebbero.

Una pioggia di “mai più” e “ora basta” pareva aver indicato la via per un cambiamento, per una maggiore sensibilità rispetto ai drammi dei profughi in fuga dai massacri in Siria e non solo. In questi tre mesi di bambini, in quello stesso tratto di mare e per le stesse ragioni, secondo i dati pubblicati da numerose Ong che operano nell’assistenza ai profughi e nel campo dei diritti umani, ne sono morti oltre 80. I loro corpicini recuperati da soccorritori increduli, insieme a quelli dei genitori e di altri disperati uccisi dalle onde, mentre in Siria, nella loro terra, nelle loro case, l’aviazione governativa e quella russa continuano i bombardamenti indiscriminati, mentre le forze terroriste proseguono praticamente indisturbate la loro guerra per procura.

Altre ottanta volte, denunciano le associazioni umanitarie internazionali. Innocenti che si uniscono alle decine di piccoli che rimangono uccisi dalle bombe, dagli spari e dall’assedio, che non allenta la sua morsa.

La Siria sta morendo e i suoi figli riversi in mare come delfini senza vita sono diventati una triste abitudine per gli sguardi distratti del mondo.

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“La lunga marcia” di Amedeo Ricucci con i profughi siriani

12009626_889588794429449_5586017789292846104_nLo scorso ottobre il giornalista della Rai Amedeo Ricucci ha realizzato un reportage in presa diretta seguendo un gruppo di profughi siriani dalle isole greche a Vienna. 

La lunga Marcia, il racconto di Speciale Tg1

Come è nata l’idea di questo viaggio?

“Da un disagio profondo dovuto a come è stato trattato il fenomeno delle ultime migrazioni. Attraverso la rotta balcanica, dal 1 agosto fino a fine settembre sono arrivati circa 250mila profughi in Europa, di cui 180mila siriani. La migrazione è stata vissuta soprattutto come un problema di ordine pubblico, con le frontiere che si aprivano e si chiudevano, mentre i profughi restavano solo un oggetto della narrazione giornalistica. Davanti ai nostri occhi c’era sempre l’immagine del cronista fermo alla frontiera, con alle sue spalle un flusso ininterrotto di bambini, donne e uomini. L’idea è stata quella di provare a fare il viaggio con loro, per cogliere altre notizie, informazioni ed elementi utili per capire il perché di questa migrazione, che è infinitamente maggiore rispetto a quella dal Mediterraneo, a cui eravamo abituati. Se guardiamo i numeri, infatti, le gente che è passata attraverso la Libia è molto meno rispetto a quella che sta passando attraverso la rotta balcanica, e la stragrande maggioranza, sono siriani. Mi sono organizzato per fare il viaggio assieme a loro. L’ho fatto coinvolgendo gente della comunità italo-siriana, e non solo, e il risultato è stata questa lunga marcia che abbiamo fatto e che secondo me, aggiunge elementi importanti per comprendere le ragioni di questa fuga di massa. Quando ti metti nei panni di chi fa questo viaggio scopri tutta una serie di elementi che da giornalista esterno non cogli, come ad esempio quando ci si perde a una frontiera, o quando le famiglie vengono divise, per cui il padre sta da una parte, il figlio dall’altra. Ti cali nella realtà di un viaggio pieno di insidie, che nessuno sa come potrà finire. Dall’esterno sembra tutto facile: si parte dalle coste turche e si arriva nel nord Europa, ma viverlo dall’interno è un dramma. Il tragitto in mare, tutto sommato breve, da Izmir fino a Lesvos  sembra banale per chi guarda da lontano; in fondo sono solo due ore di traversata, si pensa. Ma il grosso dei profughi che abbiamo incontrato hanno dichiarato, invece, che il momento più drammatico è stato proprio quello. Salire su un gommone insieme ad altri 80 passeggeri, stringendo tra le braccia i propri figli, non è affatto una cosa tranquilla; il gommone, infatti, spesso prende acqua, può affogare, come dimostrano le inarrestabili tragedie del mare”.

12195950_904807552907573_2732582454773567955_nDa dove sei partito? Quali sono i Paesi che hai attraversato?

“Avrei voluto iniziare il viaggio dai confini siriani, ma ho temuto che i tempi si potessero allungare troppo, così siamo partiti dall’isola di Lesvos, in Grecia, dove arrivano circa 3500 profughi al giorno. Mi sono aggregato al primo gruppo che ho incontrato e con loro ho fatto tutto il tragitto, fino al capoluogo dell’isola, con 70 km da percorrere a piedi. I cittadini greci, infatti, non hanno l’autorizzazione a caricare profughi e ci si affida ai pochissimi autobus dell’Unhcr. Si passa attraverso un centro dove  si viene registrati, poi si arriva al porto di Mitilini; da lì si prosegue e se si ha fortuna si prende il giorno stesso il traghetto fino ad Atene (ce ne sono solo due al giorno). Si raggiunge, così, la frontiera macedone e in fretta si cerca di arrivare alla frontiera serba e successivamente a quella croata. Quando ci sono arrivato io c’era ancora la possibilità di attraversare, di andare dritti in Ungheria poi al confine austriaco, quindi a Vienna. Ora la situazione è cambiata: la Croazia ha chiuso la frontiera e vediamo immagini drammatiche di profughi che si ammassano alla frontiera slovena e cercano di passare in Austria attraversando il fiume, combattendo con condizioni meteo avverse”.

Come hai trovato i bambini, le donne, i giovani e gli anziani che hai incontrato lungo il tuo cammino?

“Tutti mi dicevano che il più grande problema è proprio quello della lunga marcia, soprattutto per i bambini, che sono circa il 20-30% dei profughi; alcuni hanno solo pochi mesi. Va detto che lungo il tragitto è pieno di Ong e di volontari che cercano di dare una mano, offrendo mezzi di sussistenza, ma resta il fatto che marciare di notte, al buio, al freddo, sotto la pioggia, non è una cosa tranquilla, è un’esperienza terribile. Ho visto siriani benedire la terra in cui arrivavano, l’Europa, ma allo stesso tempo dire che non è stato aperto un vero corridoio umanitario, perché il percorso che affrontano è pieno di ostacoli, una vera via crucis. Questi profughi vorrebbero arrivare in Paesi dove le procedure per l’ottenimento dello status di rifugiati sono veloci, come è giusto che sia, e per questo provano ad andare in Germania o nei Paesi nordici”.

12096447_1078702452154061_5897305332669776742_nChe cosa ti ha colpito maggiormente?

“Due cose, in particolare: c’è un intero Paese che si sta svuotano. Avvocati, medici, giudici contadini, operai, le classe agiate e quelle povere; chiunque prova ad andare via, non c‘è più nessuna possibilità di vita in Siria. La gente dice che non poteva non andare via per i propri figli e spesso i ragazzi vengono mandati in Europa dalle loro stesse famiglie, per metterli in salvo. C’è un senso di disperazione totale. L’altra, forte, consapevolezza che ho avuto è che la gente è ormai scoraggiata: sono crollati, dopo quattro anni e mezzo, anche gli ideali civili. I siriani sono stanchi. La gente che prima è scesa in piazza contro la dittatura, poi ha preso il fucile, adesso è esasperata perché non si vede una via d’uscita. Ho sentito molta gente chiedersi dov’erano i combattenti quando il regime bombardava le loro case o venivano uccisi i loro figli. C’è un senso di disperazione tipico di chi non ha più nessuno a cui affidarsi. È una cosa che mi ha fatto male. Sono stato l’ultima volta in Siria nel 2013 e all’epoca c’erano ancora tantissime persone che volevano rimanere, combattere, aiutare; oggi la sensazione è di sfiducia generale. Questa è una realtà con cui tutti devono fare i conti, i siriani in primis, ma anche l’Occidente”.

11231738_890674440987551_485342782779913638_nDalle testimonianze che hai raccolto, qual è la principale causa di fuga dalla Siria?

“Ho avuto modo, nella lunga marcia, di parlare con migliaia di siriani che scappavano e ho avuto la conferma che i siriani fuggono solo in minima parte dell’Isis. La totalità dei siriani fugge dalla guerra, la maggior parte dalle barrel bombs di Assad, da quei bombardamenti indiscriminati contro i civili nelle zone che il regime non controlla più. C’è una parte della popolazione che fugge da Jabhat Al Nusra e altri gruppi armati, e c’è anche chi fugge dalle zone sotto il controllo del Free Syrian Army e dei ribelli, perché questi ultimi non sono più in grado di proteggere la popolazione civile. Quindi, chi può, fugge. Un sondaggio fatto a Berlino all’inizio di ottobre da un organismo indipendente conferma questa realtà. Sono stati coinvolti mille siriani arrivati in Germania e ne è emerso che il 55% fugge dalle barrel bombs del regime, il resto dalle fazioni combattenti. Molta gente, alla domanda ‘torneresti in Siria e a che condizioni’ risponde che tornerebbe in Siria solo se va via Assad”.

Nel reportage hai seguito, in particolare, un gruppo di profughi: quali aspetti della loro vicenda umana ti hanno colpito di più?

“Tutto e niente, nel senso che la mia storia professionale negli ultimi anni è legata alla Siria e non ho ascoltato nulla di nuovo,  rispetto a quello che sapevo. Ho toccato però con mano la disperazione, che è qualcosa che non avevo visto prima. In Siria avevo avuto la percezione netta dell’orgoglio di un popolo, della dignità, della fierezza di chi si ribella a un despota. Quattro anni dopo la fierezza c’è ancora, ma gli stati d’animo sono cambiati. Facendo questo viaggio mi ha colpito il fatto che, tutte le volte che provavo a dare un aiuto economico, la gente diceva di no, insistendo per pagarsi da sola i trasporti. Nessuno accettava quella che, ai loro occhi, sembrava un’elemosina. La guerra ha fatto tabula rasa: ha ucciso 300mila persone e la speranza di un intero popolo”.

Tu hai affrontato in prima persona il loro stesso viaggio. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Devo dire che le marce notturne sono impietose perché di notte non è facile camminare per chilometri e chilometri, per ore e ore. Ho visto persone sulle sedie a rotelle, spinti da amici e familiari, persone con handicap che marciavano di notte, che venivano prese in braccio, tra mille difficoltà. Non è affatto semplice assistere impotenti di fronte a questa tragedia. Ma la cosa più terribile che ho visto è il campo di Opatovac in Croazia, che mi ha ricordato le deportazioni naziste degli anni ’40. Non è attrezzato per accogliere un simile flusso e lì le famiglie vengono smembrate; ho assistito a scene terribili di bambini che piangevano e andavano verso la rete che li separava dai padri, tenuti in una zona circoscritta, e questi ultimi che allungavano le dita attraverso la rete per dare loro una carezza di conforto. Non ne faccio una colpa ai croati, perché accogliere un simile flusso di disperati non è una cosa facile, ma se abbiamo scelto politicamente di concedere l’asilo ai siriani, allora i corridori umanitari devono essere tali e la gente non deve essere costretta a marciare in simili condizioni e subire tutto questo”.

refugee-campLa Siria è entrata nella tua vita ormai cinque anni fa. Come è cambiata la situazione dal tuo primo viaggio ad Aleppo all’ultimo a Kobane?

“Non è facile dire come è cambiata perché mentre tre anni fa riuscivamo ad entrare in Siria e avevamo un orizzonte ampio sulla situazione, adesso fatichiamo ad avere notizie di prima mano. Kobane rappresenta un’enclave particolare e per troppi aspetti la vicenda di questa città è stata pompata dai media occidentali; non era lo specchio della Siria. Quando chiedo ai miei contatti  di aiutarmi ad entrare in Siria mi dicono che possono farlo, ma che devo stare lì solo per qualche ora; la situazione non è sicura e tranquilla per nessuno, tanto meno per i giornalisti occidentali, che nelle mani sbagliate potrebbero costituire una fonte di reddito. Io non incolpo i siriani di questo, perché penso che dopo cinque anni di guerra sia normale inaridirsi. Vengono fuori gli istinti peggiori, e si pensa solo alla sopravvivenza propria e dei propri cari. Spero di tornare presto, anzi voglio tornare, e aspetto l’occasione buona per farlo”.

Migrants fall as they rush to cross into Macedonia after Macedonian police allowed a small group of people to pass through a passageway, as they try to regulate the flow of migrants at the Macedonian-Greek border September 2, 2015. Up to 3,000 migrants are expected to cross into Macedonia every day in the coming months, most of them refugees fleeing war, particularly from Syria, the United Nations said last week. REUTERS/Ognen Teofilovski TPX IMAGES OF THE DAY - RTX1QR2L

Da giornalista, quali sono gli aspetti del dramma siriano di cui, secondo te, si è parlato poco?

“La macchina della propaganda di Assad ha vinto la guerra mediatica. Nei primi tempi si riusciva a contrastarla, ma dopo un po’, anche grazie a una regia perfetta, sono riusciti ad affermare la loro verità, che non è affatto la verità di ciò che accade in Siria. Ci sono riusciti grazie a diverse circostanze geopolitiche che hanno favorito Assad, come l’aiuto della Russia, e il fatto che gli Stati Uniti dovevano fare l’accordo con l’Iran.  A tutto questo l’opposizione siriana non è riuscita ad opporre le sue ragioni. All’opposizione siriana va imputata un’incapacità di lavorare insieme, di operare in modo unitario. I siriani, quindi, sono anch’essi responsabili per il fatto che Assad ancora adesso venga considerato una parte della soluzione, mentre lui è una parte del problema, anzi, il problema. Ma l’opposizione siriana è sempre stata divisa e frantumata in mille componenti, delegittima dai combattenti sul terreno, che non hanno mai visto di buon occhio chi sta nei propri salotti e negli alberghi turchi a cinque stelle e pensa di rappresentare la voce del popolo siriano. Questa divisione ha favorito la propaganda di Assad. L’intervento russo è stato la ciliegina sulla torta. I russi hanno praticato un’accelerazione dell’iniziativa militare, ed è in atto un’escalation bellica pesante che fa danni ingenti e che rischia di portare Assad al tavolo delle trattative. Ciò sarebbe improponibile; sarebbe inaccettabile per i siriani, e non solo, che il massacratore, il macellaio che si è macchiato del sangue del suo stesso popolo vada al tavolo del confronto internazionale. La mia paura è che la Siria venga smembrata, che si ricrei una situazione come quella dei Balcani, con un’enclave alawita sulla costa, una sunnita nella parte centrale e una curda al Nord. Sarebbe la fine di un Paese che ha un passato di unità. Non sarebbe più la Siria che conosciamo”.

11232178_1074221235935516_8184002287049631284_nAnche qui in Italia hai avuto modo di conoscere giovani siriani che hanno preso a cuore la rivolta contro il regime. Credi che il loro sogno sia stato cancellato per sempre?

“Resto ottimista. Io credo alle primavere arabe. L’anelito di libertà che è stato espresso in Siria, in Tunisia, in Egitto, non si può spegnere e prima o poi avrà uno sbocco. La Tunisia è il Paese in cui la transizione è andata meglio; l’Egitto ha avuto purtroppo un’involuzione autoritaria, mentre la Siria è vittima di una guerra che pesa sul destino stesso del Paese. C’è, tuttavia, un punto di non ritorno: i giovani arabi sono riusciti ad abbattere il muro della paura e questo è l’elemento fondamentale. Non c’è più la soggezione ai rais, ai dittatori che per decenni hanno oppresso i popoli. Chiaramente non è detto che abbattere il muro della paura porti subito alla democrazia, ma è un passo importante. Ciò che mi conforta è che tutt’ora i giovani (la maggior parte della popolazione in Siria ha meno di 18 anni) non fanno marcia indietro. Si sono temporaneamente fermati, ma non si danno per vinti. Mi piace citare l’esempio di Kafranbel, in Siria, dove i ragazzi  continuano a comunicare col mondo attraverso i loro striscioni satirici e ironici che pubblicano in rete. Penso che sia di buon auspicio”.

Dalla tua esperienza in ambito internazionale, cosa vedi per il futuro di questo popolo?

“Credo che, ahimé, il ritorno dei siriani in Patria non sarà immediato. La situazione in Siria non si risolverà nell’arco di pochi mesi, ma serviranno anni. Ho parlato con tanti ragazzi durante questo viaggio, che dicevano che non volevano venire in Europa per lavoro o perché si vive meglio, ma che scappano perché è l’unica chance in questo momento. Quando in Siria si avranno condizioni  di libertà, tutti dicono che torneranno. In questo frattempo bisognerà garantire ai profughi condizioni di vita dignitose.  In Italia non è ancora così; non è un caso, infatti, che solo un’esigua minoranza voglia fermarsi qui;  il grosso va verso Paesi che offrono più opportunità di studio e lavoro e procedure per l’ottenimento della status di rifugiati molto più veloci. L’Italia, da questo punto di vista, è indietro e dovrebbe adeguarsi rispetto alla nuova realtà di questi flussi migratori. Il  siriano ha un forte spirito di popolo e non viene qui per rubare il lavoro agli italiani. Questo va ribadito”.