Siria: quella minaccia di attentati terroristici che il mondo ha dimenticato

1006207_434856873288262_684030024_n10 ottobre 2011, Damasco. L’uomo che dovrebbe rappresentare la massima autorità religiosa in Siria, il gran Muftì Ahmed Bader Hassun, rivolge un messaggio all’Occidente: “Nel momento in cui il primo missile colpirà la Siria, il Libano e la Siria lanceranno tutti i loro figli come attentatori suicidi sul territorio europeo e della Palestina. Vi avverto, Europa e Stati Uniti: prepareremo attentatori suicidi che sono già tra di voi. Se bombarderete la Siria o il Libano sarà occhio per occhio e dente per dente e chi infliggerà il primo colpo sarà più ingiusto… vi prego… non avvicinatevi al nostro Paese!1“.

Le dure minacce del religioso, che ha assunto la sua carica nel 2005 per nomina governativa, vengono trasmesse con un moto di orgoglio nazionalista dalla tv di Stato siriana e riprese prima dall’emittente satellitare Al Arabiya poi dai grandi network internazionali. “Guai a chi tocca la Siria”, tuonava Hassun con l’intento di fermare sul nascere, usando l’arma del terrore, ogni iniziativa della comunità internazionale contro il regime di Damasco, che stava compiendo stragi di manifestanti inermi. Le esecuzioni di massa di civili disarmati scesi nelle piazze siriane per chiedere riforme e libertà non erano passate inosservate agli occhi del mondo; porre fine alle violenze e alle persecuzioni era urgente. Non si poteva rimanere a guardare mentre migliaia di innocenti venivano condotti nelle carceri, torturati e uccisi per le loro idee; né si poteva fingere di non vedere l’irruzione dell’esercito nelle città, nei campus universitari, persino negli ospedali. Di fatto i ripetuti veto di Cina e Russia hanno bloccato sul nascere ogni risoluzione Onu sulla Siria.

In quel periodo l’Europa era in prima fila per dare voce al neonato Consiglio Nazionale Siriano, la prima forma di opposizione siriana organizzata all’estero, che avrebbe dovuto fare da tramite tra la comunità internazionale e il popolo siriano, avviando una fase di lavori che avrebbe dovuto portare, non senza difficoltà, alla deposizione del regime e all’avvio di una consultazione democratica e riformatrice.

Il regime di Damasco alzava la voce e minacciava apertamente il mondo, parlando di attentatori suicidi “che sono già tra voi”, rivolgendosi agli Usa e al Vecchio Continente. Il monito non arrivava da un esponente di un’organizzazione terrorista come al Qaeda o di Isis (che ancora non esisteva formalmente), ma da un’autorità religiosa pubblica nominata dal governo siriano. Autorità che non ha mai goduto della stima del popolo, che non lo considerava affatto una vera guida spirituale, ma solo un corrotto servitore del regime. Quello stesso uomo che nel marzo del 2014, ha ricevuto il Premio per la pace della Fondazione Ducci2. Nella motivazione del riconoscimento “l’impegno per il dialogo interreligioso”. Nessuno ha gridato alla minaccia del fondamentalismo religioso ascoltando le parole di Hassun, eppure le sue parole sono esattamente quelle che oggi ripete Isis.

L’inquietante escalation di violenza da parte dei terroristi del cosiddetto Stato Islamico (che in realtà non è né uno stato, né tantomeno ha a che fare con l’islam), il loro linguaggio, le loro minacce di oggi sembrano fare eco alle parole pronunciate nel 2011 dal regime siriano, anche attraverso il discorso del Muftì. Isis minaccia attentati in vari paesi del mondo esattamente come aveva fatto tre anni fa il portavoce di Assad in un discorso pubblico che tutto il mondo ha potuto ascoltare. Isis decapita giornalisti stranieri così come il regime i giornalisti li bombarda e li lapida3. Stessa retorica, stessa violenza, stesso barbaro modus operandi. Per i siriani Isis e il regime sono le due facce della stessa medaglia e questa convinzione troverebbe conferma nel fatto che il cosiddetto califfato non ha mai operato nelle zone sotto il controllo delle forze di Assad, né ha mai intrapreso iniziative belliche contro il potere di Damasco.

Tre anni fa il regime siriano, forte della sua alleanza con Mosca e Teheran, ammoniva e spaventava il mondo che avrebbe respinto e contrastato ogni ingerenza straniera non esitando a ricorrere ai kamikaze; ciò accadeva mentre Assad (che nei suoi rari discorsi pubblici definiva i suoi oppositori “gruppi di mercenari stranieri”) negava sia i bombardamenti aerei, che le stragi commesse dai suoi uomini ai danni dei civili e dei ribelli. Da un lato venivano incarcerati oppositori, scrittori e insegnanti, dall’altro venivano liberati criminali comuni e persone detenute per reati collegati al terrorismo qaedista. 200mila morti accertati e 3 milioni di profughi mostrano che evidentemente la minaccia di Hassun è stata presa seriamente e la comunità internazionale ha preferito rimanere ferma di fronte al genocidio siriano per non correre rischi. Uno stallo che ha provocato un genocidio di massa e allo stesso tempo ha dato tempo e modo ai terroristi di coalizzarsi fino a diventare una potente macchina da guerra che da oltre un anno semina morte in Siria e ora spaventa il mondo.

Oggi una coalizione internazionale (Usa, Francia, Gran Bretagna, Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar) con il beneplacito del governo siriano (stando a quanto affermano fonti governative di Damasco) bombarda alcune località della Siria e dell’Iraq per combattere l’Isis. Sotto quegli ordigni stanno morendo anche centinaia di civili e come in occasione di altre guerre, ci si giustifica con frasi tipo “uccisi per sbaglio”. Otto potenze internazionali per far fronte alla minaccia e alle violenze dei terroristi (in base alle stime circa 20mila uomini).

È molto triste e mortificante che in quarantadue mesi la comunità internazionale non abbia trovato il modo di mettersi d’accordo per una risoluzione che condannasse Assad o almeno portasse alla creazione di una no-fly zone e all’apertura di corridoi umanitari. Quante vite umane si sarebbero potute salvare? Viene spontaneo chiedersi come mai alcuni dei paesi sospettati di aver favorito la creazione, il finanziamento e l’operato di Isis siano improvvisamente considerati interlocutori validi nella lotta al terrorismo.

Il popolo siriano, stando a quello che scrivono oppositori e media-attivisti si sente sempre più abbandonato e tradito e vede la silenziosa riabilitazione internazionale di Bashar al Assad, senza sapersi spiegare perché il sogno di libertà si sia trasformato in un genocidio che non conosce fine.

#Not_in_our_name: ieri al Qaeda, oggi Isis

10013925_10203195090935601_198760016_nGli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 hanno fatto piombare il mondo intero in un incubo. La morte violenta di oltre 2900 persone inermi in quello che rimarrà nella storia come il più grave attentato terroristico nella storia dell’umanità non potrà mai essere dimenticata. Un attentato che, a distanza di 13 anni, continua a suscitare orrore e indignazione e a sollevare dubbi e interrogativi sulle reali dinamiche dell’accaduto. Sta di fatto che a quelle vittime innocenti se ne sono aggiunte altre, uccise in altri attentati, uccise in guerre che il terrorismo avrebbero dovuto annientarlo. Morte che si aggiunge alla morte. Dolore che si aggiunge al dolore.

Insieme alle Twin Towers quel giorno sono crollati decenni di dialogo e amicizia tra popoli e religioni. In particolare, a causa della strumentalizzazione dei terroristi di al Qaeda del nome e dei simboli dell’islam, il mondo musulmano è piombato in un a palude. A poco sono valse le condanne e le prese di distanza di leader e comunità religiose, di singoli credenti e intellettuali: la voce più alta era sempre quella del terrorismo e dell’estremismo. Si è creato un doloroso clima di sospetto e diffidenza verso i Musulmani del mondo,  che ha provocato una ferita nella ferita.  Impossibile biasimare la gente spaventata, ma al tempo stesso infelice subire l’equazione islam uguale terrorismo. Il comportamento criminale di pochi ha gettato una pesante ombra sulle vite di milioni di credenti pacifici, sereni, in dialogo, rispettosi delle leggi e delle diversità.

Oggi l’incubo si rinnova a causa di una formazione terrorista che sta minacciando l’umanità e sta nuovamente minando alle basi il dialogo e la convivenza tra diversità. Si tratta Isis, il cosiddetto Stato Islamico di Iraq e Levante e della preoccupante escalation degli orrori che commette.  Da cani sciolti a potenza militare che spaventa non più solo la Siria e l’Iraq (i due Paesi in cui questi criminali si sono organizzati e sono cresciuti numericamente e logisticamente) ma il mondo intero.

Isis ha strumentalizzato, ingiuriandoli, nomi e simboli della religione musulmana, definendosi prima “Stato islamico” poi “Califfato”, usando come stendardo una bandiera su cui è scritta l’attestazione di fede e attribuendosi un potere temporale e di controllo sulla vita della popolazione quanto meno brutale. Per oltre un anno ha ucciso, torturato, perseguitato i Musulmani sunniti anti-assad, per poi espandersi anche in Iraq e prendere di mira le minoranze, come i Cristiani e gli Yazidi. Ha sterminato medici, citizen reporter, volontari, insegnanti e guide spirituali contrarie alla loro barbarie; poi ha cominciato a prendere di mira giornalisti stranieri, accanendosi disumanamente su di loro ed esibendo in gesto di sfida la loro terribile esecuzione. Per alimentare la confusione ha strumentalizzato e bestemmiato simboli come il crocefisso, emblema della cristianità, per esibire i suoi crimini, esponendo sulle pubbliche piazze di città come al Raqqa i corpi martoriati di giovani oppositori siriani. Isis ha fatto leva sul fattore religioso per alimentare l’odio settario, provocando il terrore tra le minoranze e suscitando un’ondata islamofobica di grande portata.

L’opposizione siriana continua a ribadire che Isis non ha nulla a che spartire con la sua causa, con la sua rivolta contro il regime di assad. Non solo: per molti Isis è il rovescio della medaglia del regime che in Siria ha bombardato, ha stuprato, torturato, sequestrato e ucciso. E i credenti dell’Islam prendono fermamente le distanze da questi barbari criminali che conducono una guerra per procura e con i loro gesti bestemmiano il nome di Allah e i valori della fede.

Ieri al Qaeda, oggi Isis: gruppi di uomini armati che prendono il potere, che vengono armati e finanziati da forze internazionali, che fanno leva su giovani menti per assoggettarle, che usano il nome dell’Islam e si proclamano tutori e garanti del potere temporale, ma che dell’Islam sono i primi nemici.

Ancora una volta prendiamo le distanze da qualcosa che non ci è mai stato vicino, perché Isis è il più grande insulto all’Islam. I seminatori di odio, i taglia-gola, gli stupratori, i seviziatori sono barbari, disumani che non dovrebbero nemmeno pronunciare il nome di Dio. Vogliono estirpare le radici del dialogo e della fratellanza, minacciano chiunque non condivida la loro demagogia.

Dalle righe di questo blog esprimo nuovamente la mia solidarietà alle vittime innocenti dell’odio e del fanatismo. Credo nel potere della penna e con la mia penna traccio l’ennesimo segno di distanza dai pensieri e dai comportamenti abominevoli dei terroristi fanatici di Isis.

#Not_in_our_name

Quando i bambini chiederanno: “Perché siamo morti?”

Homs 13 settembre 201413 settembre 2014 – Homs, quartiere al Waer

Alae e Ghurub sono avvolti nei loro sudari; i corpicini pieni di lividi e sangue.  Sono rimasti uccisi nel bombardamento di oggi sul quartiere di Al Waer, nella città siriana di Homs. Il padre li tiene in braccio, li stringe al petto, li bacia, rivolge loro parole d’amore, li chiama. Guarda Alae e dice: “I tuoi dentini non erano ancora spuntati tutti”. Poi rivolge un ulteriore sguardo ai suoi figli e si chiede per quale colpa siano stati uccisi. Si chiede cosa dovrà rispondere quando i suoi bambini chiederanno perché sono morti…

Davanti all’uomo un’altra salma, completamente coperta; è quella della moglie Sabà. Sul suo corpo esanime due rose. L’ultimo gesto d’amore di un uomo a cui le bombe del regime hanno portato via tutto, ma non la dignità. L’uomo giura che non si piegherà alla violenza, che non si chinerà al despota e che quest’ultimo se ne dovrà andare.

Un video che ricorda al mondo il dramma dei civili siriani che da più di tre anni subiscono violenze inaudite. Un video che ricorda la martoriata città di Homs, rimasta sotto assedio per oltre due anni, con i suoi figli che hanno conosciuto, oltre alla paura e alla violenza, la fame, gli stenti e la mancanza di cure. Homs, una città rasa al suolo dalle bombe, evacuata, orfana della sua gioventù pacifica e desiderosa di un cambiamento, orfana del suo suo sogno di Libertà.  Homs è la Siria, è una tragedia umana dimenticata, un genocidio taciuto. E’ una delle ferite più profonde che ha subito il popolo siriano, che oltre alla barbarie del regime, è da oltre un anno e mezzo vittima anche delle atrocità del terrorismo.

 

 

“Perdonami mamma”, poi la traversata in mare e il dramma

traversata“Aveva la voce rotta dal pianto e faticavo a capire cosa stesse dicendo. Non faceva altro che ripetere: ‘Perdonami mamma, ti prego perdonami e prega per me’. Mi ha passato suo marito. Anche lui, dopo le prime parole, ha iniziato a singhiozzare, mi ha chiesto perdono, poi ha chiuso”. Em Ayoub mi riferisce con angoscia di questa drammatica conversazione. È una donna siriana originaria di Hama, che ho conosciuto lo scorso anno in Siria e con la quale sono rimasta in contatto via Skype. Tutti i suoi figli hanno lasciato il Paese e lei è rimasta sola con il marito.

Mi racconta del dramma di sua figlia Munira; fuggita dalla Siria a seguito dei bombardamenti del regime nel 2012 e rifugiata in Libia con il marito, tre figli minorenni di cui una con un grave handicap psico-fisico. Nel primo periodo nel Paese nord africano avevano trovato una sistemazione dignitosa; con i soldi messi da parte il marito pagava un affitto e aveva aperto una piccola attività per la riparazione di mobili in legno. A Hama era un noto artigiano e lei teneva la contabilità, finché non è nata l’ultimogenita, bisognosa di assistenza e cure di giorno e di notte. In Libia, nonostante le difficoltà iniziali e il dolore per la fuga da casa, avevano ricominciato a vivere, finché la situazione del Paese non è precipitata e sono iniziate le persecuzioni e le violenze contro i siriani. Munira raccontava alla madre della paura e dello sconforto e del fatto che con il marito stesse cercando un posto diverso in cui trovare rifugio.

“Non avrei mai pensato che avrebbero deciso di prendere il mare – mi confessa tra le lacrime -. Io e mio marito abbiamo addirittura ipotizzato che sarebbero tornati da noi in Siria e ci stavamo organizzando per accoglierli a casa nostra. Sapevamo che non avrebbero lasciato nulla di intentato, soprattutto per salvare la vita alla figlia disabile, bisognosa di tante cure, ma non avremmo mai immaginato quella scelta. Ci siamo resi conto di cosa stava accadendo solo dopo l’ultima telefonata.”

La linea cade e solo dopo sei giorni riesco a contattare nuovamente Em Ayoub in Siria. A causa dei bombardamenti le linee sono sempre più deboli ed è difficile mettere in funzione i generatori. Mi racconta che quel giorno e nei giorni successivi ha provato più volte a richiamare la figlia, senza successo. La conferma del viaggio in mare arriva da un amico di famiglia, rimasto in Libia, il quale le riferisce che tramite il passaparola Munira e il marito erano entrati in contattato con alcuni uomini che organizzano la traversata verso l’Europa. 1500 euro per i ragazzi, 2500 euro per gli adulti. Munira e il marito avevano così deciso di vendere tutto ciò che restava loro per tentare la fuga verso una vita migliore.

La telefonata l’avevano fatta prima dell’imbarco, quando si erano resi conto che della nave sicura promessa da quegli individui non c’era ombra e l’unico mezzo per la traversata sarebbe stato il gommone che avevano davanti. È sempre l’amico di famiglia che qualche giorno dopo, tramite un suo parente partito sulla stessa imbarcazione, riesce a dare a Em Ayoub un aggiornamento. Drammatico. Munira e la sua famiglia, sono rimasti vittime di un naufragio. La figlia di Munira è deceduta poche ore dopo la partenza, forse per la paura. La madre l’ha tenuta stretta tra le braccia perché gli scafisti non capissero che era morta e la gettassero in mare. A largo di Cipro l’imbarcazione ha subito un’avaria e decine di persone sono cadute in acqua e annegate. Tra loro anche la famiglia di Munira.

“Forse sarebbe stato meglio se fossero morti sotto le bombe a casa loro – dice in lacrime Em Ayoub- . Il mare non restituisce i corpi. Mia figlia è morta stringendo il corpo di sua figlia. Io non riavrò nessuna delle due. Nemmeno un posto dove piangerle. Forse se lo sentiva che non ce l’avrebbe fatta, per questo continuava a chiedere perdono. Ma io non ho nulla da perdonarle. Cosa posso recriminare a una figlia che tenta di mettere in salvo la sua famiglia?”.

È vero, il mare non restituisce sempre i corpi. Quello stesso mare che guardiamo da qui, dal Mediterraneo del nord. sotto quelle acque ci sono migliaia di esseri umani in fuga. Una di loro si chiamava Munira e abitava a Hama, in Siria.

Siria, vite in fuga – Incontro sabato 27 a Cornaredo (Mi)

Siria, vite in fuga INVITODa più di tre anni la Siria è lacerata da un sanguinoso conflitto di cui non si intravede la fine e che ha prodotto, secondo l’ultimo rapporto choc delle Nazioni Unite, oltre 200.000 morti, più del doppio rispetto a un anno fa. Si tratta, per ammissione delle stesse Nazioni Unite, di cifre spaventose e comunque al di sotto del reale.
I bambini che hanno perso la vita sono 13, di cui 2.165 al di sotto di 10 anni. Vi sono poi 6,5 milioni di sfollati interni e quasi 3 milioni di rifugiati.
Di questo disastro umanitario, di fronte al quale si registra la paralisi della comunità internazionale, si parlerà nell’incontro incontro pubblico organizzato dall’associazione “il Cuore in Siria” in programma sabato 27 settembre a partire dalle 18,30 presso CasaVilla a S. Pietro all’Olmo, Cornaredo (Mi) in piazza della Chiesa 2.
Interverrà Laura Tangherlini, giornalista di Rai News 24 e autrice del libro “Siria in fuga”.
Parteciperà all’evento Giovanna Ceriotti, scrittrice, disegnatrice e autrice del libro “Che storie, Sugar” (O.G.M. Edizioni).
Per l’associazione “il Cuore in Siria onlus” interverranno la presidente, Claudia Ceniti, e Paola Francia.
Seguirà alle 19,30 Apericena di beneficenza a sostegno dei progetti dell’associazione “il Cuore in Siria”. Costo 15 Euro (Info e prenotazioni Barbara Piccin cell. 333 7904827).
Laura Cementeri farà divertire i più piccini con giochi e animazione.
Nel corso della serata sarà allestita anche la mostra fotografica che raccoglie le immagini scattate da alcuni citizen reporters siriani e che documentano la distruzione delle città e la terribile condizione in cui si trovano i bambini, privati della loro infanzia.
IL CUORE IN SIRIA ONLUS è un’associazione senza scopo di lucro a sostegno del popolo siriano nata un anno fa per iniziativa di tre volontari attivi tra Milano e Forli: Claudia Ceniti, funzionario di banca a Milano; Paola Francia, giornalista di Forli e Pietro Tizzani appartenente all’Arma dei Carabinieri di Milano.
L’associazione si occupa della raccolta di medicinali, attrezzature mediche, giochi per bambini e materiale didattico e beni di prima necessità da inviare in Siria e al confine turco-siriano.
Ad oggi sono tre le ambulanze inviate in Siria cariche di attrezzature mediche e farmaci.
Informazioni più dettagliate sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/ilcuoreinsiria
LAURA TANGHERLINI
Nata a Jesi, giornalista e conduttrice di Rai News 24, fa parte della redazione esteri che la porta a viaggiare e realizzare reportage soprattutto in Medio Oriente: autrice del libro “Siria in fuga”.
GIOVANNA CERIOTTI
Nata nel 1968 in provincia di Milano, dopo gli studi al Liceo Scientifico Statale di Legnano si è laureata in Economia Aziendale presso l’Università Bocconi. Conclusa una breve esperienza come ricercatrice universitaria, è entrata nel settore creditizio, dove tuttora lavora. Non ha mai smesso di coltivare i suoi interessi per la scrittura e il disegno e, alla nascita del primo nipotino, ha iniziato a scrivere storie per l’infanzia. Vive ad Arconate, in provincia di Milano, circondata dallo stesso giardino di quando era bambina.
L’ultimo dei 4 libri scritti è “Che storie, Sugar!”.

#Siria #Ucraina: le nostre lacrime non cadono per terra

DSCN6319Natalia ha gli occhi meravigliosi, celesti come il colore della bandiera con cui è avvolta. L’abbraccio tra di noi dura qualche istante ed è sincero e intenso, come se ci conoscessimo da una vita, mentre è la prima volta che ci incontriamo. Sono in Lazio per alcuni importanti incontri di dialogo interreligioso; un fine settimana costruttivo, indimenticabile, con un confronto tra cuori e menti prima ancora che tra ideologie e diversità. Domenica salta l’ultimo appuntamento e così, invece di tornare a casa, decido di fermarmi per godermi la città eterna. A Piazza San Pietro la messa è appena finita quando arrivo. Ci sono persone da tutto il mondo. A un certo punto si sente di nuovo il suono del microfono e la gente guarda in alto. Si affaccia Papa Francesco per benedire la partita interreligiosa che ci sarebbe stata l’indomani. È un tripudio di applausi e fotografie. Anche la mia Nikon è tra le fortunate a immortalare quel momento. Nulla accade per caso. Questo fuori programma è in sintonia con l’andamento del weekend. Avviandomi verso la stazione, di fronte alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli noto una piccola folla di persone con le bandiere giallo celesti, i colori dell’Ucraina. Stanno manifestando contro Putin e la sua invasione. Stanno manifestando per la libertà e la vita nel loro Paese. Stanno manifestando per gli innocenti che vengono uccisi. Stanno avviando una campagna di sensibilizzazione e solidarietà. Mi fermo a parlare con loro e quando dico che sono siriana si stringono con affetto intorno a me: “quello che arma il vostro carnefice è lo stesso che uccide i nostri ragazzi”, mi dicono. Una signora aggiunge: “danno la parola a quelli che tagliano le teste per non far sentire la voce delle madri che piangono. Conosciamo questa politica”. Esprimo la mia piena solidarietà e condivisione della loro causa e loro fanno altrettanto. Natalia è una delle organizzatrici. Mi spiega che in quella piccola folla ci sono molte madri i cui figli stanno combattendo e morendo per difendere l’Ucraina. I suoi occhi si riempiono di lacrime e istintivamente le dico di farsi forza, di non piangere. “Le nostre lacrime non cadono per terra” – mi dice. “Ogni lacrima delle madri ucraine, ma anche di tutte le madri del mondo, è una goccia d’acqua benedetta che va a nutrire la terra dove riposano i morti”.

La comunità ucraina di Roma, mi dicono, manifesta tutte le settimane e vuole coinvolgere altri gruppi per far conoscere la sua causa. Mi regalano il bracciale celeste con la scritta Ucraina e io regalo il mio con la scritta Free Syria. Un sodalizio nella speranza di libertà e pace. Sono soprattutto donne a manifestare; molte lavorano come badanti e sono in Italia da sole. La loro dignità è grande. Guardo quel piccolo gruppo e la mente torna indietro di tre anni e mezzo, quando la comunità siriana d’Italia si incontrava per la prima volta in piazza e manifestava per chiedere la fine del regime. Sembra passata una vita; sono stati mesi logoranti che ci hanno segnato e cambiato per sempre. Dal desiderio della fine della dittatura siamo arrivati a supplicare la fine dei bombardamenti e delle operazioni di terrorismo. Sono cambiate molte cose, siamo cambiati noi. Tre anni ma ci sentiamo invecchiati di dieci. Le notti insonni, il dolore, l’ansia, l’attesa, il senso di impotenza, la confusione, il caos, la paura. Il silenzio del mondo e l’oblio. La nostra incapacità come siriani di fare squadra, di unirci, di volerci bene.  Il dolore per l’infanzia violata dei nostri figli. Le lacrime per i nostri morti, per i nostri feriti, per quelle città, quei quartieri, quei monumenti e quei luoghi simbolo della nostra identità che non esistono più. Il dolore per milioni di profughi e sfollati che vivono, anzi sopravvivono come sospesi in un limbo, nell’anticamera dell’inferno, abbandonati a se stessi. E quella piazza … una delle ultime  manifestazioni nazionali; una grande foto di Padre Paolo Dall’Oglio in prima fila e le nostre accorate preghiere per il suo ritorno. E la presenza discreta, solare, sincera, accorata di due fiori dai cuori bianchi. Due fiori ingiustamente lontani dal nostro sguardo ma così vicini nel cuore. E l’attesa cresce insieme all’ansia di riaverli qui. Di riaverli presto. Anche questo ha cambiato per sempre le nostre vite. Due fiori che si protendono a te per sollevarti dal dolore con il loro profumo e la loro purezza. Due fiori che diventano tuoi figli e fratelli.